In un futuro distopico non troppo lontano, l’Italia è sotto la spietata dittatura del “Cavaliere”.Salito al potere in un clima di oppressioni e persecuzioni verso il popolo, organizza ogni anno un contest letterario sotto forma di reality show, denominato “la battaglia delle parole”, dove 3 scrittori emergenti si sfidano a colpi di penna per soddisfare il bisogno di intrattenimento del Cavaliere; il vincitore avrà come premio un importante contratto con la migliore casa editrice della nazione.I tre sfidanti di questa edizione, tuttavia, si troveranno in mezzo a qualcosa di molto più grande di quello che si aspettavano. Tra di essi sorgerà un’inevitabile rivalità, ma anche un’inaspettata simpatia reciproca e un profondo sentimento di amicizia e alleanza.Allo stesso tempo, nell’ombra si prepara all’azione una misteriosa organizzazione sovversiva, che punta alla distruzione del regime.Sta per decidersi il futuro della nazione tra suspance e inaspettati colpi di scena.Quale sarà il destino dei partecipanti? Riusciranno i ribelli a liberare il paese o saranno sconfitti?

#estratto

9 Marzo,ore 09:37 L’auto si fermò davanti al portone del palazzo. La portiera dal lato del guidatore si aprì, permettendo alla ragazza di uscire dall’abitacolo. La figura minuta ed esile si mosse nervosamente sulle gradinate che conducevano all’ingresso della palazzina, quando un suono stridulo, quello di una voce severa e squillante, la costrinse ad arrestarsi. «Alt!» Si voltò alle sue spalle, osservando con inquietudine le due sagome che si avvicinavano.

«Signorina, è in contravvenzione» disse un agente della guardia locale, dall’aria burbera, accigliata, mentre già faceva scivolare all’infuori, da una sacca laterale che gli pendeva dalla cintura, il blocchetto delle multe. Il suo sguardo carico di scherno, preannunciava già l’atto di pregustare lo sfoggio di potere con cui arrecare una sanzione al cittadino reo di non aver rispettato una regola.

«Agente, cosa mi contesta?» chiese la ragazza, facendosi avanti. Teneva le mani intrecciate, posate in grembo, la voce pronta a incrinarsi in un pianto nervoso.

«La sua auto» disse l’agente, indicando il veicolo con la testa, senza nemmeno degnarsi di guardarla, «è priva della demarcazione col simbolo dell’area Q/1. Non può essere parcheggiata qui.»

«Ho fatto richiesta di domicilio nell’area il mese scorso» rispose la giovane, tirando fuori un certificato dalla borsa «il bollo di demarcazione non mi è ancora arrivato ma all’anagrafe mi hanno assicurato che questo documento è sufficiente ad accedere nella Q/1 e a far sostare il veicolo.» I due agenti esaminarono il foglio, di colore rosa, facendo scorrere i loro occhi sui caratteri dattiloscritti del documento, riconsegnadolo alla proprietaria dopo averlo piegato «Dobbiamo comunque farle la contravvenzione. Il documento autorizza al domicilio e alla sosta nell’area solo dalla 10:00 alle 20:00.» La donna guardò l’orologio che portava al polso: erano le 09.40.

«Vi prego» disse, si tratta solo di un anticipo di pochi minuti…»

«La legge è legge» rispose l’agente che aveva già iniziato a compilare il verbale, un ragazzo esile con un forte accento del Sud. I capelli ambrati davano un tocco d’incuria a quella figura altrimenti impeccabile. «Senza il rispetto ferreo delle nostre norme non saremmo mai diventati il grande paese che siamo. Favorisca un documento.»

La ragazza, sospirando, prese la sua carta d’identità e la porse all’agente. «Angelica Romanelli» disse, annuendo, dopo aver letto il nome impresso sul rettangolo plastificato, con la foto a mezzo busto della ragazza in cui risaltava il suo sguardo spento e triste. «Qualcosa da dichiarare? Motivo dell’accesso in orario non autorizzato nell’area?» chiese l’agente, continuando a scarabocchiare sul foglio del verbale.

«Venivo a trovare il mio fidanzato, che abita in questo palazzo» rispose Angelica.

«Nominativo?» Gli occhi di Angelica fiammeggiarono.

«Luca Moretti» rispose. La penna dell’agente si arrestò improvvisamente.

«Prego?» chiese, senza staccare gli occhi dal foglio. Angelica ripeté il nome e a quel punto i due agenti si scambiarono un’occhiata. «Questo cambia tutto» disse l’uomo, stracciando il foglio del verbale.

