Sono stati 114 i femminicidi nel 2017. Una media di un femminicidio ogni 3 giorni. Numeri inquietanti, che spaventano, emblema di una società malata, che resiste al cambiamento, l’uomo non riesce ad accettare l’emancipazione della donna e a riconoscerle il diritto di scegliere in piena autonomia. Scegliere di sposarsi, di avere dei figli, di lavorare, di separarsi se sente che l’amore non c’è più. Non sembra concepibile per l’uomo che la donna abbia tale facoltà, ella è stata irretita, sottomessa e rinchiusa nei focolari domestici per secoli, era stata relegata al ruolo di nutrice, amante, moglie e madre e tutto ciò che esulava da questo suo ruolo era punibile e perseguibile.
La donna è imprevedibile, complessa, fa paura all’uomo per la difficoltà di capirla e allora è stato meglio comprimere le sue doti e i suoi talenti per evitare che sfuggissero al controllo di padri, mariti, compagni e fratelli rendendola così ingestibile e pericolosa. È quella stessa paura che ancora oggi spinge gli uomini al femninicidio. Paura di non controllare ciò che non si comprende, paura del vuoto della solitudine che inevitabilmente prova chi si sente inadeguato rispetto all’innamorata, all’oggetto del suo desiderio.
Sono soli, gli uomini, deboli e incompleti. Le donne sono fragili, ma non deboli, almeno in origine. Possono diventare deboli, ma non ci nascono. Appartiene a loro il dono della fragilità che è sensibilità, accudimento, compassione. È bellezza, quel fascino che spaventa, come quelle opere d’arte che causano il capogiro, tolgono il fiato e stordiscono, provocando un uragano di sensazioni ed emozioni sconvolgenti. Nella fragilità la vera forza, un paradosso. E in quanto tale, destinato a rimanere irrisolto. L’uomo è razionale, ha bisogno di capire, dare una spiegazione, e tende ad eliminare tutto ciò che esula dalle sue capacità. Una donna emancipata è incomprensibile. E pericolosa. Cosi nascono il conflitto di genere, la guerra dei sessi, il maschilismo, il femminismo, i movimenti per i diritti delle donne, le leggi sulle pari opportunità. Movimenti ed azioni che dividono ulteriormente, danno un ulteriore impulso alla convinzione della disuguaglianza e incompatibilità, affermano l’io, l’individualità e l’egoismo di parte. Molto più sana sarebbe la strada del confronto e della riscoperta della nostra similitudine. Da un punto di vista psicologico tutti, al di là dell’identità di genere, possiedono una parte maschile e una parte femminile. La nostra società giudica l’uomo che manifesta aspetti caratteriali femminili quali la sensibilità, basti pensare all’opinione negativa che si ha dell’uomo capace di piangere. Educhiamo i nostri figli maschi a non piangere quando sono bambini, li rimproveriamo se lo fanno perché “è una cosa da femminucce “. Così noi uomini impariamo a reprimere quella parte sensibile, empatica, fragile e delicata per dare voce e sostanza solo agli aspetti più materiali e concreti della nostra personalità, caratterizzanti il genere maschile. E unicamente da quella parte guarderemo il mondo, e anche le nostre donne. Cosa potrebbe succedere se invece noi uomini riscoprissimo la nostra dimensione femminile interiore? Se comunicassimo e interagissimo con le donne dopo aver ritrovato la capacità di riconoscere l’uguaglianza tra noi, e che i confini di genere non sono poi così marcati come crediamo? Se ci rendessimo conto che anche noi siamo capaci di piangere, ammettessimo le nostre vulnerabilità e le nostre paure, non le giudicassimo giungendo ad accogliere le parti di noi che avevamo rinnegato? Probabilmente il mondo femminile non ci farebbe più paura e potremmo riconoscere la vera uguaglianza che va oltre l’identità di genere.
Sembra difficile, e forse lo è. Ma non è impossibile. Partiamo dagli aspetti educativi, cerchiamo di trasmettere l’idea di questo cambiamento nei bambini, in quella fase della vita in cui si formano le convinzioni che ci accompagneranno nell’età adulta.
Facciamolo per i nostri figli. E per i figli dei nostri figli.

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