«La conosci quella del tizio senza gambe e senza un braccio, che dopo aver tentato il suicidio, decide di darsi una seconda opportunità e parte per un viaggio intorno al mondo?»

«Sì, mi pare si chiamasse Paco Ezquievel. Era argentino, se ricordo bene…»

La cassa di birra era sempre più vuota. Mattia e Piero svuotavano una lattina dopo l’altra, osservando le lenze delle loro canne da pesca, in attesa del fatidico momento in cui si sarebbero tese, rivelando che un pesce aveva abboccato.

«A me risulta che fosse messicano, o panamense… insomma questo tipo è nato con una malformazione congenita che gli ha impedito lo sviluppo di quasi tutti gli arti. Ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza in isolamento totale. Niente scuola, quel poco d’istruzione gliela fornì sua madre con lezioni in casa. Non ebbe amici, se non quelli di fantasia, i personaggi dei libri che leggeva e delle serie televisive che guardava avidamente. Immaginava storie, avventure, amori, emozioni. Tutto ciò che la vita gli aveva negato. Ehi, guarda là!»

Mattia interruppe il racconto perché aveva notato un’insolita pendenza della canna. Degli strattoni secchi ma decisi gli rivelarono che stava accadendo qualcosa sott’acqua. Probabilmente un pesce aveva iniziato a mangiare l’esca, forse aveva già abboccato. Era presto per dirlo. Rimasero in silenzio, immobili, in trepidante attesa. Adoravano quei secondi in cui l’aria sembrava riempirsi d’elettricità, quando la pelle vibrava come attraversata da un’energia che si scaricava nel corpo, partendo dalla radice dei capelli fino alle dita dei piedi. Non gli importava di pescare, l’unico motivo per cui si recavano a quel laghetto era di provare un’emozione che fermava il tempo, talmente densa da dilatare i secondi facendoli diventare ore. Anche i fumi dell’alcol svanivano, donandogli un rinnovato vigore e una lucidità che non potevano sperimentare neanche da sobri.

Anche quella volta, come in altre occasioni, l’attesa si risolse in un nulla di fatto. Dopo alcuni secondi di calma assoluta e immobilità totale della canna, apparve chiaro a entrambi che il pesce doveva aver divorato l’esca senza abboccare.

Senza neanche preoccuparsi di controllare l’amo per aggiungere un altro verme, Mattia afferrò un’altra birra e riprese il suo racconto.

«A diciotto anni, raggiunta la maggiore età, Paco decise di suicidarsi. Quella vita a metà non poteva dargli soddisfazioni. Così un giorno, approfittando del fatto che fosse rimasto solo in casa, tentò di avvelenarsi. Versò della candeggina nel suo bicchiere, ma un istante prima di portarlo alle labbra la sua mano tremò, facendolo cadere in terra. In quell’istante ebbe come un’illuminazione. Decise che non era ancora giunto il suo momento, la vita gli stava dicendo che aveva un compito da svolgere, così andò dal falegname del suo paese e si fece costruire due gambe di legno, poi fece i bagagli e partì. Da solo, potendo fare affidamento solo sul suo braccio, tra l’altro menomato dall’artrosi. Andò in Europa, girovagando tra le principali capitali europee, vivendo come artista di strada. Imparò a disegnare, divenendo famoso come l’artista monco. Con la sua unica mano faceva scivolare il pennello sulla tela, disegnando ritratti di una bellezza disarmante. In breve la sua fama crebbe, le persone facevano la fila lungo i marciapiedi per avere un disegno realizzato da lui.

«Scrisse anche poesie e racconti, chiamati “Scritti randagi”, perché li realizzava sul momento e li regalava ai passanti. Ben presto questi scritti attirarono l’attenzione di un editore catalano, che propose un contratto a Paco. Il suo primo libro, una raccolta di racconti intitolata per l’appunto “Scritti randagi”, vendette quindicimila copie. Ancora meglio andò alla seconda pubblicazione, la sua autobiografia, che arrivò a venticinquemila copie vendute.

«Nonostante il successo ottenuto, Paco continuò a viaggiare, spostandosi ininterrottamente da una città all’altra. Visitò Berlino, Praga, Copenaghen, Dublino, ma anche Palermo, Ajaccio e Siviglia…»

«Io conosco un’altra versione della storia» disse Piero, interrompendo il racconto di Mattia. Aveva due occhi sottili e gonfi a causa della sbronza, e la fronte arrossata e calda.

Il sole alto nel cielo picchiava forte, immerse il suo berretto nell’acqua melmosa del laghetto e se lo mise in testa per provare a rinfrescarla.

«Nella versione che mi hanno raccontato, Paco non aveva un solo braccio ma una sola gamba. Aveva imparato a dipingere con il piede, tenendo il pennello con l’alluce. Inoltre provò anche a suonare l’armonica a bocca, portandosela alle labbra con l’aiuto del piede…»

Il cappello, già asciutto, emanava un fetore orribile e uno sciame di mosche aveva iniziato a ronzare sulla sua testa.