«Avrebbe potuto dirlo subito, non le avremmo fatto perdere tempo inutilmente. Vada pure, semmai esponga l’autorizzazione sul cruscotto dell’auto, per i colleghi che ci daranno il cambio a breve, così sapranno anche loro che il mezzo è in regola.»

Angelica inizialmente rimase attonita, poi un lampo nella mente la aiutò a intuire i motivi di quel cambiamento repentino nella condotta degli agenti.

«Avete saputo anche voi, dunque?»

«Signorina» disse il più anziano dei due, portandosi una mano al berretto in segno di saluto «non c’è una sola persona, credo, in questo paese che non sappia chi è Luca Moretti.»

«Ci faccia l’onore di fargli i nostri complimenti e ditegli che l’intero corpo di guardia locale tifa per lui.» «Ho letto tutti i suoi romanzi» disse il giovane, fremendo come un fan fuori dalla dimora del suo idolo. Contemplava il palazzo con un’eccitazione che doveva essere la stessa di un devoto davanti a un luogo di culto. «Quanto vorrei conoscerlo… » «Marco!» lo rimbrottò l’altro agente, «è quasi l’ora del cambio turno. Dobbiamo andare o ci beccheremo un’ammonizione. Rischiamo di arrivare in ritardo.»

«Già… ma io… oh, accidenti… saluti signorina… magari passerò con una copia di un suo libro per farmelo autografare… glielo può anticipare? Agente Marco Lucarini…» disse l’agente mentre inseguiva il suo collega per poi sparire quando all’incrocio svoltarono a sinistra. Dopo aver tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, Angelica riprese a salire la scalinata. Giunta davanti al portone, premette il pulsante del citofono. Un suono, simile a quello dei telefoni, emerse da un altoparlante, mentre due luci lampeggiavano ai lati dell’occhio di una telecamera incorporata nella pulsantiera. Ci fu un altro squillo andato a vuoto, il terzo invece fu troncato sul nascere. Una voce scheletrica, neutra, senza un filo di emozione come quella di un computer, emerse dall’alveare che copriva la cassa dell’altoparlante. «Angelica » disse, limitandosi ad attestare un dato di fatto. Non c’era gioia né delusione, in quel tono di voce.

«Apri, Luca» disse Angelica, tuttavia il portone rimase chiuso e silente. «Che cazzo fai?» chiese lei, alzando sensibilmente il suo tono di voce. «Non credo che sia il caso» rispose la voce, sempre più asettica. «Vuoi che butto giù il portone? Sai che ho rischiato anche una multa per venire qui? E adesso potrei prenderne un’altra per schiamazzi.» Ormai Angelica urlava ferocemente, preda di una rabbia incandescente che le ribolliva nelle viscere. «Sai cosa vuol dire questo, vero?»

«Angelica, ti prego… » la voce aveva assunto una nota di dolcezza, cedendo a una parvenza di umanità che intanto la stava inondando pian piano. «Mi affibbieranno una diffida urbana e dovrò lasciare la città. Nel peggiore dei casi, potrebbero mandarmi in un centro di riabilitazione. Vuoi questo?» Seguì un silenzio traballante come una sedia a cui manchi un piede. Poteva succedere tutto, e nulla. Infine si udì uno scatto, seguito da un cigolio di un braccio meccanico che fece spostare sui suoi cardini la pesante porta metallizzata. Angelica varcò la soglia, sparendo nella penombra dell’androne. Un frammento di luce, sottile come un foglio di carta posto in verticale, le annunciava che una porta era aperta. Spinse il battente con una spallata e si ritrovò in una stanza ricolma di libri e cartacce. Il pavimento era sudicio, ricoperto da un parquet macchiato in più punti da qualcosa di appiccicoso, che poteva essere birra o latte. Cartoni delle pizze vuoti erano sparpagliati sulle credenze e sul piano cottura della cucina. L’unico punto sgombro della stanza era il tavolo, su cui era poggiato solo un laptop acceso. Davanti, una sedia vuota. Angelica si avvicinò allo schermo, un documento in word era aperto e in cima campeggiava il titolo: “nuovo romanzo.”

All’improvviso, un friccichio alle sue spalle la fece trasalire. Voltandosi di scatto vide Luca. Portava un maglione a righe slargato e dei pantaloni stracciati, il viso solcato da due profonde occhiaie rese ancora più grandi dal riflesso degli spessi occhiali da vista che indossava. Barba incolta e capelli lunghi e sporchi, stringeva una lattina di birra in mano e dall’odore del suo fiato la ragazza poteva intuire che non era la prima della giornata. «Ne vuoi una?» le chiese Luca porgendole una lattina, ma ricevette in cambio uno sguardo furente, carico di minaccia, che gli occluse la gola. «Non sono neanche le 10.00 e già bevi? Intendi diventare un alcolizzato?» chiese Angelica. La folta capigliatura ondeggiò, come se i suoi capelli fossero stati improvvisamente attraversati da una scarica elettrica. Aveva serrato le dita in un pugno, pronta a schioccarlo sul grugno del suo ragazzo a seconda della risposta che le avrebbe dato.

