Immagina di camminare sulla sabbia, in riva al mare. Dapprima cammini all’inizio della spiaggia, ti volti a vedere le impronte che lasci dietro di te, il tuo passo scava dei solchi labili, indistinti. Un flebile soffio di vento è sufficiente a cancellare le orme, i granelli vengono spostati e colmano i solchi lasciati nella sabbia
Ora immagina di spostarti sul bagnasciuga. Qui le tue orme, sono piú solide, la sabbia sotto i tuoi piedi è compatta e ti consente di lasciare segni piú stabili e duraturi del tuo passaggio. Come ti fa stare questo pensiero? Cosa ti porta la consapevolezza dell’impatto che hai sulla realtà? Cosa provi rendendoti conto che è inevitabile lasciare il segno del tuo passaggio in questo mondo e che l’ambiente circostante viene modificato, anche solo in minima parte, dalla tua presenza?

Da bambini ci hanno insegnato a rinnegare i sentimenti e le emozioni. Soprattutto per noi maschi è sempre stato un problema, fonte di rimprovero e disagio, esternare ciò che provavamo. L’educazione tradizionale punta in maniera abbastanza incisiva sulla repressione e il controllo delle emozioni. “Non piangere!”, “non fare la femminuccia”, “sei patetico quando ti lamenti”. Con il tempo perdiamo sempre più il contatto con il nostro mondo interiore, disabituandoci a sentire facciamo fatica a riconoscere stati d’animo, sentimenti ed emozioni, così chiudiamo sulle emozioni brutte, ma anche su quelle belle. Possiamo essere talmente disabituati a sentire da non riuscire più a provare gioia, tristezza, rabbia. Viviamo una condizione di ovattamento, gli eventi ci scivolano addosso senza lasciare traccia perché abbiamo paura delle conseguenze emotive che quell’avvenimento comporta.
Il modo tradizionalmente più utilizzato per “chiudere” le emozioni fuori da noi è quello di rinnegare l’impatto emotivo che un gesto, una frase o un comportamento altrui ha su di noi.
Modi per rinnegare l’impatto:
-minimizzare (per esempio: qualcuno ci fa i complimenti per un vestito che indossiamo, dicendo che ci sta veramente bene. Noi rispondiamo, minimizzando, che è uno straccetto di poco conto preso al mercato. Non riusciamo a “stare” con l’emozione che quel sentimento ci causa”)
-ributtare all’indietro (es: il nostro partner ci dice “ti amo” e noi rispondiamo “anche io” immediatamente, cosi da rigettare indietro ciò che ci è arrivato. Non riusciamo a tenerci per noi quella manifestazione d’affetto, ci sentiamo in dovere di ricambiare così la rispediamo al mittente)
-svalorizzare( es: qualcuno ci ringrazia per un aiuto che ci offre e noi rispondiamo “figurati”, “non è niente di che.” Togliere valore a ciò che facciamo ci permette di rinnegare l’emozione che la gratitudine mostrata dall’altro ci fa provare)
-estrapolare utilizzando l’impersonale (es: quando, per affermare il nostro pensiero, usiamo la terza persona, facendolo passare per un pensiero altrui. Es: “si dice che…”, “la maggior parte degli italiani credono che…”)
-razionalizzare (quando non vogliamo sentire l’impatto dell’emozione causata da un evento razionalizziamo cercando subito la spiegazione)
-ridicolizzare o esagerare (es:”ciò che hai detto/fatto mi ha ucciso!” Cerchiamo di far provare ad altri un’emozione che vogliamo respingere da noi.)
Potrebbe essere interessante provare a recuperare questa capacità di sentire. Ognuno, in qualche modo, sviluppa la propria modalità di rinnegare l’impatto. Riconoscendola possiamo cominciare un percorso di cambiamento che ci porti a scardinare certi automatismi. Il passo successivo è poi quello di ascoltare il corpo, la cui conoscenza ci consente di individuare le reazioni fisiche che fungono da stimolo al rinnego. Cosa succede dentro di me quando qualcuno mi ringrazia o la mia compagna mi dice che mi ama? Qual è la sensazione fisica e in quale parte del corpo si manifesta? Se siamo presenti a noi stessi, ascoltiamo i segnali, li associamo ad una determinata reazione automatica, possiamo operare un cambiamento. Sperimentare, provare nuove modalità. Cosa potrebbe succedere se mi tenersi quel “grazie” o quel “ti amo”? Forse riscoprirei un sapore dimenticato, e il piacere di riprovarlo dopo tanto tempo. Il sapore delle emozioni

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