Davanti ad una situazione di disagio, una sofferenza o una difficoltà, oppure in presenza di una ingiustizia, manifestiamo il desiderio di cambiare lo stato delle cose per far sì che quella negatività si dissolva. Il più delle volte tuttavia questo tentativo finisce per rivelarsi inconcludente ed inutile, e le nostre aspettative finiscono per essere frustrate, restiamo delusi nel constatare che la situazione non migliora nonostante i nostri sforzi, il nostro impegno e la fiducia che riponiamo nel cambiamento. E allora cosa manca? Passano i mesi, gli anni, il nostro impegno rimane costante e coerente con gli obiettivi che ci siamo prefissati, e allora perché non succede nulla? Magari ci stiamo impegnando in una causa umanitaria, abbiamo sposato un ideale che vede coinvolti anche altri individui, per cui non manca neanche il contributo di persone che la pensano come noi. L’unione fa la forza, si dice, eppure tanti problemi della società moderna restano immutati, nonostante l’impegno di tanti, o anche di pochi, ma la quantità non fa la differenza. Guerre, violazioni dei diritti umani, violenza contro le donne, criminalità, fame nel mondo, o, nello spazio intimo e personale, depressione, dolore per la fine di una relazione, malattia, realizzazione personale o professionale che tarda ad arrivare, mancanza di un’identità, di senso e significato della propria esistenza. Tutto ciò rimane, perdura nel tempo, qualcuno ottiene un piccolo trionfo che rappresenta però una goccia nell’oceano di sofferenza e agonia in cui sembra relegata l’umanità.
Qual’è dunque la risposta? Quale direzione bisogna prendere affinché si sviluppi un vero cambiamento?
C’è un errore di fondo che caratterizza la gran parte delle persone dedite ad un percorso di cambiamento, sia personale che collettivo: la mancanza di “resa”, ovvero arrendersi e accettare le cose per ciò che sono, che non vuol dire rassegnarsi ma evitare di etichettare gli eventi in un’ottica di polarità bene-male, positivo-negativo. Esso è ciò che vuole la nostra mente, che genera illusioni e inconsapevolezza, per cui una volta che abbiamo etichettato un evento come “negativo” cerchiamo di combatterlo, demonizziamo il fatto in sé e coloro che lo hanno posto in essere, perpetrando una logica distruttiva e controproducente che genera conflitti e alimenta un vortice di violenza destinato a sostenere e far perdurare quella condizione. Se invece cambiamo il nostro atteggiamento interiore, coltivando la calma nei nostri cuori e l’accettazione per ciò che è, possiamo alimentare il vero cambiamento, che si rifletterà anche all’esterno.
Ma cosa vuol dire accettazione per ciò che è? Significa riconoscere che i fatti esteriori, gli.avvenimenti della “forma”, sono solo un’illusione, il frutto della mente ingannevole che si nutre di separazione, ego, identificazione con la realtà materiale. Ma al di sotto di questo involucro esterno pulsa un’altra realtà, non manifestata, un’essenza profonda che accomuna tutti gli esseri viventi. Una condizione di purezza, la condivisione di uno stato di perfezione che deriva dal fatto di essere parte del “tutto”, frammenti di eterno da cui proveniamo e in ragione del quale tutti, indistintamente, abbiamo la medesima e assoluta dignità di esistere. È l’identificazione con la mente ad inquinare questa purezza, ad alimentare la resistenza al cambiamento.
Accettare ciò che è vuol dire quindi resistenza passiva, e informare il prossimo di questa verità. Abbiamo tutti una missione, che consiste nel dare il nostro contributo affinché questo messaggio giunga al maggior numero possibile di persone per innescare un cambiamento a livello globale.
Fu questo il grande esempio di Gandhi con la sua “lotta non violenta” e in fondo anche Gesù quando disse “ama il tuo nemico” non voleva semplicemente dire “non hai nessun nemico perché tutti sono uguali a te?”

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