Il massacro del Circeo è un fatto di cronaca nera tristemente famoso per la brutalità degli eventi che lo hanno caratterizzato. Tre ragazzi della Roma bene, Angelo Izzo, Andrea Ghira e Giovanni Guido, adescarono due ragazze, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, le convinsero a seguirli con il pretesto di condurle ad una festa e invece le portarono in un luogo appartato dove fu consumata una violenza atroce, orrenda e agghiacciante nei confronti delle due malcapitate. Seviziate, torturate e ripetutamente violentate dal trio di delinquenti che infine causarono la morte per asfissia della Lopez mentre la Colasanti sopravvisse grazie alla sua astuzia, fingendosi morta e venendo rinchiusa nel bagagliaio di un’auto che venne poi abbandonata nel quartiere Trieste. I suoi gemiti attirarono l’attenzione dei passanti che dopo aver forzato la portiera si trovarono davanti ad una raccapricciante scena: il corpo privo di vita della Lopez e quello martoriato della Colasanti che giacevano nel portabagagli.

Le forze dell’ordine diedero inizio ad una caccia all’uomo che si concluse con l’individuazione e l’arresto di Angelo Izzo e Giovanni Guido, mentre Andrea Ghira riuscì a sfuggire alla cattura. Nessuno avrà più sue notizie e ancora oggi risulta latitante.

In seguito si aprì il processo contro Izzo e Guido, il primo in Italia in cui fu concesso ad una associazione femminista di costituirsi parte civile. Verrà ricordato negli anni anche per la violenza verbale perpetrata dagli avvocati della difesa contro la Lopez e la Colasanti, un’arringa che sconvolse e indignò l’opinione pubblica. Le due malcapitate vennero sostanzialmente accusate di “essersela cercata” in quanto ragazze dai “facili costumi” che col loro “comportamento provocatorio” avevano attirato le attenzioni di Guido, Izzo e Ghira, risvegliandone malsani impulsi. Il gioco della difesa era orientato a far ricadere la responsabilità delle violenze sulle vittime anziché sui carnefici, gli avvocati cercarono di convincere che la vera imputata per quei sinistri fatti doveva essere la Colasanti e i tre imputati per i fatti del Circeo erano in realtà semplicemente stati attirati in una trappola, manipolati e sfruttati dalle due novelle Arpie.

Dichiarazioni tristemente famose, passate alla storia come l’emblema della mentalità patriarcale italiana che tende a giustificare sempre l’uomo per i comportamenti aggressivi nei confronti della donna. Se non altro quegli avvocati hanno avuto il merito di dichiarare apertamente ciò che una parte degli italiani pensa su certe vicende ma non ha il coraggio di dichiarare pubblicamente. Ancora oggi se giunge notizia di una violenza sessuale si sente emergere un pensiero fastidioso ed invasivo, lo leggi sui volti di talune persone, i loro occhi comunicano quello stesso messaggio ombroso ed inquietante trasmesso dai difensori di Izzo e Guido: “Sì, però…cosa ha fatto la donna per meritarselo? Come era vestita? Come si è comportata? Perché si è fidata seguendo il suo aguzzino nel luogo in cui si è consumata la violenza?”

Domande che non hanno l’ambizione di far scattare un ragionamento che consenta di “capire”, individuare cause e motivi all’origine di un evento così sconvolgente, ma hanno il solo scopo di “giustificare” ciò che è ingiustificabile, testimonianza di convinzioni fin troppo radicate all’interno della nostra società dove si giunge a negare l’evidenza pur di non far crollare i pilastri di certezze che reggono l’impalcatura della nostra vita quotidiana. Mettere in discussione è difficile, a volte può essere doloroso, cercare il nuovo spaventa, è faticoso, apre la porta a scenari nebulosi ed incerti, e allora è meglio restare ancorati a quelle convinzioni con le unghie e con i denti, cullarsi in quella pigra e confortevole staticità, una zona di comfort che dona una apparente e rassicurante stabilità alla nostra vita.

Poco importa se qualcuno si fa male, la mia sicurezza vale un sacrificio, in fondo non mi riguarda, quell’evento non intacca la mia sfera personale e i miei affetti, sono problemi altrui, non posso mica preoccuparmene io!

Una logica devastante,che crea egoismo e divisione, Io separato dagli altri, impegnato solo a curare il mio orticello. Un ragionamento alla base dei conflitti, che alimenta un pensiero di diversità e disuguaglianza che pone le cause per effetti deleteri per la società e il bene comune. Un pensiero che è all’origine della decisione di molte donne vittime di stupro di non denunciare gli autori delle violenze, di mantenere il segreto sulla vicenda con rassegnazione e passività, consapevoli dell’esistenza di un sistema di valori distorto che potrebbe identificarle come colpevoli anziché vittime.

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