Ci avviamo alla conclusione di queste lezioni di scrittura creativa e mi auguro che la tua storia stia prendendo sempre più forma. In questa lezione aggiungiamo un altro tassello che, come credo, delineerà i connotati della tua opera in maniera ancora più nitida. Sto parlando della trama, il nucleo del tuo romanzo o racconto. Ti chiederai perché non sono partito immediatamente da essa con le lezioni, facendoti occupare prima della cornice. Il motivo è da ricercare nella complessità del lavoro su di essa, per cui ho pensato di farti fare prima le ossa facendoti occupare degli aspetti più facilmente plasmabili e assimilabili, per poi affrontare il duro strato di pietra e roccia rappresentato dalla trama. Un’opera è fatta a strati, puoi immaginare le parti marginali (dialoghi, punto di vista, stile,ecc.) come una componente malleabile, morbida del terreno, poi si continua a scavare e il lavoro si fa sempre più duro e faticoso e bisogna metterci tutto se stessi per andare avanti. Non ti spaventare, non è impossibile, soltanto un pelino più complesso.

Ho una buona notizia da darti, per semplificarti il lavoro ti do un piccolo suggerimento che spero ti faciliti il lavoro di ricerca della trama. Ti consiglio di partire dalla tua vita e dalle tue esperienze personali. Tutte le opere, credo, hanno una componente di autobiografia, anche quelle in cui l’elemento della fantasia è maggiormente presente, come nel caso dei romanzi di genere. Si tratta soltanto di sfruttare la componente autobiografica con maggiore consapevolezza. Come? Suggerendoti di andare in due direzioni. Parti dal tuo presente, il qui e ora creato dalle tue esperienze di vita. Poi, come se fossi davanti ad un bivio, immagina di muoverti verso il futuro. Il “tuo” futuro. Ti chiedo di immaginare, e riportare per scritto, la vita che vorresti. Quali accadimenti, quali eventi e quali esperienze ti piacerebbe vivere? In che direzione vorresti indirizzare la tua vita? Magari sogni di fare un viaggio, di giungere in quel luogo che hai tanto idealizzato e desideri visitare da sempre. Quali avventure ti aspettano? Cosa ti aspetti che succederebbe? Oppure vorresti trovare l’amore e costruire una relazione sana e stabile con la persona dei tuoi sogni.

E’ meno difficile di quello che credi e qualunque situazione può essere utilizzata come punto di partenza per la tua storia. Per farti un esempio riporto un mio racconto concepito durante un viaggio in autobus durante cui mi sono divertito ad immaginare cosa mi sarebbe piaciuto che fosse successo in quel tragitto, quindi negli istanti immediatamente successivi a quelli in cui elaboravo la mia storia. Il racconto si intitola In attesa di una nuova partenza:

Il mondo è pieno di matti. E’ un dato incontestabile, d’altronde quante persone conoscete che hanno commesso almeno una follia nella vita? Per follia intendo quella condizione in cui non agisci più razionalmente, ti fai guidare dagli impulsi, spegni il cervello e segui l’istinto, i sentimenti, ovvero tutto ciò che è opposto alla mente, con i suoi calcoli su ciò che è giusto o sbagliato, i suoi schematismi, gli impulsi a farci muovere seguendo linee prestabilite, su binari sicuri, in modo che la vita di una persona razionale possa sembrare monotona e piatta, ma in fin dei conti sicura e stabile, e cosa si può desiderare di più in questo caotico e ostico mondo se non di condurre una esistenza che poggi su basi solide, anche al costo di una alienazione del proprio essere?

Io ero esattamente una di queste persone. Razionale, impersonale, freddo, distaccato, conducevo una vita noiosa, dominata dalla routine, l’emozione più grande che mi concedevo era una cena in pizzeria con qualche amico una volta a settimana, una pizza, una birra e quattro chiacchiere. In genere era il mio amico a parlare, a raccontarmi dei suoi sogni, delusioni, sofferenze. Io ero “colui che ascolta”, le emozioni altrui non mi suscitavano nessuna empatia, mi scivolavano addosso come una melma inconsistente e senza valore, osservavo gli altri mentre vivevano la loro vita senza alcun coinvolgimento. A volte avevo la sensazione di osservare il mondo dall’esterno di quell’involucro vuoto che era il mio corpo, una gabbia di cane e ossa incapace di provare sentimenti e di ancorarsi alla realtà, e l’ebbrezza di questa sensazione di distaccamento corporeo mi dava l’illusione di sentirmi vivo.

