Il disturbo post-traumatico da Stress (DPTS) è una psicopatologia che nasce dopo aver vissuto sulla propria pelle o aver assistito ad un evento traumatico. Coloro che hanno vissuto un’esperienza disturbante vivono costantemente uno stato di stress nervoso caratterizzato da ansietà, insonnia, attacchi di panico, sbalzi d’umore, atteggiamenti ossessivo-compulsivi e ipervigilanza generata dal sorgere di manie di persecuzione.

Un disturbo diventato sempre più frequente negli ultimi anni e che colpisce principalmente veterani di guerra e sopravvissuti ad attentati terroristici, ma anche le vittime di stupro o coloro che sono testimoni di incidenti stradali mortali ed altri eventi nefasti.

Nella mente di questi  soggetti si innesca un meccanismo cerebrale per cui le immagini di quell’evento traumatico si ripresentano costantemente alla coscienza dell’individuo sotto forma di flashback. Come uno stereo inceppato, la mente riavvolge continuamente il nastro, facendo rivivere l’esperienza all’individuo che ha la sensazione che la sua vita si sia cristallizzata in quell’attimo, sia ferma lì, come se il tempo si fosse fermato per un incantesimo e il soggetto sia intrappolato per sempre in quell’evento che ha sconvolto la sua vita.

Il soggetto che soffre di DPTS rivive quell’esperienza anche a livello percettivo, infatti anche i sensi sono rimasti fermi a quell’attimo e la psiche riproduce, con dovizia di dettagli, le immagini, ma anche i rumori, gli odori e le sensazioni tattili sperimentate in quel momento.

Si tratta di un disturbo molto grave che, se non curato adeguatamente, può spingere il soggetto che ne soffre al suicidio. Recentemente è giunta notizia che Guillaume Valette, uno dei sopravvissuti della strage del Bataclan perpetrata dall’Isis nel novembre 2015, si è tolto la vita. Ha lottato con il DPTS per due lunghi anni ma infine non ce l’ha fatta.

Che il suo suicidio sia avvenuto proprio in prossimità del secondo anniversario dell’attentato non è casuale, senz’altro la sua fragile psiche deve aver utilizzato l’espediente della ricorrenza per far rivivere quel tragico avvenimento al povero Guillaume in maniera ancora più impattante.

C’è chi decide di mollare, e chi, invece, continua a lottare, e infine riesce anche a guarire. Negli ultimi anni sono sorte diverse nuove terapie ed alcune si sono rivelate molto efficaci. Tra queste va menzionata la celebre terapia E.M.D.R. (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) che ha lo scopo, attraverso particolari tecniche di stimolazione visiva, uditiva e tattile, di ricollocare il ricordo dell’evento traumatico nella giusta dimensione. Ristrutturare il ricordo facendolo percepire per ciò che è, ovvero un evento che appartiene al passato, e non al presente, come la mente di questi soggetti vuole portare a fargli credere. Un evento che non può più far male, perché appunto fa parte del passato. Si tratta di far giungere questi soggetti ad accettare un dato di fatto: loro sono sopravvissuti e quell’evento non può più lederli. Il sopraggiungere della consapevolezza rispetto a questo messaggio si rivela terapeutico e liberatorio.

L’evento del Bataclan ha portato un gruppo di terapeuti a formulare ulteriori terapie sperimentali per la cura di questo disturbo. Alcuni sopravvissuti si sono prestati ad un esperimento, offrendosi di partecipare ad un programma di immersioni subacquee in Guadalupa. Monitorati mentre si immergono in acque sicure, in presenza di una elevata visibilità, le “cavie” hanno mostrato di reagire positivamente, mostrando segnali di benessere e dichiarando di aver provato un senso di pace e leggerezza mentre erano sott’acqua. Sicuramente la percezione diversa del mondo esterno e l’emersione di sensazioni nuove hanno contributo allo scopo di escludere la realtà dal loro campo esistenziale, così da tagliare fuori anche l’esperienza traumatizzante, e liberarsi di quel pesante fardello.

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