Il perfezionismo caratterizza la stragrande maggioranza della popolazione occidentale. Viviamo in una società in cui la tendenza alla perfezione è apprezzata e ricercata, sia in ambito lavorativo che personale. Ad un lavoratore si chiederà di essere impeccabile e diligente nello svolgimento delle proprie mansioni, così come ad un padre di famiglia, marito/moglie, fidanzato/a, figlio/a sarà richiesto di mostrare doti di perfezionismo nell’adempimento dei propri obblighi rispetto ai propri cari. Va da sé che questo modello tenderà a far sviluppare un automatismo per cui le persone saranno sempre più scrupolose nello svolgimento dei propri compiti, perpetrando un modo di agire che, a lungo andare, potrebbe risultare ansiogeno, sfiancante e frustrante. Il troppo stroppia, gli automatismi conducono ad esacerbare gli aspetti di performance, che verranno condotti all’eccesso, con inevitabili ricadute sulla salute fisica e psichica degli individui. Stress, ansia e depressione sono un campanello d’allarme, i sintomi che ci fanno capire che stiamo vivendo troppo identificati negli aspetti di perfezionismo e performance e si rende necessario un intervento per distaccarsene. Infatti esiste il perfezionismo ma non la perfezione. Anelare ad essa è un atteggiamento idealistico e utopico che non può avere riscontri nella vita reale in quanto possiamo cercare di adempiere ad un nostro compito “al meglio delle nostre possibilità”, ma non potremo mai raggiungere la perfezione. Perlomeno non quella assoluta. Posso raggiungerla in modo relativo e temporaneo, eseguendo un’azione, una mansione o una performance in maniera perfetta, tuttavia quella perfezione momentanea non mi riparerà dall’errore futuro. Posso suonare un brano musicale perfettamente ma ciò non vuol dire che in futuro non capiterà mai più che ne sbagli l’esecuzione. Posso scrivere un racconto o il romanzo perfetto, ma il prossimo potrebbe essere inferiore, scadente o addirittura brutto. Se gioco a tennis potrei fare una partita di altissimo livello, in cui manifesto una concentrazione elevata, una resistenza alla stanchezza sovrumana, una potenza nella battuta fulminante, ma nella partita successiva potrei essere fuori forma e venire stracciato da un avversario decisamente più bravo di me.

Il rischio del perfezionista è quindi quello di credere di essere perfetto e di poter vivere una condizione di perenne perfezione. Ma la vita non può essere congelata e conservata in una tale condizione, la vita non è statica, è dinamica, impermanente, tutto cambia, muta, si trasforma, le cose belle sono destinate a finire, purtroppo. E anche le cose brutte finiscono, per fortuna. Vittoria e fallimento rappresentano un’alternanza costante e inevitabile della vita, bisogna saper gioire dei trionfi e dei traguardi così come accettare le cadute e le sconfitte. Inciampare in un sassolino non è una tragedia, siamo sempre in tempo per rialzarci e riprendere il nostro cammino.

Come fare per separarci dai nostri aspetti perfezionisti per vivere più serenamente l’alternanza della vita? La risposta risiede nella capacità di recuperare le risorse che si nascondono nella caratteristica opposta a quella del perfezionismo. Qual’è l’opposto del perfezionista? L’impreciso, colui che agisce in modo più leggero e negligente. Se sono molto identificato con gli aspetti perfezionisti tenderò a giudicare quella dimensione di leggerezza, in cui c’è minore cura dei dettagli e scrupolosità nello svolgimento delle mansioni, tuttavia se ci fermiamo a riflettere anche questo aspetto presenta delle qualità. Questa capacità di “lasciare che sia”, di accettare l’imperfezione e i difetti di ciò di cui mi occupo, dona maggiore rilassatezza, forse anche maggiore efficienza e velocità nello svolgimento delle mie mansioni. Se ho un lavoro in cui è privilegiata la quantità rispetto alla qualità delle miei incarichi, probabilmente mi sarà più utile la capacità di essere impreciso piuttosto che il perfezionismo, perché dovrò essere veloce e sbrigativo. E si sa, la velocità non è amica della scrupolosità.

E se potessimo mettere un briciolo di imprecisione nella nostra vita? Se integrassimo il nostro perfezionismo con una goccia omeopatica di imperfezione cosa succederebbe nel nostro lavoro, nei rapporti umani e in generale nella nostra vita? Forse riconosceremmo che è bello e utile sapere di essere imperfetti. E che possiamo sbagliare, rimandare, forse delegare ad altri per farci aiutare. E ci saremmo così guadagnati la serenità.

Share This