Quante volte, nel corso della nostra vita, ci capita di provare il desiderio di aiutare il prossimo? Magari un amico in difficoltà, un parente, un familiare oppure, per coloro più magnanimi e altruisti, un semplice passante, uno sconosciuto incontrato per caso, fortuitamente. L’atteggiamento più diffuso, riflesso del contesto sociale e culturale in cui viviamo, è quello “salvifico”. L’occidente con educazione a carattere cristiano-cattolico parte dal presupposto del peccato originale, accompagnato dal senso di predestinazione alla dannazione eterna, da cui solo il sacrificio del ” Salvatore” può liberarci. La nostra salvezza viene dunque delegata all’esterno, non dipende da noi, dalle nostre scelte, ma dalla compassione e dall’amore di un essere superiore, che si assume la responsabilità di “farlo per noi.” Di vivere le sofferenze, gli sforzi e le lotte al posto nostro

Questo tipo di cultura ed educazione diffusa nella nostra società si ripercuote inevitabilmente nelle relazioni umane, in particolare nel momento in cui una delle parti che interagiscono attraversa un momento di difficoltà e sofferenza che attiva la cd. “Relazione d’aiuto”. Ma cosa vuol dire aiutare? L’automatismo inconscio derivante dal nostro background culturale ci porta inevitabilmente a ricreare il binomio “Vittima-salvatore”, proviamo pietismo (non compassione) per chi sta attraversando un momento di difficoltà, sentiamo solo la sua sofferenza e percepiamo la passività inerme che sta sperimentando chi prova quel dolore. Qualcosa dentro di noi formula il pensiero ” io ti salverò”, proiettiamo nella relazione con l’altro il rapporto tra peccatore e salvatore che abbiamo appreso da bambini, ci rivediamo in quell’essere inerme e sofferente che è davanti a noi e ripetiamo la dinamica dell’anima tra la fragile e indifesa vittima e l’Onnipotente, amorevole salvatore. Ci eleviamo, creiamo distacco, giudichiamo. “Lo faccio al posto tuo”, ovvero lo deresponsabilizzo. Cioè, dò consigli, suggerimenti su ciò che potrebbe o dovrebbe fare. ” Dovresti fare questo o quest’altro”. Oppure mi arrogo il diritto di credere che andrà tutto bene, gli comunico la mia fiducia che tutto si risolverà per il meglio, sebbene i fatti oggettivi non suggeriscano questa conclusione. Quasi fossimo dei veggenti e sapessimo leggere il futuro, o avessimo la capacità di richiamare forze superiori, un “deus ex macchina” che scenda tra noi a risolvere il problema.

Un atteggiamento del genere genera distacco, nasconde la presunzione di sentirsi superiore all’altro e soprattutto il pregiudizio di ritenerlo debole e incapace. Non riusciamo a vedere la risorsa in lui, il potenziale per cavarsela da solo e superare la sofferenza. Quella che nasce con presupposti nobili si rivela una relazione controproducente, la persona che sta affrontando la difficoltà verrà sottratta completamente del senso di responsabilità e della consapevolezza delle proprie risorse, finendo per sentirsi sempre più debole ed incapace. Le azioni svolte su suggerimento altrui risulteranno prive di efficacia in quanto svolte senza alcuna convinzione e fiducia nelle proprie capacità. Egli è un semplice esecutore, manovalanza a basso costo nel lavoro che è la vita, con le sue sfide quotidiane, le sofferenze e le lotte che ci richiede. Queste azioni saranno così, inevitabilmente, prive di efficacia.

Qual’è dunque l’atteggiamento migliore da tenere nei confronti di coloro che soffrono?

L’elemento necessario da cui partire per instaurare una relazione d’aiuto sana è innanzitutto quello di sforzarsi di “vedere” che l’altro è dotato della risorsa per superare quella difficoltà. Ognuno è dotato di questa facoltà e dobbiamo esserne convinti fino in fondo se vogliamo davvero aiutare qualcuno che sta male. Il passo successivo è quello di far sí che sia anche la persona che stiamo aiutando a vedere quella risorsa. Non basta dirgli “io so che puoi farcela, perché lo vedo, anche se tu non ci riesci.” Bisogna mostrargliela, guidarla verso essa. Come fare? Attraverso le “domande aperte”. Astenendoci da qualsiasi consiglio, giudizio o valutazione su ciò che la persona ha fatto, sta facendo o dovrebbe fare, il nostro contributo alla sua causa dovrebbe limitarsi a formulare una serie di domande specifiche che conducano l’individuo a ragionare, riflettere, studiare strategie, valutare opzioni.

Cosa si intende per domande aperte?

Sono quelle domande che richiedono risposte di tipo descrittivo, favorendo così l’aumento della consapevolezza da parte della persona che risponde. Le domande chiuse, al contrario, impediscono elaborazioni accurate e il sì o il no della risposta sbarra la porta a un’ulteriore elaborazione dei particolari.

Tra le domande aperte quelle che si rivelano più efficaci per aumentare la consapevolezza e il senso di responsabilità sono quelle che iniziano con parole (quando,che cosa, cchi, con chi, quanto,ecc.) che cercano di quantificare o evidenziare i fatti, mentre bisognerebbe sempre evitare di fare domande che prevedano l’utilizzo del ” perché ” e del “come” in quanto queste parole implicano spesso un giudizio critico, spingono al pensiero analitico e possono quindi risultare controproducenti.

Premesso tutto questo si evince che il senso di porre domande non risiede tanto nel raccogliere informazioni, come è consuetudine fare, che possano servire per dare un consiglio o suggerire una soluzione a qualcuno. Il senso delle domande è quello di far sì che sia l’interlocutore, colui che risponde, a ricevere le informazioni necessarie. Le domande giuste, alimentando la consapevolezza, consentiranno di far emergere naturalmente la soluzione. Che verrà fuori dalla persona stessa. Chi ascolta non fa altro che “facilitare” un processo di emersione della consapevolezza, delle risorse e potenzialità, e della responsabilità della propria vita, di cui tutti siamo potenzialmente dotati.

Chi formula domande, quindi, non raccoglie informazioni. Le risposte servono per indicare quali debbano essere le domande successive, il cammino da seguire.

Fare domande può essere un’arte, che va studiata ed approfondita, così da rendere questa capacità sempre più utile ed efficace.

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