Altro elemento fondamentale nella scrittura è l’ambientazione. In questa lezione voglio parlarti del contesto in cui si svolge l’azione di cui si narra all’interno della storia e ovviamente te ne parlerò da un altro punto di vista, forse più originale e meno ortodosso rispetto alla concezione comune. Infatti l’ambiente esterno viene tradizionalmente ritenuto come un involucro vuoto, privo di anima, spettatore neutro e impassibile delle vicende che si svolgono al suo interno, di cui è un testimone passivo e disinteressato.
Per me non è così. Nella mia concezione l’ambiente è un personaggio fondamentale della storia, anzi, è uno dei protagonisti. Le storie che ho concepito in questi anni di scrittura vedono il contesto esteriore come un riflesso dell’animo dei personaggi, su di esso vengono proiettati i loro sentimenti in un rapporto di risonanza reciproca per cui il personaggio, o meglio il suo mondo interiore, influenza l’ambiente, e quest’ultimo a sua volta determina la condizione interna di colui che agisce. Pensiamo ad esempio ai romanzi thriller in cui i personaggi si muovono spesso in scenari, lugubri, notturni, quasi sempre battuti dalla pioggia. Un ambiente cupo e ostile, che richiama uno stato vitale tormentato, teso e spaurito dei personaggi, come se la città, le strade, i palazzi, i locali e qualsiasi altro elemento presentato nel romanzo come scenario dell’azione rappresenti simbolicamente ciò che avviene nell’animo dei soggetti che compiono l’azione. Ciò ovviamente avrà ripercussioni anche sul lettore, che si sentirà maggiormente coinvolto e indotto a condividere determinati stati emotivi quanto più sarà maggiore la risonanza tra personaggi e ambiente.
Per farti comprendere ancora meglio ciò che voglio dire ti posto un altro mio racconto a titolo di esempio. L’ho scritto dopo aver effettuato un esercizio che in seguito ti suggerirò. Personalmente sono molto orgoglioso di questo racconto, ritengo che sia uno dei miei lavori più riusciti in cui sono riuscito a far emergere in modo più completo le risorse introspettive e creative stipate all’interno del mio animo. Si intitola Due bambini:

Nella mia vita ho avuto due esistenze distinte, caratterizzate da una pelle diversa, emozioni,sensazioni e sentimenti antitetici. Una legata alla città, dove ho condotto la mia vita fino agli undici anni: la scuola, i compiti, le partite di calcetto, la parrocchia. Giornate monotone e ripetitive, senza slanci o voli pindarici di esperienze e conoscenze. Prolisse diapositive disciolte nel liquido amniotico dell’umana condizione terrena si dipanavano lungo la corteccia cerebrale del tempo,impulsi vitali che potenzialmente esprimevano il senso dell’esistere in questo mondo, mentre un tormento interiore trasmetteva il pensiero che qualcosa non fosse andato per il verso giusto e tu stessi sprecando il tempo a tua disposizione.
Poi c’è stata l’altra mia esistenza, quella libera e selvaggia della campagna, dove immersi il mio essere nella natura, annullando la mia personalità per fondermi con la maestosità dei monti e degli alberi. Tutto era più potente in campagna, l’aria, la terra, i colori conservavano ancora le tracce del passaggio del Creatore, come se la sua essenza si fosse impressa nelle forme e nelle profondità dell’ambiente dando la parvenza di una crudele bellezza a quel mondo primordiale e incontaminato.
Il primo contatto con quel mondo fu brutale e scioccante, e cambiò per sempre il corso della mia vita. Nonostante il dolore provocato da quell’esperienza non potei fare a meno di sentirmi rapito da quel nuovo nido del mio essere a cui continuai a tornare e dove tuttora mi reco per sentirmi a casa.
Fu il mio amico Vincenzo a condurmi in quei luoghi per la prima volta. Era un assolato pomeriggio di inizio estate, la scuola era terminata da poco, era quella stagione tormentata della vita rappresentata dal passaggio dalle scuole elementari alle medie. Media, medium, di mezzo, come le nostre vite nel mezzo di un bivio in quegli anni difficili in cui superi il primo decennio di esistenza in questo mondo.
Vincenzo mi invitò a seguirlo. Giravamo in bicicletta per la soleggiata città semi-vuota, i vicoli anonimi e sciatti si dipanavano dinanzi ai nostri occhi mentre le ruote consumavano la gomma dei copertoni sui sampietrini roventi delle strade della città vecchia. D’un tratto si girò verso di me, una luce curiosa e inqualificabile gli balenava negli occhi. “Voglio mostrarti il mio mondo dei sogni” mi disse. “Lì tutto è possibile”
E’ un luogo magico?” chiesi.
