La montagna è contatto con la natura. La montagna è silenzio, cammino, salita, una vetta da raggiungere. La montagna è sfida. Quante volte, metaforicamente, abbiamo sentito parlare della “montagna da scalare” per indicare una situazione esistenziale difficile, provante? In un determinato momento della nostra vita possiamo sentire che il sentiero diventi impervio, faticoso, denso di ostacoli come un passaggio roccioso scosceso, stretto e difficoltoso da attraversare. E davanti a quel sentiero possiamo decidere che è meglio girare i tacchi e tornare indietro, magari temporeggiare nei boschi ai piedi della montagna, vegetare lì, aspettando che succeda qualcosa, che arrivi un segnale ad indicarci la strada giusta da seguire. Spesso non succede nulla, così restiamo in attesa per mesi, forse anni, lasciandoci sfuggire continuamente l’occasione di compiere quel balzo vitale che ci consentirebbe di proseguire il nostro cammino

Oppure possiamo accettare la sfida, vediamo l’ostacolo, lo focalizziamo, respiriamo a pieni polmoni, riempiamo gli occhi e il cuore della voglia di vivere che ci permette di vedere ogni difficoltà come un’opportunità di crescita, per metterci alla prova e rivelare il nostro vero potenziale. La montagna si trasforma così da nemico ostile e impossibile da surclassare a rivale per cui portiamo rispetto, colui che ci permetterà di sfidare i nostri limiti. E dalla montagna possiamo ripartire, come in una sorta di palestra per allenarci a superare le difficoltà.

Da ragazzino ero obeso. Pesavo oltre un quintale,  fino all’età di 23 anni la mia vita era stata condizionata dal mio fisico, che influenzava i miei rapporti sociali, i miei studi e tutte le attività in cui cercavo di cimentarmi. Ero insicuro di me stesso e delle mie capacità, inibivo le mie azioni perché sentivo di non potercela fare, qualunque fosse il mio obiettivo. La mia obesità era un problema pervasivo, sentivo di essere sbagliato e inadeguato.

Fu allora che incontrai la montagna. Mi recai in una località vicino casa mia dove sorgeva una vetta di circa 700 metri. Per uno come me, quasi impossibilitato a muoversi e a fare sport a causa della sua obesità, era come scalare l’Everest.

Prima di partire guardai la cima del monte, strinsi i pugni ed espirai forte: “voglio arrivare lí'”, pensai. Non so quanti desideri misi in quel pensiero, la vetta da conquistare rappresentava tante cose per cui volevo sfidarmi, volevo recuperare fiducia in me stesso e sentire che ce la potevo fare. Ero in grado di raggiungere il mio traguardo. Volevo giungere a percepire questo in me.

La scalata fu difficile e pericolosa, il sentiero era irto di ostacoli e io non ero uno scalatore. Dovevo fermarmi di continuo per riposare, boccheggiavo e ansimavo, mi veniva da vomitare a causa dello sforzo fisico, d’un tratto fui anche tormentato dai crampi. Ma non tornai indietro. Fui tentato diverse volte, quando guardavo la vetta e mi appariva sempre più lontana, ma riuscii a non cedere alla parte più debole di me.

Infine giunsi sulla vetta, trascinandomi e ansimando. Dinanzi a me si apriva uno scenario meraviglioso, l’avevo conquistata la vetta, con il suo panorama roccioso, privo di vegetazione, che appariva ora meno minaccioso. Guardai la valle ai miei piedi, il mondo cominciava da quella vetta e io lo osservavo dall’alto, finalmente. Chiusi gli occhi. Respirai a pieni polmoni. Sorrisi a me stesso. Bellissimo.

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