Poi ebbi anche io il mio istante di follia. E cominciai a capire qualcosa della vita…

Odiavo i bus. In generale, odiavo ogni mezzo di trasporto pubblico, con il suo affollamento di persone, la calca anarchica che affolla i vagoni dei treni, i vani dei bus e dei tram, il loro andamento goffo, ipnotico, lento, inadatto alla vita frenetica dei cittadini che hanno fretta di arrivare a lavoro o ad un appuntamento, o ad una visita medica. Il destino dell’uomo moderno è determinato dalla sua puntualità.

Avevo giurato a me stesso che non avrei mai più preso un treno o un bus in tutta la mia vita. Ma quella mattina la mia auto mi aveva piantato in asso, quindi dovetti arrendermi all’evenienza di dover andare a lavoro con un mezzo pubblico. Mi recai in piazza Gramsci armato, oltre che di tanta pazienza, del biglietto per la corsa che avevo comprato al distributore automatico. Il bus A-54 giunse alle 09:07, in ritardo di ben sette minuti e quando la portiera per la salita passeggeri si aprì ero già pronto a protestare per il ritardo ma il mio intento si arrestò immediatamente quando i miei occhi si posarono sul conducente del bus. Pelle bianca color perla, labbra rosso scuro come ciliegie, occhi verde smeraldo in cui si intravedeva una scintilla vitale capace di causare il batticuore a coloro che incrociavano quello sguardo divino, capelli biondi lisci come la seta, in cui smarrire le proprie dita mentre si carezza quel viso angelico…

“Che hai da guardare? In più blocchi la fila, sbrigati a salire, o fatti da parte e lascia passare gli altri,rimbambito!” Il tono scorbutico con cui mi accolse sul bus non aveva niente a che fare con l’idea di donna-angelo che la mia mente aveva prodotto, ma ciò non bastò a farla scadere dal ruolo di novella Beatrice che avevo fantasticato nella mia mente ebbra di dolce stilnovo. In un attimo mi erano tornate alla mente tutte le fantasie giovanili sorte sotto l’influenza dello studio dei grandi classici letterari ai tempi del liceo, Dante, Petrarca, Leopardi…avevo infine trovato la mia Beatrice, Silvia, Laura, l’ancora di salvezza in questo mondo sporco e crudele. Alla fine mi ero anche io innamorato, nel modo più incredibile per me, un colpo di fulmine, quando ormai non ci speravo più, anzi avevo addirittura smesso di pensarci.

Mi accomodai nel sediolino da passeggero immediatamente dietro alla postazione del conducente, dove sedeva la mia amata autista e cominciai a osservarla e sospirare. Non dimenticherò mai la sensazione di benessere provata in quei momenti, era come nuotare nell’aria e provavo un senso di leggerezza e pienezza allo stesso tempo, la corriera sembrava galleggiare nell’etere, come se avesse imboccato un arcobaleno che facesse da ponte col cielo blu e ci stesse scorrazzando tra le nuvole, da dove si poteva godere una panoramica migliore sulla vita. Il mondo era un posto più bello visto da lassù.

Da lì a qualche minuto la mia follia avrebbe raggiunto il mio picco massimo. Giunsi alla mia fermata, avrei dovuto scendere dal bus e abbandonare quell’angolo di paradiso, per tornare mestamente nel mondo grigio e insignificante che mi ero lasciato alle spalle, al mio lavoro, i rapporti insulsi e privi di valore, insomma alla mia vita piatta. Mi aggrappai al bus come un naufrago alla scialuppa di salvataggio e andai oltre, la portiera si richiuse e continuai la mia corsa senza una meta, al diavolo il lavoro, oggi i miei colleghi non mi avrebbero visto arrivare in ufficio, niente cartellino da timbrare né pratiche da sbrigare, non me ne fregava niente delle conseguenze, il rimprovero del mio superiore, la sanzione che mi avrebbero comminato, la lettera di richiamo, il mio unico pensiero era di continuare ad avere quella dolce creatura a pochi metri da me, di condividere con lei il mio spazio vitale.

