Un amico mi raccontò una storia: durante un viaggio in Giappone ebbe la possibilità di effettuare una gita sul monte Fuji. Era accompagnato da una guida locale, a cui chiese di poter fare un tragitto diverso da quello ordinario, voleva perdersi lungo sentieri più avventurosi e impervi. La guida lo accontentò e si incamminarono per raggiungere la vetta. Con suo sommo stupore il mio amico si trovò davanti un panorama desolante. Il sentiero era cosparso di rifiuti e immondizia di ogni genere, e chiese come fosse possibile. Era rimasto colpito dall’ordine e la pulizia che aveva trovato lungo le strade e nelle case di grandi città come Tokyo e Kyoto, e ora che sperava di potere esplorare una natura incontaminata e selvaggia si trovava a dover testimoniare una situazione di degrado e inciviltà che non credeva di trovare in un paese rigoroso come il Giappone. La guida gli spiegò che la cultura giapponese è la cultura dell’onore, nel paese in cui è nato il bushido, il codice dei samurai, la gente sarebbe disposta a morire piuttosto che sperimentare il disonore e infatti è ben nota la pratica del seppuku, il suicidio rituale, con cui i guerrieri giapponesi erano soliti darsi la morte pur di mantenere la dignità del proprio nome se erano stati sconfitti in duello oppure erano stati accusati di tradimento o codardia dal loro signore. La conseguenza di questo modo di pensare ha portato la cultura giapponese a vivere nel terrore della vergogna, gli abitanti del sol levante vivono costantemente con l’ansia di dimostrare la loro impeccabilità ed efficienza all’interno della società. Lavorano instancabilmente e impeccabilmente, dallo spazzino al dirigente aziendale danno tutti il massimo nel rispetto di un dovere morale e sociale che fa pretendere performance altissime ad ogni livello. Ovviamente questa mentalità presenta il rovescio della medaglia in quanto questa eccessiva forma di controllo è causa di stress, i giapponesi hanno bisogno di canalizzare certe energie represse per cui quando sono lontani da occhi indiscreti e non devono temere il giudizio altrui si lasciano andare a comportamenti incivili, sfogano con la maleducazione e l’inciviltà il bisogno di lasciare andare il controllo e alleggerirsi dal peso della vita quotidiana. Il senso di vergogna, che funge da deterrente e forma di controllo sulle masse all’interno del paese del sol levante, si trasforma così in un’arma a doppio taglio, portando i cittadini giapponesi a rimbalzare da un estremo all’altro, in un’altalena  di comportamenti contrastanti e contraddittori.

Questo aneddoto estremo è abbastanza esemplificativo della pesantezza e distruttività che può derivare dal sentimento di vergogna. Se cerchiamo di vivere unicamente allo scopo di compiacere gli altri, schiavi del timore del giudizio altrui, diventiamo preda di un automatismo pericoloso in cui rischiamo di finire schiacciati tra l’incudine e il martello, tra la passività e la rassegnazione che ci domina quando sentiamo di aver sbagliato qualcosa agli occhi degli altri e l’eccessivo controllo che abbiamo su noi stessi pur di non provare la scomoda sensazione di aver fatto qualcosa che non va. Rischiamo di macchiarci del crimine più pesante che si possa commettere contro noi stessi: non ci ascoltiamo, non capiamo di cosa abbiamo realmente bisogno, diventiamo prigionieri della terribile illusione che la pace interiore esista solo tramite l’accettazione da parte dell’altro, un’accettazione che dipende da ciò che io “faccio” e “dimostro”, non da ciò che ” sono”. L’apparenza trionfa cosí sulla sostanza ed è un po come vendersi l’anima al diavolo, si scende a compromessi infernali pur di difendere la propria reputazione, si tollera il silenzio e l’omertà su un crimine, le donne vittime di violenza e di abusi giungono a non denunciare i loro carnefici pur di non provare quella vergogna che infangherebbe i loro nomi e segnerebbe le loro vite. Eppure c’è un prezzo da pagare, l’anima cosi violentata nella sua dignità grida vendetta e può succedere che l’uomo getti la maschera rivelando quanta lordura é nascosta dentro al suo animo, sfogando rabbia e frustrazione accumulate da tempo immemore, facendone ammalare e corrompendone il corpo e l’anima.

Quanta libertà può guadagnarsi chi si libera dalle catene della vergogna? Quanti benefici può avere chi sa stare tra gli opposti e dare voce con consapevolezza e leggerezza a tutte le sue parti, mettendo al primo posto le proprie esigenze e la propria vita senza preoccuparsi degli altri?

Insieme al prossimo ci devo convivere, ma devo accettare lui per ciò che è ed essere accettato a mia volta per ciò che sono. Per i miei pregi, ma anche per i limiti e difetti. Per la luce che emanò, ma anche per la mia ombra. Per la mia umanità vera e reale.

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