Qualche anno fa uscì nelle sale cinematografiche un bellissimo film del compianto regista Ermanno Olmi intitolato “centochiodi”. Esso narra la storia di un docente universitario interpretato dal modello e attore israeliano Raz Degan che decide di abbandonare la vita accademica e sacrificare il suo amore per la cultura per dedicarsi ad una vita semplice, condotta sulle rive del fiume Po, dove impara la lentezza ed a vivere in contatto con la natura, ripulendo la sua vita dalle trappole dell’intellettualismo e dell’arroganza che può celarsi dietro la sete di cultura. La decisione è accompagnata da un gesto, plateale e simbolico, con cui l’uomo crocifigge un centinaio di preziosi libri della biblioteca universitaria di Bologna, infilzandoli con dei chiodi a rappresentare metaforicamente una crocifissione.

Ben presto il protagonista riscoprirà il piacere della vita e in particolare delle relazioni, stringendo amicizia con i membri della piccola comunità locale con cui si mette in contatto.

Alla sua uscita questo film generò aspre polemiche in quanto fu accusato di sminuire l’importanza e il valore della cultura. In un’epoca in cui la mancanza di passione per la letteratura, per i libri e la lettura viene indicata come una delle principali cause di decadenza della nostra società sembrava una bestemmia elogiare un comportamento volto a svilire e svalutare l’importanza dell’arricchimento culturale e dello studio. Il regista si difese dalle critiche spiegando che per lui “nessun libro potrà essere più importante di un caffè con un amico”. Come dire che le critiche sono dovute al fatto che il messaggio del film è stato frainteso. “Centochiodi” non è un film contro la cultura, ma un elogio del potere delle relazioni. Non possiamo pensare di essere felici se non dedichiamo buona parte della nostra giornata al compito di coltivare buone relazioni, siano esse d’amicizia, familiari o sentimentali. Possiamo sforzarci di ricercare il significato della nostra esistenza nel lavoro, denaro, successo personale o professionale ma la verità è che saremo sempre dei poveri infelici se siamo soli. Uno studio dell’Università di Harvard che va avanti ininterrottamente dal 1938 ha confermato questa teoria. Durante questi ottant’anni i ricercatori del reparto di psicologia e psicoterapia dell’ateneo hanno condotto interviste a migliaia di studenti universitari per chiedergli cosa fosse per loro la felicità. Queste persone sono state continuamente intervistate nel corso degli anni, anche dopo la laurea, e i risultati delle analisi condotte hanno fatto concludere che le persone risultate più felici, che si sentivano maggiormente appagate e soddisfatte della qualità della loro esistenza, erano quelle che avevano una buona e sana rete di relazioni. Niente ripaga come un gesto d’affetto, una parola d’incoraggiamento, un sorriso o una risata di una persona a noi cara.

Ovviamente non conta solo la quantità ma anche la qualità delle relazioni. Si può essere soli in mezzo ad una folla o rimanere in una relazione ormai morta soltanto per paura della solitudine o per mantenere viva una rassicurante routine. Le relazioni sono una sfida, pertanto vanno ravvivate e coltivate costantemente.

Provate anche voi. Terminate una giornata impegnativa, ricca di eventi, prendendo una birra con un amico. Il giorno dopo ripensate alla giornata prevedente e fate caso a quale sia stato l’evento più significativo, che vi ha lasciato le emozioni e le sensazioni maggiormente positive. Scommetto cbe rimarrete stupiti della conclusione a cui giungerete.

È proprio vero che le cure dell’anima migliori vengono dalle cose più semplici.

 

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