La violenza sulle donne è un fenomeno complesso. Più viene approfondito e più ci si confronta con gli abissi dell’animo umano, con le sue distorsioni, perversioni e miserie.
Confrontandosi con le vittime di violenza ci si rende conto che affrontare il fenomeno in maniera unilaterale, riducendo sempre e comunque la tematica alla lettura per cui la donna è la povera vittima e l’uomo il carnefice, è troppo semplicistico e superficiale. Non fraintendiamo: la violenza di genere è sempre da condannare, niente la giustifica. Tuttavia sarebbe opportuno un approfondimento delle dinamiche psicologiche che talvolta si attivano nelle relazioni, la cui comprensione darebbe un utile contributo nella lotta al fenomeno. Mi riferisco, in particolare, al meccanismo più o meno inconscio per cui la donna diviene corresponsabile delle violenze subite. Recenti studi condotti intervistando coppie protagoniste di violenza di genere hanno fatto emergere un dato inquietante: in un numero rilevante di casi, è emerso che l’uomo abbia subito ripetute “provocazioni” da parte della compagna, come se volesse indurlo alla violenza. Il vantaggio emotivo che ne deriverebbe per quest’ultima sarebbe rappresentato dall’opportunità di poter fare leva sul senso di colpa del compagno, giocare col ruolo della vittima in modo da colpevolizzarlo e poterlo controllare. Un rovesciamento di ruoli per cui la vittima diventa carnefice, di sé stessa e del compagno, un ricatto morale con cui le donne cercano di risolvere a loro vantaggio le violenze subite.
Non è facile parlare di questa chiave di lettura del fenomeno. Essa ha innescato un vespaio di polemiche, con attiviste dei centri antiviolenza, giornaliste ma anche dottori e semplici cittadini che polemizzano apertamente con questa interpretazione del fenomeno. Tuttavia, per cercare di smorzare le polemiche, bisogna riportare un paio di chiarimenti: innanzitutto, come già affermato poc’anzi, la violenza non è mai giustificabile e condivisibile, questa ricerca mira esclusivamente a cercare di capire meglio le dinamiche psicologiche di un fenomeno complesso. Non puoi affrontare un problema senza conoscerlo in maniera approfondita.
Inoltre questa teoria non ha la pretesa di rappresentare una chiave di lettura del fenomeno riferibile ad ogni episodio di violenza di genere, ma solo ad “alcuni” di essi. In presenza di un evento bisognerebbe sempre procedere ad una sua ricostruzione ed interpretazione che consentì di trovare la reazione più efficace per contrastarlo. Gli operatori che si occupano di violenza sulle donne tendono ad affrontare il problema ricorrendo immediatamente alle vie legali, una modalità reattiva che parte dall’assunto che la donna va protetta mentre l’uomo va punito “sempre”. Tuttavia sarebbe utile se si partisse da un supporto psicologico che ovviamente non mira a colpevolizzare la donna ma solo a invitare a intraprendere un percorso psicoterapeutico rivolto ad entrambi, con cui affrontare la problematica ad un livello più profondo. La donna che non affronta questo meccanismo continuerà a perpetrare certe modalità distorte nella propria vita. Se viene invitata a farlo emergere, a riconoscere ed accettare ciò che è effettivamente accaduto, potrà ampliare la consapevolezza su sé stessa, ed imparerà a separarsi da certi automatismi.

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