“Lo scoprirai quando lo vedrai”
Non avevo accettato di seguirlo e forse non lo avrei fatto se Vincenzo non avesse cominciato a spingere sui pedali affrettando il passo dando così una metaforica spinta anche alla mia mente verso la sua direzione. Ultimamente avevo paura di lui, era cambiato, sentivo che qualcosa dentro di lui si era spezzato. Ricordo che una volta provai ad accennare a questo suo cambiamento e lui si limitò a fare vagamente riferimento ad un evento occorsogli in mezzo ai boschi. “Il fiume delimita il confine tra la città e la campagna” disse. “Attraversato il fiume, comincia il bosco. Lì si entra in una caverna che dà accesso al mondo degli inferi. Quando ne risali, sei un altro. Chi vede l’inferno e ha la fortuna di riuscire a tornare indietro, non è più lo stesso di prima”
Mentre pedalavo, quell’enigmatico e terrificante discorso mi rimbombava in testa. Ero teso e preoccupato ma quell’alone di mistero aveva anche stuzzicato la mia curiosità e desideravo approfondire la questione per conoscere la verità. La sete di conoscenza maschera il terrore, fin dai tempi antichi l’uomo ha utilizzato le risorse dell’intelletto per andare oltre la mortalità e vulnerabilità della sua natura materiale, per toccare vette di eterno e illimitato. Ma, come il mito di Icaro insegna, il desiderio di elevarsi può essere anche deleterio.
Seguii Vincenzo lungo i viottoli sterrati che dagli orti di periferia conducevano in aperta campagna. L’aria diventava frizzante e leggera, mentre l’odore delle graminacee cominciava a solleticare il mio olfatto. I rumori della città erano sempre più lontani e indistinti ed erano progressivamente sostituiti dal ronzio degli insetti e dal cinguettio degli uccelli. Lo scrosciare di un corso d’acqua comunicò ai miei sensi che eravamo nelle vicinanze del fiume.
Mentre rimiravo l’orizzonte in attesa che il paesaggio si dispiegasse ai miei occhi vidi la sagoma di Vincenzo che spariva verso il basso dal mio campo visivo. Accelerai il passo, superai la dunetta e curvai leggermente verso destra, quando vidi la bici del mio amico in terra. Mi guardai intorno e, prima ancora di realizzare con l’udito, contemplai con lo sguardo la vista del fiume. A riva c’era Vincenzo che sembrava intento ad immergersi nelle acque. Scesi dal sellino e corsi verso di lui, quando mi avvicinai mi resi conto che stava sanguinando dai gomiti e dalle ginocchia. “Sono cascato dalla bici” disse, stringendo i denti per trattenere i singhiozzi di dolore. Gli poggiai una mano sotto ad un braccio per sostenerlo ma lui si ritrasse bruscamente. “Non è niente” disse. “Ora mi sciacquo le ferite e mi faccio una bendatura”
“Credo che devi disinfettarti. E’ meglio tornare a casa” suggerii. Vincenzo cominciò a scuotere la testa con forza. “Non è necessario. La vita selvaggia ha un suo prezzo. La crescita non avviene senza sforzi o dolori.”
“Crescita?”
Vincenzo si voltò, gli occhi colmi di esaltazione, soffiava aria dalle narici dilatate come un toro infuriato e mi poggiò le mani sulle spalle. “Sì amico mio, crescita. Voglio condividere con te il mio segreto. Questo è un luogo magico dove i bambini diventano adulti. Sto crescendo e non voglio lasciarti indietro. Sei come un fratello per me e voglio che continuiamo ad avanzare insieme”
Rimasi basito e incapace di rispondere. Ci studiammo per un tempo interminabile, gli occhi dell’uno fissi in quelli dell’altro, i nostri cuori battevano all’unisono, deglutivamo anche nello stesso istante. Sembrava fossimo in simbiosi, due corpi fusi in una unica entità che condividono tempo, spazio ed anima. Fui io a interrompere il silenzio.
“Non sono sicuro di comprendere”
“Lo vedi quel bosco?” indicò con un dito la macchia di vegetazione che si estendeva oltre la riva del fiume. Quello è il luogo della rinascita, del passaggio…un oltre. Io ci sono andato, e quando sono tornato non ero più lo stesso. Voglio che ci vai anche tu.”