Dopo qualche altro minuto di contemplazione decisi che era arrivato il momento di andare oltre e di provare a relazionami con lei. Presi il coraggio a due mani e mi avvicinai alla postazione del

conducente. Espirai profondamente per scrollarmi di dosso tutta la tensione che quel momento mi provocava, era la prima volta nella mia vita che provavo un approccio del genere con una ragazza e la mia timidezza mi faceva contorcere lo stomaco e schizzare il cuore in gola, ma ormai non potevo tirarmi più indietro, la vita mi stava offrendo un’altra occasione e mi stavo giocando il tutto per tutto, stavo commettendo follie in nome di principi e ideali che mettevano in discussione l’esistenza che avevo condotto fino a quel momento.

Mi avvicinai di qualche altro passo, ansimando e tremando.

Ehm, scusi…” esordii.

E’ vietato parlare al conducente” interruppe lei bruscamente.

M-mi dispiace. Credo di essermi perso…”Lei distolse lo sguardo dalla strada per un istante e mi lanciò una fugace occhiata carica di disprezzo e diffidenza, poi tornò a posare gli occhi dinanzi a sé. “ Dove voleva andare? Questo bus va in periferia. Può scendere alla prossima fermata e prendere un bus che la riporti in centro…”

Mi sono perso” ripetei. Credo che avessi uno sguardo simile ad un pesce lesso, ma usai il tono di voce più deciso che potessi tirar fuori. Stringevo le mani tremanti in un pugno e mi avvicinai di un altro passo, serrai le labbra in una smorfia e rimasi in silenzio ad osservarla, sperando che la mia allusione fosse colta, che lei capisse il vero senso della mia frase. “Cara autista-angelo, la mia vita è stata stravolta dal mio incontro con te, fino a stamattina avevo delle certezze e una certa visione dell’esistenza ma in un attimo ho messo tutto in discussione e sento di aver deviato dal percorso che stavo seguendo, verso un orizzonte incerto. Non so dove mi porterà questo nuovo sentiero ma è stupendo percorrerlo perché questo nuovo tragitto mi fa sentire vivo e sento che se mi sei accanto possono accadermi solo cose belle. Grazie mia dea, è bello perdersi al tuo fianco.”

Questi erano i miei pensieri, che non avevo il coraggio di rivelarle, e che erano sintetizzati

nell’espressione “mi sono perso.” Speravo giungesse al vero senso di quella frase attraverso la mia postura e al modo in cui la guardavo, ma lei non fece una piega, rimase ligia al suo dovere e non reagì alle mie parole, si limitò ad un gesto di sufficienza con la mano che mi invitava ad allontanarmi. Tornai al mio posto e rimasi sull’autobus per tutta la mattina, non avevo una meta da raggiungere, solo il desiderio di starle accanto mi spingeva a restare su quel mezzo, il quale si riempiva e svuotava ad ogni fermata, l’umanità si dava il cambio e sfilava davanti ai miei occhi nella speranza di riaccendere in me un interesse nei suoi confronti, ma non riuscì a distogliere la mia attenzione, ormai mi interessava solo di lei, era tutto il mio mondo. Passarono le ore e io ero sempre lì, saltuariamente gettavo uno sguardo fuori dal finestrino e rimiravo un paesaggio a me sconosciuto, dai tratti anonimi. Ero certo di non essere mai stato in quei luoghi, ma neanche questo pensiero suscitò in me un interesse tale da distogliermi dall’ossessione che mi attanagliava la mente, così ogni volta tornavo alla mia contemplazione.

Alla fine della mattinata, quando ormai ero rimasto l’unico passeggero presente sul bus, giungemmo al capolinea. Ci fermammo in un enorme piazzale che sorgeva al centro di una radura nella campagna esterna alla periferia della città. Lei, senza scomporsi per il fatto che fossi ancora presente a bordo all’arrivo nell’autorimessa, si sollevò dal sediolino, si stiracchiò le braccia e scese dal bus. Non appena scese l’ultimo gradino mi lanciò un’occhiata e accennò un sorriso, il primo di quella mattinata. Sembrava più rilassata e distesa, lontana dagli atteggiamenti scontrosi e ostili che aveva avuto fino a quel momento. Mi fece cenno con un dito di raggiungerla e io saltai come una molla dal sediolino e in un istante fui di fronte a lei. Per un attimo ebbi la sensazione che il cuore stesse per schizzarmi dal

petto. Lei si accese una marlboro e dopo aver espirato il fumo mi sorrise di nuovo. “Quindi ti sei perso,eh?” disse.

