“La fragilità é femminile, la debolezza é maschile”. Questa frase é uscita dalla mia bocca ed é stata formulata nella mia mente dopo un lavoro sull’archetipo dell’Imperatrice. Sentivo che queste parole risuonavano nella mia testa in modo potente, come una sentenza inappellabile ed ineludibile. Dopo un momento iniziale di stupore ho cercato di realizzare cosa fosse successo dentro di me, di risalire all’origine di quel pensiero ed ho realizzato che in quella frase é condensata tutta la mia storia di vita fino a questo momento. Sono cresciuto in una famiglia di stampo matriarcale, ho avuto modelli di riferimento femminili molto forti che hanno portato a sviluppare la mia componente sensibile ed empatica e a reprimere altri aspetti piú maschili. Tutti abbiamo dentro di noi una componente femminile ed una maschile, al di là dell’identità di genere. Anche l’uomo piú rude e virile possiede qualità riconducibili alla sfera femminile, anche la donna piú delicata e sensibile é potenzialmente estroversa, forte, dinamica e grintosa. Il contesto in cui cresciamo da bambini determina lo sviluppo delle une o delle altre qualità ed é ovvio che una maggiore consapevolezza dell’esistenza di queste parti dentro di noi può portare dei grandi benefici nella nostra vita. La dinamica dei sé ipotizza degli automatismi con cui queste parti operano nella nostra vita quotidiana ed é molto probabile che questo “pilota automatico” si inneschi nel momento sbagliato. Per me é stato cosí per anni. La mia parte femminile é stata predominante in tutti gli aspetti della mia vita e se ciò é stato un dono quando si é trattato di affrontare contesti che richiedevano introversione, sensibilità, delicatezza (tutte doti di carattere femminile) si é rivelato invece come un cataclisma in ambiti piú pratici e concreti dove avrei avuto bisogno di attingere a doti piú estroverse, dinamiche, maschili. In ambito lavorativo per esempio ho sempre avuto molta difficoltà, per la mia incapacità ad entrare in contatto con la mia parte pragmatica, razionale,che sa costruire una carriera, gestire i soldi, guardare all’attimo presente. La mente é “femminile” e la mia ha sempre funzionato particolarmente bene, portandomi costantemente nel passato e nel futuro, a vivere la mia dimensione sognatrice fatta di introspezione, esplorazione interiore e malinconia. Una mente pericolosa da utilizzare se si tratta di dover affrontare la nostra vita quotidiana, stare nel “qui e ora” dove devo afermare la mia esistenza, il mio Io scisso dall’infinito di cui faccio parte, in cui scalo la piramide della mia esistenza partendo dal basso, dall’ istinto di sopravvivenza, fino ad arrivare alla mia autorealizzazione. Che vuol dire curare anche i rapporti umani, la sessualità, dedicarsi alla prosecuzione della specie, alla difesa dei miei simili, la mia “tribú”.
Pee me é stato molto difficile ammettere di avere una parte maschile. Un patriarca interiore. E ancora piú difficile é stato ammettere che avesse un valore, che potesse essermi utile nella vita. Per riconoscerla e contattarla mi é bastato partire dal mio giudizio verso gli uomini. Ovunque c’é un (pre)giudizio si nasconde un rinnego, una ribellione ad un modello che abbiamo ripudiato durante l’infanzia,nella fase in cui si é strutturata la nostra personalità. Eppure c’era! Nel corso di una seduta di Voice dialogue é venuta fuori, ha parlato con voce potente, la postura era quella di un Re seduto sul suo trono. Ha parlato, mi ha ammonito. E mi ha suggerito. Mi ha fatto vedere ciò che avrebbe potuto darmi. Una ricchezza, un dono, forse un benessere.
“Da quanto sei con Arsenio?”
“Da sempre, anche se lui non lo sa”.
“Cosa vorresti che facesse?”
“Vorrei dargli il mio potere,la mia forza. Ma deve smettere di giudicarmi.”
“Pensi che lui ti giudichi?”
“Non lo penso, ne sono sicuro! Ha paura di me, ma sbaglia. La vita non é solo poesia, interiorità, passione ed emozioni. La vita é anche una guerra. Ci sono momenti in cui bisogna affrontare delle battaglie, lottare per sopravvivere, digrignare i denti. Come può farlo se continua a comportarsi da donnicciola?”
“Cosa ti preoccupa? Cosa potrebbe succedere se non ti fa venire fuori?”
“Succede che muore.”
“Ok, Arsenio non vuole morire. Però sembra che abbia paura di ciò che pensi delle donne. Ha molta stima del genere femminile e non vuole perderla dandoti troppo spazio. Tu che ne pensi al riguardo?”
“Uuuuh….mmmm…io ho la mia idea sulle donne…”
“Potrei saperla?”
“Che sono inferiori all’uomo. Sono fragili, feribili, indifese…”
“Se Arsenio non sposasse la tua opinione sul genere femminile ma fosse disposto a darti voce e farti emergere in altri ambiti della sua vita saresti disposto lo stesso a dargli una mano?”
“Non so…cioé dovrebbe dimostratmi che crede in me anche se non sposa in pieno la mia ottica…”
“Come potrebbe farlo? Puoi suggerirgli qualcosa, fargli una richiesta?”
“Intanto potrebbe cominciare ad assumersi la responsabilità della sua vita. Pensare alle cose concrete, dedicare parte della giornata a far crescere il suo lavoro, a potenziare le sue capacità lavorative. E poi dovrebbe farsi rispettare. Tirare fuori le palle ed affrontare le persone che gli mancano rispetto. Francamente la sua gentilezza mi ha rotto le scatole, dovrebbe avere piú a cuore la sua dignità. Buono sí, ma fesso no.”
“Carina quest’ultima affermazione. Dove l’hai imparata?”
“Pare che la ripetesse spesso suo nonno.”
“Ti sei ispirato a lui per formare il tuo pensiero e il tuo modo di essere?”
“Sí, anche se Arsenio non l’ha mai conosciuto. É morto prima che lui nascesse. Ma mi sono formato sulla base dei racconti che ha ascoltato da bambino su di lui.”
“Arsenio ammira suo nonno?”
Sí, credo. Porta anche il suo nome…”
Tornato al centro provo una sensazione familiare. Quella che provo quando qualcosa ha fatto breccia nel mio animo.
“Hai sentito che ha detto il tuo patriarca? Si é ispirato a tuo nonno. Ha detto che lo ammiri. Potresti portare la sua qualità nel mondo. Ricordi? Cosa potrebbe succedere se usassi una dose omeopatica di quell’energia?”
“Probabilmente renderei onore al nome che porto.”
“Già. Hai lo stesso nome di tuo nonno.”
“Solo il nome per ora. Potrei portare molto altro…”
I nostri sé vanno sempre onorati ed accolti. Dietro le loro storie si nascondono altre storie di vita, quelle di coloro che ci hanno preceduto. E se accogliamo e rispettiamo il nostro passato costruiamo solide basi per il nostro futuro. Per coloro che seguiranno. Siamo artefici del nostro destino se sappiamo trarre un insegnamento da ciò che é stato e riusciamo a trasformarlo in ciò che potrebbe essere.

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