“Sono d’accordo, da quando sei tornato non sei più lo stesso. Permettimi di dirti che non mi piace quello che sei diventato. Mi dispiace,…non prendertela. Non so cosa c’è in quel bosco e cosa ti è successo ma so per certo che non voglio diventare come te.”
L’ira accese lo sguardo di Vincenzo, cominciò a tremare dalla rabbia e a soffiare dal naso con ancora più veemenza, come se, insieme all’aria, volesse cacciare fuori anche tutta la collera che stava covando.
“Sei uno stronzo!” urlò “io condivido con te tutto questo e così mi tratti?”
“Mi dispiace…”
“Pensavo fossimo amici.”
“Lo siamo ancora. Ma tutto questo non mi piace.”
Vincenzo esplose in una risata isterica e spalancò le braccia rivolgendo lo sguardo al cielo. Sembrava in estasi, piegò leggermente le gambe e si abbassò, come se una sfera invisibile gli si fosse posata sul petto e lo spingesse verso il basso.
“Piacere, gioia,serenità. Ovvero, noia. Routine. Non è questa la gabbia dorata di noi bambini, la promessa di una vita ordinaria e di sbiadite certezze che i nostri genitori ci fanno offrendoci ristoro, sicurezze, giochi e pace?”
E’ sbagliato?” sussurrai, confuso e supplicante. Quel discorso mi stava scuotendo e tormentando.
“Certo! Gli uomini, gli eroi, i campioni della vita, i giganti della storia, hanno affrontato lotte e sofferenze e hanno donato un lascito, il segno del loro passaggio in questo mondo. Ricordi la lezione di epica a scuola? L’Iliade di Omero? Achille, Ettore, Ulisse, sono vissuti tremila anni fa e la memoria delle loro gesta è ancora viva. Quanta sofferenza hanno dovuto affrontare per guadagnarsi l’immortalità? Pensa invece al destino che ci stanno riservando i nostri padri, che a loro volta era stato riservato loro dai loro padri, i nostri nonni, e così via. Nomi che nessuno più ricorda, uomini con la u minuscola, bambini sereni e monotoni nell’anima che non hanno mai affrontato il rito del passaggio all’età adulta e hanno trascinato le loro giornate senza un senso, una sfida o una vera crescita e quando i loro occhi si sono chiusi per sempre hanno consegnato all’oblio le loro membra”.
“Ma come parli? Non ti capisco…”
“Vedi cosa intendo? Neanche riesci a seguire il mio discorso. Sei già rimasto indietro, non riesci a seguirmi, a tenere il mio passo. Noi non siamo più amici!”
A quelle parole seguì una scarica elettrica lungo la mia spina dorsale e contemporaneamente la mia testa diventò leggera, era tutto ovattato, mi sentivo stordito e tutto intorno a me cominciò a volteggiare .Temetti di svenire da un momento all’altro così fissai lo sguardo su un punto, come ci aveva insegnato il professore di educazione fisica a scuola e involontariamente mi concentrai sulle ginocchia sbucciate di Vincenzo che emergevano dal letto del fiume dando l’illusione che i suoi piedi fossero piantati sul fondale. Per un attimo ebbi una sorta di allucinazione, ai miei occhi Vincenzo appariva come una grande quercia che nutriva le sue radici con l’acqua del fiume e più si alimentava e annaffiava il suo essere con quell’acqua, più il suo corpo inizialmente gracile cresceva e diventava imponente. Vedendo la mia attenzione rivolta alla sua ferita Vincenzo si passò il palmo della mano su una gamba poi mi mostrò il sangue sulla mano.
“Questo è il sangue della crescita. Queste piaghe apriranno il mio corpo come una crisalide e da lì ne verrà fuori l’uomo. Non temere il male e il dolore come un bruco non teme di diventare farfalla e volteggiare libero e felice!”
“Co…cosa vuoi che faccia?”
“Entra nel bosco, esplora la natura. Attraversa il fiume, passa sull’altra sponda come se avessi attraversato la linea di confine tra l’infanzia e l’età adulta. Tocca, respira, vivi tutto ciò che quel mondo ti offre. Poi torna da me. Torna come me.”
Ormai ero in preda ad una misteriosa estasi. Quei discorsi parzialmente incomprensibili per un bambino di undici anni avevano toccato qualche corda profonda dentro di me, come se ci fosse davvero, nel mio inconscio, un adulto che premeva per emergere in tutta la sua maestosità. La mia mente non capiva, ma la mia anima ruggiva, quelle parole avevano destato qualcosa di potente che muoveva le mie gambe.
