Ci si abitua a tutto, ai ricordi, alle menzogne, ai rimpianti.
Ci si abitua alle proprie prigioni, catene e lucchetti che attanagliano e stringono il petto, strozzando anche l’ultimo urlo disperato, embrione di una richiesta di aiuto che mai avremo il coraggio di rivolgere.
Ci si abitua alle mancanze, assenze e privazioni di umano affetto, lutto e ferita non voluto eppur da noi causato, proiettando i fantasmi della nostra mente su chi tendeva verso noi la sua amichevole mano, ma noi non la vedevamo.
Ci si abitua alla fine dei sogni, disillusione su un futuro migliore che non riusciamo a proteggere dagli incalzi del passato.
Ci si abitua alle tempeste, alla noia, ai dubbi e alle incertezze, brandelli di carne che abbiamo strappato all’amor proprio dubitando di continuo sul nostro merito di stare al mondo, cosí vediamo nello sguardo del prossimo ciò che noi in realtà vediamo in noi stessi.
Ci si abitua al destino, questa seconda pelle che non strappi via perché manca il calore nella tua esistenza a far scivolare via il troppo che é in te.
Ci si abitua alle cicatrici, le vedi e non impari, dannazione non impari, perché l’abitudine porta via l’insegnamento, la presenza, l’esperienza, il ricordo di un momento che ha lasciato il segno ma tu non lo vedi, perché ti abitui.
Ci si abitua alla vita, un vecchio con i capelli bianchi e gli occhi ardenti che ti rimprovera di non averla vissuta abbastanza.
Ci si abitua alla scomparsa dei sospiri, delle emozioni che mozzano il fiato, alla costanza del nodo alla gola e del macigno sul petto.
Ci si abitua al pensiero di non avere vissuto la vita che avresti voluto vivere.
Ci si abitua a dire e pensare “è andata così,” non pensando a quanto ciò ingigantisca il nodo e il macigno…
Eppure ci si abitua anche alla speranza, a non smettere di sperare.
Ci si abitua ad alimentare quel barlume che ancora gli occhi apre, fa alzare e spinge ad andare.

Cos’é l’abitudine? É un automatismo, un meccanismo di sopravvivenza che abbiamo sviluppato per sopravvivere nel mondo. Le abitudini sono schematismi, routine, suddivisione della giornata secondo determinati ritmi e modalità. Col passare del tempo, e la consolidazione di certi ritmi dell’esistenza, si finisce per sviluppare anche “un’abitudine delle emozioni”. Le azioni abitudinarie portano al tedio, alla routine, l’anestesia dei sentimenti, fino all’automatismo dell’assenza dal vivere, ci si estrania dal momento presente, il qui ed ora é solo un involucro vuoto in cui muoversi meccanicamente. Occupiamo spazio, agiamo, respiriamo. Ma é come non esserci. Provate a guardare negli occhi una persona mentre é inpegnata in una sua faccenda abitudinaria. Non rifletteranno nessuna emozione, come pezzi di vetro opachi incastonati su un volto neutro, anestetizzato alle emozioni e alla vita. In quel momento quella persona non é realmente lí con voi. Avete davanti il suo corpo, ma la sua mente, la sua anima, non c’é. Sta viaggiando nel passato, persa tra rimpianti e ricordi, o verso il futuro, schiacciata da ansie e preoccupazioni.
I napoletani dicono ” tengo pensieri” per esprimere che sono preoccupati da qualcosa. Penso che questa espressione gergale, frutto di una saggezza popolare derivante dall’esperienza,dalla vita vera assaporata,osservata e sperimentata nel suo concreto divenire, renda molto bene la situazione di chi, perso nei suoi pensieri tra passato e futuro, succube di ansie e preoccupazioni astratte e intangibili, si dimentichi di vivere l’attimo presente. Il vivere diventa cosí un “vedersi vivere”, un sopravvivere che fa morire dentro, sottrae sogni, prosciuga la linfa vitale, fa perdere la magia e l’emozione di un paesaggio sfolgorante, il sorriso di una bella ragazza sconosciuta che incrocia il tuo sguardo per strada, il calore dei raggi del sole sulla pelle, i suoni della natura col suo ritmo armonico onnipresente nell’eterno flusso della vita, il canto delle cicale in un caldo pomeriggio d’estate…
Perdiamo l’innocenza, la purezza che ci contraddistingue da bambini, quando il nostro sguardo sul mondo é incontaminato e riusciamo a vedere la magia nell’ambiente che ci circonda. Il bambino, prima che venga attanagliato nelle maglie dell’educazione, é libero, esprime il proprio essere fuori dai rigidi schemi del mondo circostante. Un bambino libero di esprimersi non si fa incatenare dagli automatismi e dalle abitudini, scende dal letto la mattina compiendo un balzo oppure scende da un altro lato del letto, gira per le strade e sorride a tutti, vorrebbe fare un’altra strada per compiere il tragitto per tornare a casa perché gli piace esplorare, conoscere, é curioso, intraprendente. É vivo. É questa purezza di sguardo che dovremmo cercare di recuperare, riappropriarci della sensibilità del nostro bambino interiore e guardare il mondo con i suoi occhi, da una prospettiva magica e libera.
E, come genitori, educatori, parenti e mentori dei bambini, dovremmo ricordarci che il piú importante insegnamento che possiamo donare, é quello di essere liberi. Liberi di esprimere la loro energia vitale, la loro creatività naturale, la loro sete di conoscenza.
L’altro giorno ero in piazza del Campo a Siena, la città dove vivo. Ero seduto all’interno del conchiglione che delinea la piazza a leggere un libro, come é mia abitudine fare ogni volta che ho un pò di tempo libero. D’un tratto un bambino di circa 6 anni di età si é avvicinato a me, mi ha sorriso e ha cominciato a corrermi intorno. Poi si é inginocchiato e si é mosso a quattro zampe per la piazza, nel tentativo di imitare grottescamente un animale, con tanto di verso incomprensibile. Io osservavo divertito quella scena, sorridevo al bambino ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano, lo incoraggiavo a continuare. Ad un tratto un adulto, probabilmente un genitore, si é avvicinato e gli ha tirato uno schiaffo, imponendogli di alzarsi in piedi.
“Cosí non si fa!” gli ha urlato, “le bestie cammino a quattro zampe. Vuoi essere una bestia? Stai in piedi!”
Allibito dalla scena, non ho trovato la forza di intervenire. Avrei voluto parlare a quel signore e fargli capire quale forma di violenza inaudita avesse appena commesso. Aveva soffocato l’impulso vitale, l’istinto di libertà, l’espressione creativa di quel bambino. Mentre si allontanava, trascinato per mano dall’adulto, il bambino si é voltato per guardarmi un’ultima volta. Con orrore ho constatato che il suo sguardo era vuoto, assente. I suoi occhi mi attrraversavano come se fossi invisibile. Erano rivolti altrove, come quelli di un adulto che “tiene pensieri” e non è presente.

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