Il senso di colpa è quel sentimento umano che ci fa sentire sbagliati, provoca sentimenti di disprezzo e risentimento verso sé stessi in conseguenza di una azione o omissione che comporti la violazione, vera o presunta, di una norma giuridica morale o religiosa che identifichi la persona che pone in essere questa trasgressione come “colpevole”.

Il senso di colpa può essere conscio ed inconscio, nel primo caso ha origine da una coscienza morale matura e ancorata alla realtà dei fatti, la violazione della regola c’è stata davvero e l’io cosciente dell’individuo trasformerà il senso di colpa in senso di responsabilità, spingendolo a trovare il modo di porre rimedio al suo errore così da riequilibrare l’ordine morale dentro di sé.

Il senso di colpa inconscio è invece distaccato dalla realtà oggettiva,non ha origine da un fenomeno concreto come può essere un crimine o un atto violento nei confronti di un altro individuo o della società. È quel senso di colpa che ci fa sentire sbagliati ‘”a prescindere” da ciò che abbiamo fatto, per il solo fatto di essere al mondo, di essere vivi e respirare. Non c’è espiazione o riparazione che consenta di colmare il vuoto che il senso di colpa inconscio lasci dentro l’individuo perché non c’è stato nessun peccato o reato. La colpa non c’è, ma il senso di colpa sì. La psicoanalisi ha individuato nel senso di colpa inconscio l’origine di molte patologie e disturbi dell’umore quali ansia e depressione, oltre ai comportamenti nevrotici alla base di individui che pongono in essere azioni contrastanti con le intenzioni consciamente dichiarate. Ad una coscienza razionale e ragionevole, che fa dichiarare ciò che si vuole costruttivamente, corrisponde un inconscio irrazionale, congelato, che muove le azioni dell’individuo inconsapevole verso un risultato contrastante con il proprio obiettivo.

Freud ipotizzò che il senso di colpa inconscio fosse alla base anche dei comportamenti criminosi di alcuni individui che delinquono allo scopo di farsi punire dalla legge, così da poter espiare la loro innata colpa.

Questa teoria potrebbe interessare anche quelle donne vittime di violenza domestica che non denunciano i loro compagni, mariti o familiari trasformatisi nei loro carnefici e che tendono a ricascarci anche quando riescono, con un aiuto terapeutico e legale, a denunciare il loro aguzzino e a liberarsi di lui. Un numero consistente di donne vittime di violenza domestica tenderà a trovare un altro compagno violento, che ricalcherà il medesimo modo di agire e a ricreare la condizione di coppia esistente in precedenza. Questo tipo di donna ha alla base un profondo senso di colpa inconscio, nel profondo sente di meritarsi quelle botte, sa che deve essere punita, lo sa e basta, non importa il perché, come e quando. Conta solo il “cosa”. Dentro di loro queste donne hanno un esserino molto brutto, molto cattivo, che urla loro di continuo che sono riprovevoli, insulse, disgustose. Marce. Inadeguate. E che vanno punite.

Agli albori della psicologia si ipotizzò che questo senso di colpa inconscio avesse origine dal “complesso di Edipo”, il bambino impara che non può avere il corpo del genitore oggetto del suo desideri, gli viene spiegato che la sua pulsione è distorta, malata e ciò lo segna per sempre, continuerà per tutta la vita a reprimere quella pulsione e a sentirsi sbagliato in virtù di quel “peccato originale”.

Oggi questa teoria sembra superata e in ogni caso non sembra sia molto importante l’individuazione dell’origine del senso di colpa per potersene distaccare. Molto più utile è prendere atto che ci sia, riconoscere ed accogliere l’omino brutto e cattivo, ascoltarlo e chiedergli cosa ha da dirci. Ha paura anche lui, forse la ha per noi, la violenza delle sue parole è solo un riflesso della sua angoscia, vuole invitarci a trovare soluzioni per riparare il nostro errore. Lui una risposta non ce l’ha, porta un problema senza soluzione. Ma vuole che la troviamo. E più non la troviamo, più aumenta la sua paura, e di conseguenza il nostro malessere.

Proviamo a parlarci. Scriviamo un dialogo con lui su un quaderno, diamo una forma concreta e materiale alle sue parole e ai suoi giudizi. Accogliamolo senza giudicarlo a nostra volta e proviamo a confutare dolcemente i suoi ragionamenti. A fargli capire che le sue paure sono infondate, non hanno ragion d’essere, che siamo degli adulti responsabili e seri, in grado di prendere in mano la nostra vita con delle scelte e delle azioni che ci rendano moralmente ineccepibili. E proviamo a sentire quale effetto avranno le nostre parole scritte. Potremmo sentire una pace interiore a testimoniare che quella voce sta tacendo. Magari non per sempre. Tornerà. Ma a quel punto sapremo come accoglierla.

 

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