Senza un cenno o una parola mi immersi nel fiume con i vestiti indosso. Lo guadai resistendo alla corrente che cercava di trascinarmi. Quando giunsi sull’altra riva mi incamminai verso la soglia del bosco. Ogni tanto mi voltavo verso Vincenzo e notai, senza dargli troppa importanza, che faceva dei gesti strani, come se indicasse qualcosa nel bosco o lanciasse un cenno a qualcuno.
Mi addentrai nelle tenebre del bosco e l’atmosfera ancestrale che si respirava risvegliò in me la paura e il sospetto. Un campanello d’allarme suonò nel mio petto, colpendomi con una fitta al cuore, e il sentore del tradimento affiorò a livello epidermico, facendomi accapponare la pelle. Ma era troppo tardi. Un’ombra nera, piombò su di me e mi spinse verso il suolo. Mani adulte, forti, callose, erano strette intorno al mio collo mentre un ginocchio premeva lungo la schiena. Poi un pezzo di stoffa infilato in bocca spense sul nascere un urlo di terrore e una supplica di aiuto, sentii una corda che si attorcigliava intorno ai miei polsi. Una benda mi coprì gli occhi e fui immerso nel nulla di un limbo infernale di sensazioni orripilanti. L’unico senso ancora libero era l’udito, sentivo l’ansimare di una bestia in preda alla frenesia di soggiogare e dominare la sua preda, un respiro corto, asmatico, raccapricciante. Poi le urla di Vincenzo, da lontano, che sembrava implorare il mio perdono. “Io non volevo essere l’unico”….”mi dispiace”…”mi sentivo così sporco”….”perdonami”
La bestia consumò il suo pasto. Quando mi risvegliai ero nudo, solo, senza più la benda sugli occhi e le corde a legarmi braccia e gambe. Era il tramonto, il cielo prossimo all’imbrunire e l’atmosfera avvolta di un manto di spettralità. Vidi che la mia bici era ancora lì, sull’altra sponda del fiume. Lo attraversai di nuovo, immergendomi nelle sue gelide acque, come se sperassi che la sua corrente si portasse via il lerciume di quell’assaggio di vita adulta.
Non parlai a nessuno di quella esperienza. La vergogna era troppa, mista alla rabbia e desiderio di vendetta.
Come Vincenzo, anche io cambiai. Ma non tutti si cambia allo stesso modo. Ormai l’infanzia era alle spalle, quell’esperienza segnò lo spartiacque verso un’età adulta diversa, crudele, oscura.
Per mesi preparai la mia strategia per vendicarmi, all’inizio mi allontanai da Vincenzo fingendo indifferenza o semplice disprezzo. Una volta finsi anche di voler sapere l’identità di quell’uomo, così, quando lo incontrai per strada casualmente, mi avvicinai con atteggiamento minaccioso. “Dimmi il suo nome. Voglio un nome” dissi, con tono neutro e robotico, che non lasciava trapelare alcun sentimento o emozione. Lui si allontanò senza una parola e il suo abbassare lo sguardo in maniera colpevole, il modo di evitarmi con fare fuggiasco, come se avesse gli occhi del mondo puntati addosso furono solo il preludio di ciò che avevo in serbo per lui.
“Non sei altro che un vigliacco!” gli urlai un giorno in cui lo rincontrai, “non hai avuto il coraggio di prenderti la responsabilità della tua sofferenza, hai spinto un tuo simile verso il tuo dolore per sentirti meno solo!”
Vincenzo si fermò e si voltò di scatto, con sguardo di sfida. Fu l’unica volta in cui reagì alle mie provocazioni. Fissando i suoi occhi marroni potevo addentrarmi negli abissi del suo animo, il sorriso appena accennato sollevando lievemente l’angolo della bocca verso sinistra, il piacere sadico che provava nel vedermi così tormentato e iracondo, mi confermarono che la malvagità si era ormai impadronita di lui. Il mio amico era morto, al suo posto c’era la sua nemesi votata al male, posseduta dal buio che doveva spargere nel mondo come un’epidemia, estendendo il contagio al maggior numero possibile di suoi simili.
Da qualche settimana Vincenzo era diventato amico intimo di un altro bambino. Un giorno li seguii mentre girellavano in bici per la città. Frenarono. Frenai anche io. Da un angolo della strada origliai. “Voglio portarti in un posto” disse Vincenzo. “Voglio che diventi grande con me.”
