Quando interagiamo con l’ambiente esterno manifestiamo inevitabilmente due modalità operative: una prevede la pianificazione, la struttura, la decisione. L’altra prevede uno stile di vita più fluido, meno strutturato, lasciarsi andare a ciò che accade, vivere alla giornata e accettare ciò che arriva.
Nel primo caso non si amano gli imprevisti, l’individuo trascorre le sue giornate adempiendo al bisogno che tutto sia sotto controllo, egli è un metodico, ama la routine e l’organizzazione, mentre nel secondo caso si accetta con entusiasmo e curiosità ciò che le giornate ci portano, pronti a vivere nuove esperienze ed emozioni, adattandosi e gestendo con spirito di improvvisazione le nuove situazioni che possono verificarsi nel corso delle nostre giornate.
Nessuno dei due modi di gestione della propria vita è migliore dell’altro. Entrambi presentano qualità e limiti. Lo stile di vita “organizzativo” presenta l’evidente e ineccepile vantaggio di garantire una maggiore efficienza in termini di performance, l’individuo che desidera raggiungere un obiettivo sa bene in che direzione muoversi e come gestire gestire il proprio tempo e le proprie risorse per arrivare alla meta. Tuttavia questa modalità comporta anche l’incapacità di accettare e gestire gli imprevisti, per quanto metodici nessuno può esimersi eternamente dall’incontrare contrattempi o situazioni che esulano dal proprio controllo e chi non è abituato ad incontrarli avrà anche maggiori difficoltà a fronteggiarli.
Allo stesso tempo, colui che è abituato a vivere alla giornata godrà dell’indiscutibile vantaggio di potersi adattare a qualsiasi situazione, la sua esistenza è fluida, e come l’acqua che si adatta e assume la forma del contenitore che lo ospita, così l’individuo dallo stile di vita “fluido” saprà trovare la sua posizione ideale in qualsiasi condizione ed ambiente in cui si trovi. Il limite di questa modalità è rappresentato da una tendenza all’incompletezza, accogliere ciò che viene spesso lascia un senso di irrisolto, vuol dire lasciare le situazioni a metà, non andare fino in fondo, vivere arrabbiandosi, senza un obiettivo o una direzione precisa.
Qual’è la condizione ideale? Come sempre la risposta risiede nella non identificazione con una delle due polarità, quella prospettiva per cui non sposo una delle due ottiche, non giudico l’altra prospettiva ma sto nel mezzo, accolgo e abbraccio entrambe, pronto a beneficiare dei doni che l’una e l’altra dimensione possono offrirmi. Se sto al centro, posso scegliere quando essere metodico perché le situazioni della mia vita lo richiedono, e quando invece posso lasciarmi andare, godermi la serenità, la leggerezza e l’entusiasmo della scoperta che derivano dall’accoglienza e accettazione incondizionata di ciò che la vita mi propone.

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