Mattia, abbastanza brillo, riuscì a non portare eccessiva attenzione a questo dettaglio, limitandosi a raccomandare a Piero di lavarsi i capelli quella sera, appena arrivato a casa.

«E poi, per quanto ne so io, Paco non è mai andato in Europa. Il suo viaggio è iniziato in Sudamerica per poi proseguire in Asia, tra India, Cina e Giappone» concluse Piero.

«Stronzate» commentò Mattia, stritolando una lattina vuota e ruttando sonoramente «un tizio in quelle condizioni non avrebbe mai potuto viaggiare da solo.»

«Che cazzo dici? Con una mano sola sì, con un piede solo no? Che differenza fa?»

«Tantissima differenza. Innanzitutto uno che ha almeno una mano può pulirsi il culo da solo. Hai mai provato a cacare usando solo il piede? Sbottonarti i pantaloni, tirarli giù insieme alle mutande, srotolare la giusta quantità di carta igienica e pulirti? Per non parlare del bidè. Come fai a fartelo? In generale come fai a lavarti senza poter usare almeno una mano?»

«Uno che ha imparato a disegnare con il piede può farci qualsiasi cosa…»

«Ma non pulirsi il buco del culo.»

L’aria e i rumori della natura si arrestarono per qualche istante quando un magnifico storione, lungo almeno due metri, saltò fuori dall’acqua, al centro esatto del laghetto, ricadendo sulla superficie con un pesante schianto. Mattia e Piero trattennero il fiato, rapiti dalla bellezza di quella scena.

Dopo qualche istante Mattia riprese a parlare. Stavolta le parole gli uscirono fredde e vuote, come se stesse perdendo interesse nel raccontare quella storia.

«Comunque Paco trovò anche l’amore, o per meglio dire gli amori. Fin dall’infanzia capì di essere omosessuale, e ogni volta che si tratteneva in luogo intrecciava storie. Lasciava regolarmente un amante o un compagno dopo un breve periodo, quando decideva di lasciare il luogo in cui aveva soggiornato per qualche mese al fine di riprendere le sue avventure.

«Alcuni di loro, dopo la sua scomparsa, sono stati intervistati, i giornalisti erano curiosi di sapere come si facesse ad amare uno storpio, e tutti i suoi ex fidanzati erano concordi nel dire che Paco aveva il dono naturale di rivelare agli altri la propria bellezza interiore. Tutti coloro che gli stavano accanto riuscivano a guardare oltre quel corpo deforme per scrutare l’immensa radiosità che celava dentro di sé.

«Come tutte le storie di uomini straordinari, anche quella di Paco si concluse in modo plateale. La sua morte è avvolta dal mistero. Partì dal porto di Messina il 22 febbraio del 1974 a bordo di un piccolo Catamarano. Stanco di girare in Europa utilizzando treni, bus e aerei aveva deciso di muoversi, da quel momento in poi, esclusivamente via mare. Voleva fare una traversata in solitaria del Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico, fino ad arrivare al Capo di Buona Speranza. Da lì dopo una breve pausa, secondo i suoi programmi, avrebbe puntato verso le Isole Andamane. L’ultima tappa di quest’avventura era l’Oceania, in cui contava di arrivare entro la fine dell’estate di quello stesso anno.

«L’ultimo contatto radio con la sua imbarcazione si ebbe quando era al largo delle coste del Senegal, circa quindici giorni dopo la sua partenza. Da quel momento in poi se ne sono perse le tracce, e non si sa che fine abbia fatto. Qualcuno crede che la sua barca si sia ribaltata a causa di una tempesta e che sia morto annegato, altri credono che abbia voluto far perdere le sue tracce perché stanco della notorietà che lo aveva investito.

«Sbarcato sulle coste del Nord Africa, ha raggiunto il villaggio di qualche tribù e lì ha terminato i suoi giorni. Circa vent’anni dopo la sua scomparsa, una coppia di turisti tedeschi visitò un villaggio dell’entroterra angolano, dove i nativi gli narrarono strane leggende su un mezz’uomo venuto dal mare, dalla pelle bianca e i lunghi capelli neri, che visse in mezzo a loro per diverso tempo, prima di ripartire su una canoa per seguire il corso di un fiume.»

«Che storia incredibile.»

«Già.»

«Non sembra vera.»

«Forse non lo è. O forse sì. Magari lo è solo in parte. Mettiamo che a quest’uomo gli mancasse solo un braccio e la leggenda abbia ingigantito la sua vicenda personale…»

Piero osservava una grossa carpa, vicino alla riva, che boccheggiava a pelo d’acqua. La guardò negli occhi, ricevendone in cambio uno sguardo spento, tipico di ogni pesce. Provò un inspiegabile moto di delusione, nonostante sapesse bene che in quelle pupille fisse non potesse trovare nessuna risposta ai suoi quesiti.

