Quando sentii parlare per la prima volta della mindfullness mi fu raccontata una storia per consentirmi di capire cosa fosse e a cosa servisse. La storia narrava di un signore francese che si recò in viaggio di affari in Crimea, nell’europa dell’est. Dopo aver svolto le sue commissioni decise di visitare un po’ quei luoghi e fra le tappe del suo viaggio vi fu un piccolo villaggio dell’entroterra, all’apparenza anonimo e insignificante. Il visitatore si ritrovò nel cimitero del paese e cominciò ad esaminare le lapidi, cercando di leggere i nomi in cirillico dei defunti e le date di nascita e di morte. Notò che accanto al nome era riportata anche l’età del defunto, e dopo aver esaminato diverse lapidi si rece conto che in quel cimitero erano sepolti solamente neonati e bambini. Nessun adulto, il più “vecchio” tra i defunti aveva 12 anni al momento della sua morte. Incuriosito, il viandante si recò in paese deciso ad indagare sul motivo per cui il cimitero fosse pieno di tombe di bambini, aveva ipotizzato che fosse il risultato di un’epidemia che negli anni precedenti aveva causato un’alta mortalità tra i più piccoli, tuttavia la spiegazione che venne data da un anziano pastore che aveva incontrato lungo il tragitto verso il villaggio era ben diversa da ciò che si era prefigurato: quelle tombe erano tutte per adulti, nessun bambino era sotterrato in quel cimitero.

“E allora perché è indicata un’età così giovane?” chiese sbigottito il viandante.

“E’ usanza nel nostro paese indicare soltanto gli anni che si ritiene il defunto abbia vissuto veramente nel corso della sua esistenza.”

“E come si fa a stabilire se un uomo ha vissuto veramente?”

“Valutando se è stato presente al suo presente.”

Tutti muoiono, ma non tutti vivono veramente. Questa emblematica frase viene attribuita a William Wallace nel celebre film di Mel Gibson “Braveheart”. Ed è il concetto espresso dalla storia del viandante francese, attraverso cui viene trasmesso un insegnamento importante, che dovrebbe spronare alla riflessione: siamo vivi nella misura in cui siamo consapevoli di vivere, siamo presenti nel   “qui ed ora” senza lasciar vagare la mente altrove. Pienamente concentrati su ciò che stiamo facendo con corpo, mente e cuore. Questo è in definitiva l’obiettivo della mindfullness, tecnica psicologica di meditazione sviluppatasi partendo dagli insegnamenti del Buddismo a partire dagli anni settanta ad opera di un medico statunitense, Jon Kabat-Zinn.

La mindfullness parte da un assunto abbastanza semplice e intuitivo: la mente umana è naturalmente predisposta al pensiero incontrollato e fuorviante, per cui siamo continuamente bombardati da immagini, suoni, voci interiori, emozioni e sensazioni che ci riportano al nostro passato o al nostro futuro. Persi tra il rammarico di ciò che fu e l’ansia per l’avvenire, ci dimentichiamo  di vivere il presente e dedicarci pienamente al singolo istante di vita che stiamo sperimentando. Il risultato sarà un aumento dell’ansia e della preoccupazione, i pensieri saranno sempre più incontrollati e la mente sempre più simile ad un cavallo imbizzarrito che procede a briglie sciolte arrecando danno e distruzione.

Per ovviare a questo problema la mindfullness propone una serie di tecniche che, nel lungo periodo, consentono di controllare la mente e gestire il flusso dei pensieri in maniera più consapevole, donandoci sempre maggiore presenza rispetto alle nostre azioni quotidiane. E’ una disciplina tanto efficace quanto semplice da praticare in quanto, a dispetto di altre discipline, può essere praticata da chiunque  e in qualsiasi momento. Una passeggiata in montagna, lavare i piatti, mangiare, cucinare, fare la doccia: ogni istante della giornata è utile per esercitarsi a controllare la mente, in quanto questo controllo si sviluppa predisponendosi ad una diversa esperienza sensoriale. I sensi sono un potente veicolo per accedere ad una nuova dimensione della consapevolezza, sono gli strumenti per allenare i muscoli interiori che ci permettono di imbrigliare la nostra mente e controllare i nostri pensieri. Uno degli esercizi basilari della mindfullness consiste nel portare tutta l’attenzione ad uno dei sensi per il maggiore lasso di tempo possibile. Ad esempio se stiamo camminando potremmo portare tutta la nostra attenzione al senso del tatto, sforzandoci di concentrarci sul contatto dei nostri piedi con il suolo. Se stiamo attenti, rallentiamo e ci concentriamo con calma su questa esperienza, dopo qualche istante ci rendiamo conto che la nostra percezione è cambiata, la nostra testa è più leggera, i pensieri si sono dileguati o sono meno invasivi. Se soffriamo di ansia ci rendiamo conto che si è affievolita, il petto è più leggero, il respiro più profondo e regolare. Pochi minuti al giorno di un esercizio simile sono sufficienti per cominciare a sviluppare un benessere duraturo e una presenza e consapevolezza impensabile prima di allora.

Ovviamente questa è solo una delle innumerevoli tecniche di mindfullness, ognuno può approfondire questa disciplina nella misura che ritiene più opportuna ed utile per la sua vita. Ciò che è certo è che le moderne scoperte delle neuroscienze stanno dando conferma della validità di questo strumento: la mente è responsabile delle condizioni psicofisiche di ogni individuo, uno sfruttamento consapevole di essa  fa sì che si creino delle reti neurali che consentano di riequilibrare qualunque stato psichico ed emotivo. La millenaria saggezza orientale ha incontrato la tecnologica conoscenza occidentale, dando vita ad un nuovo ed innovativo sapere.

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