Sì, nei tuoi occhi” risposi.“Che buffo, sei. Neanche mi conosci e passi una mattinata in un bus per starmi dietro? Non avrai qualche rotella fuori posto?”

Non me lo spiego neanche io. Non mi era mai successo, credimi. E’ tutto così illogico, irrazionale, hai ragione, non ti conosco neanche, non so nulla di te, non avrei motivi per provare ciò che sento. Eppure credo di essermi…”

Non riuscii a terminare la frase. Chinai la testa e arrossii per l’imbarazzo, ero sempre stato timido e orgoglioso, e quella dichiarazione rappresentava uno sforzo immane per me. Tenendo lo sguardo basso notai la targhetta della divisa dove c’era scritto il suo nome, Marcella M. col cognome puntato.

Piacere Marcella, io mi chiamo…” Non mi lasciò terminare la frase, mi poggiò l’indice sul labbro per zittirmi e si portò l’indice dell’altra mano davanti alla sua bocca. “Non voglio saperlo” disse con tono grave, poi si voltò e cominciò ad allontanarsi.

Aspetta! Non così, ti prego. Dammi una possibilità, prendiamoci un caffè, facciamo una chiacchierata. Forse è il destino che ci ha fatti incontrare, magari potrei piacerti anche io, potrebbe essere l’inizio di qualcosa. Io ti a…”

Ennesima interruzione. Vidi il primo piano di un indice che mi volteggiava dinanzi agli occhi, per poi posarsi ancora sulla mia bocca.“Non voglio più ascoltarti. Sai il motivo? Perché in parte ti credo, Forse il nostro è un incontro voluto dal destino.”

Ma allora ho una speranza!” dissi.

No. Forse eravamo destinati ad incontrarci, o forse no. E io non voglio rischiare”

Perché?” chiesi in preda all’angoscia.

Proverò a spiegarti. Esistono due tipi di sognatori, a questo mondo. Quelli che ambiscono a concretizzare i loro sogni, credono che la loro felicità dipenda dal rendere tangibile e materiale una intenzione, un’idea, un progetto di vita. Sono i più entusiasti, coraggiosi e determinati, il mondo è nelle loro mani e conducono la loro vita su binari sicuri, verso una meta, un traguardo chiamato felicità. Poi ci sono quegli altri, che hanno solo una vaga idea del loro sogno, sbandano di continuo ad ogni curva, insicuri e timorosi, non vanno quasi mai fino in fondo perché temono che la realtà non corrisponda alle loro aspettative, per non vivere l’amarezza delle delusioni vivono il loro sogno unicamente nella loro testa, poco più di un pensiero astratto, una fantasia infantile destinata a perpetuarsi in eterno, un palliativo contro l’amarezza del mondo. Io appartengo alla seconda categoria.”

Fece una pausa, accese un’altra sigaretta poi indossò un paio di occhiali da sole.

Capisci? Non voglio andare fino in fondo perché preferisco sognare. Stasera mi coricherò nel letto e comincerò a fantasticare su noi due, creerò un’immagine ideale su di te, che non corrisponderà alla realtà. E quell’idea mi farà emozionare, commuovere, divertire, sarai l’uomo perfetto, il mio principe azzurro, mi proteggerai e amerai fino alla morte. Invece se vado fino in fondo potrei rimanere delusa, amareggiata, e non voglio più soffrire per amore.”

Ogni sua parola mi faceva male come una coltellata. Stavo acquisendo consapevolezza sul senso del suo discorso e parallelamente maturava in me la convinzione che non avessi speranze, perché lei aveva maledettamente ragione.

Non credi più a quel sogno dunque? Di un amore perfetto, l’incontro di due anime gemelle?”

