“Scusami se dico o faccio qualcosa di inconsueto ma sono sballato. Mi hanno dato la marijuana e non ci capisco niente. Non so neanche distinguere tra sogno e realtà, se sei veramente qui o sto solo sognando.”

Ho incontrato Cristiano casualmente in ospedale, durante un turno di volontariato. Non sapevo che fosse ricoverato in quel reparto, me lo sono trovato davanti casualmente e inaspettatamente. È stata l’ultima volta in cui l’ho visto, stava terminando i suoi giorni in un letto d’ospedale a causa di un tumore al fegato con metastasi alle ossa che se l’è portato via in pochi mesi. Un periodo di lotta contro un male invincibile, che andava in un’unica direzione possibile, la sua dipartita al termine di un processo lento e inesorabile che ne ha corroso il corpo, consumato le membra. Ma non ne ha minimamente intaccato l’anima. Cristiano è stato un grande esempio di vita per il modo in cui ha affrontato le due maggiori sofferenze a cui l’essere umano possa andare incontro, la malattia e la morte. Con il sorriso sulle labbra, con coraggio e determinazione. Cristiano ha vinto. Se ne è andato da vincitore, è sceso dal palcoscenico della vita con dignità, lasciando un grande incoraggiamento e un messaggio di speranza in chi ha avuto l’onore di conoscerlo, parlarci, sostenerlo e frequentarlo fino all’ultimo suo istante di vita.

La sua lotta e in fondo anche la sua persona, il suo modo di essere, è tutta lì, in quella frase che ho riportato all’inizio dell’articolo. Un corpo devastato dalla malattia, una mente annebbiata dalle sostanze stupefacenti che gli somministravano per ridurgli il dolore. E nonostante ciò trovò la forza di accogliermi con un sorriso, di ridere e scherzare della sua condizione, di incoraggiarmi quando vide che avevo le lacrime agli occhi. Quando penso a Cristiano, inevitabilmente penso a quell’evento emblematico, alle sensazioni che mi ha lasciato, alle emozioni che ho provato. E non posso fare a meno di provare gratitudine per il grande insegnamento di vita che ne ho ricevuto: non esiste sofferenza che non possa essere superata. Anche il più atroce dei supplizi, la sofferenza più grande che possiamo sperimentare può diventare un’occasione, una sfida, un’opportunità. Cristiano era buddista e ha colto l’occasione offertagli dalla sua malattia per trasmettere un messaggio a coloro con cui entrava in relazione, ai suoi familiari, amici e parenti, un incoraggiamento, un esempio da seguire. Cogliete ogni occasione che la vita vi porge per creare valore, affrontate ogni situazione della vita come se fosse una missione. Non possiamo decidere cosa ci succederà, non possiamo avere controllo sugli eventi. Possiamo però senza dubbio scegliere come reagire, quali azioni intraprendere e lo stato d’animo con cui affrontare quella prova. L’ideogramma cinese che vuol dire “pericolo” significa anche “opportunità” e Cristiano l’ha colta in pieno, lasciando a chi è rimasto in questo mondo il ricordo di una persona forte, saggia, coraggiosa. Nel periodo della malattia ha incontrato diverse persone, ha parlato, ha ascoltato, ha sostenuto e ha spronato ad andare avanti. Ha invitato le persone a salvare sé stessi, ad assumersi la responsabilità della propria vita.

“Guarda me, sono bloccato in casa senza possibilità di muovermi, sono dimagrito, non riesco neanche a fare i miei bisogni da solo, faccio fatica anche a stare seduto in poltrona. Sto morendo. A breve me ne andrò, questo lo so bene. Eppure il mio spirito è indomito e più vivo che mai. Quale sofferenza mi porti che sia peggiore della mia condizione? Quale sofferenza talmente profonda da non poter essere sradicata? Quale problema irrisolvibile, difficoltà insormontabile o guaio incontenibile sta attanagliando la sua vita?”

I suoi occhi ardenti, vispi e profondi sembravano comunicare questo messaggio. Invitavano le persone a riflettere con umiltà e dignità, a non lamentarsi e a non perdere la speranza, a proseguire lungo il cammino della vita a testa alta, con fierezza.

Può darsi che all’esterno non cambi nulla, ma non è lì che deve avvenire il cambiamento. La vera trasformazione è quella che avviene all’interno, che ci permette di cambiare prospettiva sugli eventi. Di vederli con occhi nuovi. È così che la causa di sofferenza, pur rimanendo, cessa di produrre i suoi effetti negativi. Perché ci siamo spostati per osservarla da un altro punto di vista.

La persona amata ci lascia, non tornerà da noi. Il rapporto conflittuale con i genitori si protrarrà ancora a lungo, gli esami universitari rimarranno una croce, probabilmente non sarò mai un genio. Non siamo ancora riusciti a trovare l’amore, la persona giusta sta tardando ad arrivare e sembriamo condannate alla solitudine. Epppure tutto ciò non farà più male. O forse sì, ma farà meno male. Perché quel dolore sarà il combustibile per alimentare il desiderio di superare quella sofferenza. E di vivere ogni crisi come un’opportunità.

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