Cari lettori, da oggi ha inizio un nuovo esperimento letterario, pubblicherò ogni settimana un capitolo di un mio nuovo romanzo. Anche stavolta vi proporrò un’ esperienza particolare, questo romanzo è frutto della mia passione per la scrittura, per il counseling e per il buddismo, che ho cercato di fondere in un’entità armonica, che spero lasci un segno, faccia riflettere. Che possa essere un’esperienza nuova, che dopo aver sollevato lo sguardo dalle righe possa sentire ancora il messaggio di questo testo che rimbomba tra i tuoi pensieri. Buon viaggio, viandante delle parole!

CAPITOLO 1

La notte avvolgeva la città. Il buio delle strade ci nascondeva e proteggeva mentre, furtivamente, ci muovevamo lungo vicoli secondari, incespicando ad ogni passo, sbattendo contro muri e vetrine come degli uccelli intrappolati in una rete che si dimenano per liberarsi, in preda al terrore.
L’alito ci puzzava di alcool e nelle orecchie rimbombava il rumore secco delle nostre risate, interrotte solo da qualche scarno commento o vacua osservazione.
D’un tratto non mi sentii bene, avevo bevuto quattro negroni praticamente a digiuno, non avevo messo quasi niente sotto i denti durante la cena e conseguentemente a tale superficialità e scelleratezza mi ritrovai a vomitare anche l’anima. I miei compagni di sbornia, Mario e Massimo, erano più allenati e, nonostante avessero bevuto quasi il doppio dei cocktail che io avevo consumato rimasero in piedi e, sebbene barcollanti, erano ancora vogliosi di continuare a far baldoria in qualche locale.
“Coraggio, ora passa” mi sussurrava Mario con un sorriso ebete stampato in volto mentre mi massaggiava la schiena e io rigettavo fino all’ultima goccia di gin misto a frammenti di salatini e noccioline. Sollevai la fronte imperlata di sudore e mi specchiai nella vetrata di un negozio. Nonostante la vista appannata riuscii a notare le fosse sotto agli occhi, lo sguardo spento che trapelava da una minuscola fessura lasciata dalle palpebre semichiuse e il colorito verde della pelle del mio volto che si intonava con quello della bile che avevo cominciato a rigettare con gli ultimi conati.
Quando ebbi terminato mi risollevai in posizione eretta, chiusi gli occhi ed espirai profondamente, tenendo il mento in alto. Mi tremavano le gambe, sudavo freddo e il cuore mi batteva all’impazzata.
“Ora va meglio. Possiamo andare” dissi, rispondendo allo sguardo enigmatico dei miei compagni.
“Forse è il caso di chiudere qui la serata” suggerì Massimo. “Sono le 2, ci abbiamo dato dentro per stasera e mi sembra che tu abbia bisogno di una doccia e di una bella dormita, amico.”
“Non dire stronzate! Ti ho detto che sto bene. Un’altra bevuta al Dana’s pub, dai.”
“Massi ha ragione, Giorgio. Cerca di essere ragionevole, domani abbiamo anche da lavorare. Andiamo a casa, che è tardi.”
“Offro io” dissi, mostrando due banconote da 20 euro e ciò basto a far svanire ogni traccia di preoccupazione o remora dai loro volti. Conoscevo troppo bene quei due beoni per non sapere quali fossero i loro punti deboli su cui far leva per ottenere ciò che volevo e dopo vari tentativi ero più che sicuro che sarebbero stati capaci di staccarsi una gamba in cambio di una bevuta gratis.
Arrivammo al locale e pagai un cuba libre per entrambi mentre io mi limitai ad un calice di vino bianco frizzante che bevvi con fatica. Avevo la nausea ma non potevo prendere una bevanda analcolica altrimenti mi sarei rovinato la reputazione con i miei amici. Dopo aver giocato a fare il duro e averli convinti a proseguire la serata quando loro volevano tornare a casa gli sarei sembrato una mammoletta se non avessi continuato a bere. Tuttavia, anche così, trovarono qualcosa da ridire. “Il vino bianco lo bevono le fiche, sei diventato finocchio per caso?” domandò sarcasticamente Mario che, dopo aver ruttato e riso sguaiatamente afferrò Massimo per un braccio e lo trascinò nel mezzo della sala a fare quattro salti al ritmo della musica house messa da un D.j. che smanettava da una postazione in un angolo del locale. Rimasi solo al bancone ad osservare e giudicare quei due miseri coglioni che cercavano maldestramente di rimorchiare qualsiasi esemplare di sesso femminile presente sulla pista da ballo ricevendo in cambio, come al solito, insulti e manifestazioni di disprezzo.