Si fissò la pancia che fuoriusciva dall’aderente maglietta arancione.

«Sono ingrassato» disse infine, né preoccupato né infastidito. Sembrava solo voler attestare ciò che era, che forse aveva già accettato senza eccessivi rammarichi.

«Dovresti bere di meno» suggerì Mattia.

Le palpebre di entrambi si fecero pesanti, parvero assopirsi mentre una brezza fresca portava un po’ di refrigerio, allentando la morsa dei cocenti raggi del sole.

«Com’è che abbiamo finito per parlare di Paco?» chiese Piero, ormai mezzo addormentato «non mi ricordo…»

«Boh… mi sembrava una storia bella… di quelle che ti fanno sperare. Non importa a che punto sei della tua esistenza, e quali limiti devi affrontare, sei sempre in tempo per ripartire. Vera o falsa che sia, credo che il messaggio voglia essere questo…»

Piero guardò l’ora. Erano le quattro del pomeriggio.

«Tra un’ora vado via. Devo recuperare Diletta. Questo è il weekend in cui mi spetta vederla. Massimo per le sei devo essere a casa di sua madre, se non voglio che quella troia mi faccia storie.»

«Come va con Loredana?»

«Secondo te?»

Piero si morse il labbro mentre si guardava le scarpe da ginnastica che stava indossando, regalo della sua ex moglie. Avrebbe voluto togliersele e lanciarle via in un accesso di rabbia, ma un vociare lontano lo fece desistere dal suo intento.

Un gruppo di ragazzi, probabilmente albanesi o rumeni, appostati sull’altra sponda del lago artificiale utilizzato per la pesca sportiva, iniziò a sbracciarsi per attirare la loro attenzione. Mattia e Piero si ridestarono. La canna di quest’ultimo era tutta piegata in avanti, sembrava sul punto di spezzarsi mentre la punta giungeva a sfiorare lo specchio d’acqua. Un attimo prima che il manico si staccasse dalla custodia in cui era infilata, Piero riuscì ad afferrarlo e iniziò a tirare.

«Guarda come tira!» disse sbuffando «deve essere un bel bestione…»

Iniziò a far girare lentamente il mulinello, dando di tanto in tanto dei forti strattoni, in modo da stancare il pesce. Quando emerse, i due notarono che si trattava di una grossa trota. Mattia gli diede una mano a catturarlo, infilando una piccola rete in acqua, infine lo tirarono su. Dopo averlo slamato, lo lasciarono saltellare sull’erba, indecisi sul da farsi.

«Ributtiamolo in acqua» suggerì Mattia.

«Nossignore» disse Piero «stasera Diletta mangerà pesce fresco.»

Il regolamento della struttura stabiliva che i pescatori dovessero rigettare nel lago carpe e storioni ma non le trote, che invece potevano essere portate via. Conscio di ciò, Piero lo afferrò per la coda e provò a metterlo in un sacco ma gli scivolò di mano. Era la prima volta che riusciva a catturare un pesce e non sapeva come comportarsi, sebbene si recasse in quel luogo col suo amico da anni.

«Almeno uccidila, povera bestia. Sta soffrendo…»

«Come si fa? Io non lo so.»

«Hai deciso tu di tenerla. Cazzi tuoi.»

«Dammi una mano.»

«Scordatelo. Io non lo ammazzo.»

Piero vide un palo di legno alle sue spalle, parte di una piccola capanna per gli attrezzi senza pareti, quattro semplici assi con una tettoia in paglia. Afferrò la trota a due mani per evitare che le scivolasse ancora, e iniziò a sbatterle la testa contro il legno. Il sangue dell’animale gli impregnò le mani, poi lo lasciò cadere in terra, ma questo continuava a muovere la coda.

Afferrò di nuovo il pesce e lo sbatté con violenza un altro paio di volte, ma anche questo tentativo sembrò inutile. Le branchie continuavano a muoversi, segno che respirava ancora.

«Cazzo! Perché non muori?»

Piero continuò, con sempre meno forza. La pietà per l’animale gli aveva fatto perdere vigore e ormai il coraggio sembrava averlo lasciato del tutto.

Mattia, dal conto suo, si era voltato, stringendo i pugni, con un conato di vomito che gli faceva serrare le mascelle. Sembrava sul punto di scoppiare a piangere.

«Muori, cazzo! Muori! Perché non muori?» continuò Piero, con colpi sempre più flebili e inconsistenti. La povera bestia, ormai scorticata e ridotta a una massa molliccia di carne tritata in più punti, continuava ad agitarsi e a muovere la sua bocca.

Mattia si voltò a guardare per un istante, e non poté fare a meno di pensare che stesse chiedendo pietà.

«Muori, muori! Ti prego! Muori!» urlava Piero, ormai in lacrime.

In lontananza, intanto, il gruppo di stranieri osservava la scena. Qualcuno era sconvolto, altri ridevano. Intanto il sole si era abbassato, proiettando ombre su quel lembo di terra.

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