L’amore è mera illusione. Un bel sogno destinato ad essere relegato nei recessi dell’animo, da cui emerge saltuariamente per darci una sensazione di benessere, l’estasi di un breve lasso di tempo. Poi deve essere respinto, rinnegato, prima che la realtà prenda il sopravvento, lacerando ogni parte del nostro essere, dallo spirito ad ogni singola cellula del nostro corpo, col dolore e il rimpianto”

Fino a stamattina condividevo questo pensiero. Destino crudele! Perché provo questo sentimento così forte per te? Proprio di una come te dovevo innamorarmi per la prima volta nella mia vita? Come abbiamo potuto incontrarci? Ora Io ricomincio a vivere grazie a te, che stai invece lentamente morendo. Non scappare, Marcella. Ferma la tua fuga, non rinunciare alla vita. Altrimenti il tuo dolore mi travolge.”

Troppo tardi” disse e salì su un altro bus, parcheggiato a pochi metri di distanza. In un istante mise in moto il motore e schizzò via. “Aspetta!” urlai, mentre rincorrevo il bus. Vidi il suo volto riflesso nello specchietto retrovisore che si allontanava sempre di più. Per un attimo ebbi la sensazione che, dietro gli occhiali da sole, stesse piangendo. Poi scomparse dalla mia vista. Rimasi per un tempo incredibilmente lungo nel mezzo del piazzale, in ginocchio, mentre i bus mi sfrecciavano di fianco. Ero attonito e sconvolto, quando realizzai ciò che era successo presi un mezzo per tornare in città.

Non incontrai più Marcella, né la cercai. Sentivo che era giusto così, il nostro incontro aveva avuto un senso, ma era un senso dettato dalla sua fugacità. Mi piace credere che un legame ci unisce ancora. Lei aveva innescato un cambiamento in me e chiunque lasci dei segni così profondi nella vita di un individuo ne fa parte per sempre.

Ti porto dentro di me e non ti lascio più. Sarai sempre con me, ovunque tu vada, mia compagna di viaggio verso una nuova partenza, in una mattina soleggiata d’inizio primavera.

Questo è ciò che è emerso dalla mia fantasia, immaginando la vita che vorrei. All’inizio di una giornata che si preannunciava monotona e insignificante mi sono chiesto di cosa avrei bisogno, quale evento vorrei che accadesse a scuotermi dal grigiore che permeava quel mio attimo presente. Mi sono risposto che avrei voluto un incontro sconvolgente, conoscere una persona speciale capace di rubarti in un attimo di vita una riflessione, una consapevolezza e una nuova prospettiva sulla vita. Così ho cominciato a scrivere. Fai lo stesso anche tu, parti da ciò di cui avresti bisogno in questo preciso istante, ascoltati, con onestà e leggerezza, e poi scrivici su.

Abbiamo poi un’altra strada da percorrere, che è quella che ci conduce al passato, ovvero alla vita che avrei voluto vivere. Si tratta di rielaborare i fatti già accaduti indirizzandoli con l’immaginazione verso un finale diverso, che è quello che ci augureremmo che ci fosse accaduto. Tutti abbiamo attraversato delle esperienze di vita che ci hanno segnato in qualche modo, qualcosa che porta il sapore dell’amarezza e del rimpianto, e non dovrebbe essere difficile pilotare gli eventi verso una diversa conclusione con la forza della fantasia. Parti dal descrivere gli eventi del tuo passato e poi ad un certo punto immagina di essere ad un bivio: una strada ti conduce verso la conclusione che si è in effetti verificata nella tua vita, mentre l’altra strada ti conduce verso altre strade, nuovi eventi, forse un nuovo percorso della tua esistenza. Prendi questa strada ed immagina cosa sarebbe potuto succedere!

Ho utilizzato questo esercizio per scrivere il mio primo romanzo, Roba degli altri mondi. Il novanta per cento degli eventi narrati in quel libro è ispirato a fatti realmente accaduti, con delle variazioni su ciò che avrebbe potuto essere. Ovviamente non sto a condividere con te tutto il mio romanzo, sarebbe troppo lungo, riporto solo il titolo dell’opera come esempio di ciò che questa tecnica ha prodotto. Se ti andasse di leggerlo ne sarei comunque onorato. Ma ciò che più conta è che tu sia ora in grado di costruire la trama della tua storia, tra passato e futuro.

 

 

 

 

 

 

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