Avevo lo stomaco in subbuglio per cui ordinai una focaccia con prosciutto e formaggio per cercare di recuperare un po’ di forze e zittire i succhi gastrici che mi ribollivano nella pancia. Sbocconcellai a fatica metà della focaccia accompagnando ogni boccone con un sorso di vino per coprire il sapore ferroso del prosciutto cotto che forse non era della migliore qualità (oppure ero io ad avere i sensi troppo intorpiditi dalla sbornia per riuscire a giudicare se una pietanza fosse gustosa o meno).
Mi rullai una sigaretta con del tabacco golden Virginia e, prima che la accendessi, il barista mi fece notare che era proibito fumare in quella parte del locale e mi sarei dovuto spostare nella sala fumatori. Non posso dire con certezza che si fosse rivolto a me con tono scorbutico, tuttavia in quel momento ebbi il sentore che egli avesse alzato la voce e si fosse rivolto a me in modo poco amichevole, in ogni caso mi venne istintivo il gesto di scaraventargli in faccia il contenuto residuo del calice di vino.
“Modera il tono, con chi cazzo ti credi di parlare” gli dissi, puntandogli un dito contro e tenendo la sigaretta tra le labbra. L’ultima cosa che ricordo è il suo volto scavato nella roccia che in un millesimo di secondo diventò più duro, poi un primo piano delle nocche della sua mano destra. Quando riaprii gli occhi ero steso sul pavimento a faccia in su, poi sentii la presa di due mani possenti che mi sollevavano da terra, qualcuno mi colpì con una ginocchiata allo stomaco, poi quelle stesse mani attaccate a due braccia tatuate, gonfie come quelle di un giocatore di rugby, mi scaraventarono contro il bancone. Per non urtare con un fianco contro il bordo mi diedi una leggera spinta con la punta dei piedi e rotolai sulla superficie del bancone, rovinando sulla pedana dall’altro lato e urtando l’armadietto ricolmo di bottiglie di liquori e whisky, che piovvero dalle mensole fracassandosi intorno a me e versando tutto il loro prezioso contenuto sul pavimento. Una di esse mi cadde in testa, spaccandosi e ungendomi di rum dalla testa ai piedi.
“Ora le paghi tutte, figlio di puttana!” urlò il barista sollevandomi nuovamente da terra, pronto a farmi fare un altro volo. Poi vidi una pioggia di schegge di vetro che si materializzavano dietro la sua nuca, la sua presa si allentò e scivolò ai miei piedi, lasciandomi davanti agli occhi l’immagine di Massimo che teneva un braccio piegato verso il basso dietro di lui. Gli aveva fracassato un bicchiere in testa. Poi mi afferrò per un braccio e mi tirò via. “Forse è meglio se ce la squagliamo” suggerì.
“Ehi voi!” Due bestioni che avanzavano dalla porta principale ci sbarravano la via d’accesso all’uscita e, a giudicare dal modo con cui si tiravano su le maniche della camicia, erano pronti a menare le mani.
Mario indicò la porta dell’uscita di emergenza alle nostre spalle, ci fiondammo in quella direzione e un istante dopo eravamo in un vicolo buio e puzzolente sul retro del locale.
Corremmo via, poi dopo qualche centinaio di metri mi resi conto che ero troppo acciaccato e dolorante per proseguire, per cui mi fermai e sedetti sul marciapiede.
“Si può sapere che cazzo è successo?” chiese Mario, infuriato, intuendo che avessi fatto una cazzata. Poi notai il suo sguardo preoccupato che osservava un punto indefinito sulla sommità della mia testa. Mi concentrai su quel punto e sentii una sensazione fredda e umida, poi il rivolo di un liquido cominciò a colarmi lungo una tempia, su una guancia, fino al mento. Lo toccai con la punta delle dita, vidi che era rosso. Come il sangue. Un istante dopo persi i sensi.

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