«Bere mi distende i nervi» disse Luca, tornando a sedere. «Vuoi davvero biasimarmi se sono teso?»

«Tu non ci vai» disse la ragazza, aggrottando la fronte e puntando un dito accusatorio verso Luca. «Te lo proibisco!» ribadì. «Sai bene che non posso tirarmi indietro» disse Luca, in procinto di ricominciare a scrivere. «E invece sì. Il Cavaliere capirà, gli diremo che stiamo per sposarci e non puoi più partecipare … » Luca puntò i suoi occhi porcini, arrossiti dall’alcol, su Angelica. «Hai letto il regolamento? C’è scritto a chiare lettere: “gli scrittori emergenti iscritti di diritto al torneo in virtù dei loro risultati ottenuti nelle vendite dei loro libri, non possono rinunciare alla partecipazione. I concorrenti che per un qualsiasi motivo si rifiutino di adempiere a questo dovere, verranno arrestati e processati.”» Luca parlava come un libro stampato. Angelica deglutì ed ebbe voglia di piangere. Lo Immaginò mentre leggeva e rileggeva più volte quell’articolo del regolamento, sperando di trovarci un significato nascosto o di poter dare un’interpretazione di quella frase che gli permettesse una via di scampo. A furia di rileggerla l’aveva imparata a memoria e più gli si era impressa nella mente, più la rassegnazione al suo macabro destino aveva trovato spazio in lui. «Scapperemo» propose infine «piuttosto che farti partecipare a quella follia, ci daremo alla macchia e fuggiremo all’estero …»

«Non dire idiozie» disse Luca e stizzito picchiava forte una lettera della tastiera «Sai bene che le frontiere sono sorvegliate e i militari hanno l’ordine di sparare a vista a chiunque si avvicini. Ammesso che riusciremmo ad arrivarci e non ci becchino prima. Probabilmente veniamo tutti sorvegliati nei giorni precedenti proprio per evitare fughe e defezioni dei concorrenti. Scommetto che hai trovato degli agenti qui davanti casa.»

Angelica non rispose. Non ne ce n’era bisogno. «Deve pur esserci una soluzione» disse «un modo per sottrarti a questa follia… » «L’unica soluzione è vincere.» «Per carità, Luca. Siete in tre, e vincerà soltanto uno… »

«E io dovrò essere quell’uno.» Udendo quelle parole Angelica non riuscì più a trattenere le lacrime. Si lasciò andare a un pianto a dirotto, perdendo tutta la baldanza e l’aggressività manifestata fino a quel momento. Sembrò diventare più minuta, tant’era la fragilità che prorompeva dal suo essere. «Ma perché? Perché deve succederci una cosa del genere? Perché non ti sei fermato in tempo?»

«Perché ho un sogno » disse Luca «e farei qualunque cosa pur di realizzarlo.»

«E a me, a noi, non pensi?» Luca la guardò con dolcezza. Allungò una mano per asciugare le lacrime che bagnavano le sue guance.

«Lo sto facendo anche per noi. Se vinco, non avremo più problemi economici per il resto dei nostri giorni. Sarò un vero scrittore e potremo vivere della rendita generata dalle vendite dei miei libri.»

«E se perdi?»

«Non perderò» disse Luca, ritraendo la mano e distogliendo lo sguardo «mi sto allenando, sto studiando, preparo una strategia… ce la farò senz’altro. Stai tranquilla.»

Bevve un sorso di birra, poi ricominciò a scrivere, immergendosi nel suo mondo. Scriveva e mormorava, revisionando il testo contestualmente alla stesura delle righe. Ogni tanto annuiva o scuoteva il capo, a seconda che ritenesse scorrevole il brano oppure che avesse qualche intoppo. Angelica, intanto, aveva preso una sedia e si era accovacciata accanto a lui, inondando una sua spalla con i suoi morbidi capelli. Affondò il viso nel suo braccio, e il maglione si riempì di lacrime. Immobile, piangeva per il suo uomo, cercando di tenere lontano il pensiero che quelli potevano essere gli ultimi istanti accanto a lui. Un solo accenno a quella possibilità dentro alla sua mente sarebbe bastato a farla affogare.

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