Prima o poi tutti, nella vita, siamo chiamati a fare i conti con un lutto. Esso può essere rappresentato sia dalla morte di una persona cara che dalla fine di una relazione:è stato provato che l’impatto emotivo è lo stesso, una storia d’amore che termina bruscamente suscita le stesse emozioni causate dalla dipartita di un familiare odi un’altra persona cara.
L’evento può essere particolarmente invalidante quando “restringe” il campo delle nostre possibili scelte di vita, per cui ci neghiamo di poter vivere un’esperienza da cui possono emergere sensazioni collegate al ricordo di quella persona. Un luogo ce la ricorda e allora non ci andiamo più, una determinata canzone ci riporta in mente dei momenti preziosi trascorsi con quella persona e allora evitiamo di ascoltarla, evitiamo di rivedere un film che abbiamo visto la prima volta al cinema con colui che non c’è più, e così via. La paura del ricordo, se perpetrata per anni senza cercare di porvi rimedio, può essere fortemente pervasiva e condurre chi ne soffre a limitare sempre più le proprie scelte ed il proprio campo d’azione pur di non rischiare di far emergere nuovamente quella sofferenza, giungendo fino a stati depressivi più o meno gravi.
Cosa fare, dunque? La soluzione potrebbe risiedere in una semplice tecnica che, se reiterata nel tempo, conduce l’individuo a “sovrascrivere” ricordi nuovi e piacevoli rispetto a quelli vecchi da cui hanno origine le sensazioni dolorose. Si tratta sostanzialmente di “rifare” l’esperienza, tornare più volte nel luogo in cui ci rifiutiamo di andare, possibilmente in compagnia di persone sempre diverse, ascoltare “quella” canzone, vedere “quel” film, così da creare un ancoraggio di quell’esperienza ad un ricordo nuovo, che a sua volta sarà ancorato ad una sensazione e ad un’emozione nuove. In questo modo scardineremo il collegamento tra quell’esperienza e la persona che se ne è andata e creeremo un nuovo ricordo, piacevole e non disturbante.
Ovviamente non è facile mettere in pratica questa tecnica. All’inizio può essere doloroso, per cui ci vuole coraggio e voglia di mettersi in discussione. Tuttavia la continuità nella sua applicazione garantisce una libertà dalla schiavitù delle emozioni scomode.

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