primo maggio viene celebrata la festa dei lavoratori. Un evento importante, dedicato ad uno degli aspetti fondamentali nella vita di un individuo: il lavoro. Negli anni passati sono state condotte tante lotte per garantire maggiore dignità, diritti e tutele per i lavoratori, in modo da sancire un imprescindibile principio: non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere. Nel sistema capitalistico moderno si tende spesso a dimenticarlo, presi come siamo dalla logica del profitto e della performance con cui si tende a confondere la propria identità con ciò che facciamo: noi e il lavoro diventiamo così un tutt’uno indivisibile, in un’ottica alienante che porta all’annullamento di sé stessi e dei propri bisogni in nome della realizzazione professionale. Ma la vita è altro, noi siamo altro. La legge sancisce che le ore di lavoro giornaliere non devono essere superiori ad otto, la retribuzione oraria prevede un minimo salariale previsto dai contratti collettivi in modo da garantire uno stipendio mensile dignitoso. Una parte della mia giornata è dedicata al lavoro, per le restanti ore mi dedico al resto, quando mi spoglio della mia divisa o dei vestiti di lavoro, timbro il cartellino, oltrepasso i cancelli della fabbrica, i portoni d’ingresso dell’azienda o la porta del mio ufficio, lascio lì il mio aspetto professionale, il mio atteggiamento e i miei pensieri da lavoratore ed entro in un’altra dimensione, fatta di relazioni umane, della famiglia, di passioni, interessi e cura di me stesso. Vivo il presente, il qui ed ora, mi godo il tempo lontano dalle mie mansioni perché questo tempo mi serve per rigenerarmi, riposarmi e dedicarmi ad altro, così da affrontare il ritorno al lavoro con maggiore serenità e forza.
Molti non si sentono realizzati, svolgono un’attività lavorativa che non gli piace, non gli porta gratificazione o soddisfazione. È soprattutto in questi casi che è importante imparare a separarsi dal proprio lavoro, viverlo come una dimensione separata da tutto il resto, far sì che ciò che sentiamo come frustrante, noioso e insoddisfacente non contamini anche gli altri aspetti della mia vita.
Possiamo anche imparare a sfruttare il nostro tempo libero, ogni minuto, ogni singolo istante, dedicandoci a ciò che amiamo. E anche il lavoro potrebbe così sembrarci meno faticoso.
Potremmo imparare a percepirlo per ciò che é, ossia un espediente che mi consenta di avere il denaro e le risorse materiali necessarie per sopravvivere e dedicarmi, quando ho terminato il lavoro, a ciò che mi appassiona.
Un giorno passeggiavo lungo un viale della zona industriale della mia città. Mi stavo recando in palestra quando fui rapito da una musica melodiosa che arrivava alle mie orecchie. Note delicate e struggenti che stridevano con quell’ambiente grigio e anonimo. Cosa ci faceva quella melodia in un simile posto? Mi guardai intorno e notai un piccolo bus del servizio urbano. Dentro era vuoto, a parte l’autista del mezzo che stava suonando in maniera egregia un violino. Mi avvicinai, quando mi notò smise di suonare, mi guardò e sorrise. “Sono in pausa, e se non mi dedico al grande amore della mia vita”, disse, indicando il suo strumento musicale, ” le giornate diventano tristi e piatte”.
Quella scena mi commosse. Quel bizzarro autista di bus che suonava il violino durante la pausa dal lavoro rappresentava un grande esempio di vita, per me, per tutti noi.

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