Il sangue cominciò a galopparmi nelle vene, sentivo le tempie che mi pulsavano e irroravano di calore la mia fronte, i nervi acerbi di quel corpo ancora immaturo si tesero come una fune. Se avessi dato un pugno al suolo ci avrei lasciato il segno. Li seguii di nascosto, ma tagliai per un ponte e giunsi sull’altra riva. Il bosco era il mio corpo, il vento il mio respiro, giunsi strisciando alle spalle dell’individuo, che se ne stava acquattato in un cespuglio pronto ad agguantare la sua prossima preda. Fui silenzioso come la notte che cala sulla luce del giorno. Aspettai che il bambino si fosse immerso nel fiume, così che tutta l’attenzione della belva fosse rivolta all’attimo successivo, al balzo del predatore. Poi sollevai la mano che stringeva una pesante pietra e la affondai nel cranio dell’uomo, un ciccione viscido di mezza età dai capelli unghi e unti. Colpii una volta. Poi fui su di lui cavalcioni e colpii altre due volte. Poi tre. Quattro. Cinque.
Non si mosse più. Poi, prima che il bambino avesse raggiunto la riva e Vincenzo si fosse reso conto che qualcosa non andava, riattraversai il ponte e giunsi strisciando alle sue spalle. La pietra mi servì solo per stordirlo, la sua morte non sarebbe stata così veloce. Gli legai polsi e gambe e lo trascinai via, stando attento a non destare l’attenzione del bambino che, nel frattempo, si era avventurato incolume nel bosco.
Aspettai che Vincenzo riprendesse conoscenza. Non sembrava stupito di vedermi. Mi guardava con occhi colmi di rassegnazione che facevano da specchio ai miei pieni di collera e rancore. Non c’era spazio per la pietà e il perdono. Nessuno dei due parlò. Poi lo spinsi nel fiume, agganciato per i piedi con una corda il cui capo era legato ad un albero. Lo vidi galleggiare per qualche istante a pancia in su mentre cercava di aspirare più aria possibile prima che il peso del suo stesso corpo lo spingesse verso il fondo. Aspettai qualche minuto di sua completa apnea poi tagliai la corda e lasciai che la corrente lo trascinasse via. Dopo qualche giorno i corpi di Vincenzo e della bestia furono rinvenuti. I colpevoli non furono mai individuati né fu trovato il movente.
Tutto cominciò nella natura crudele e lì tutto terminò, come se la natura stessa esigesse che il processo, la sentenza e la condanna si svolgessero entro di lei per ripulire ciò che in sua presenza era stato commesso.
Da allora conduco una nuova vita nella natura. Il ciclo della mia vita rispetta un nuovo ritmo, quello della legge naturale, dell’equilibrio dell’Universo. Il fiume ci ha resi uomini, ma altri uomini. Ancora oggi, quando mi muovo tra i boschi, cascate o sterminate pianure, vedo,sento, percepisco la realtà con un corpo diverso. Quello della mia natura selvaggia.

Sei riuscito a cogliere il senso di ciò che intendevo? Hai percepito la natura come coprotagonista di questo racconto che parla di perdita dell’innocenza con il passaggio all’età adulta? Ritengo che la natura selvaggia, incontaminata, spietata nel suo modo di imporre i suoi cicli vitali, sia perfetta per rappresentare la brutalità di una vicenda destinata a segnare ineluttabilmente l’esistenza dei protagonisti. Autori come William Golding, con il suo celebre romanzo Il signore delle mosche, e in campo cinematografico registi come Terrence Mallick (La sottile linea rossa, The new world), hanno colto questo aspetto archetipico della natura, facendo parlare le loro storie violente, terribili e catartiche ambientandole in mondi selvaggi, incontaminati e disorientanti.
Ora ti propongo un esercizio con cui sperimentare personalmente questo nuovo modo di concepire l’ambientazione. Anche in questo caso mi ispiro alla mindfullness, si tratta di fare una visualizzazione che ti permetta di aprire le porte del tuo subconscio e far emergere le idee intuitive necessarie per il fine che ci siamo preposti.
Trova nuovamente il tuo luogo calmo ed appartato in cui stenderti o sederti per effettuare la meditazione guidata. Rilassati. Chiudi gli occhi e ascolta la voce, registrata o di un tuo amico da cui ti farai leggere il brano sottostante:

“Ti chiedo di portare l’attenzione al respiro. Concentrati su di esso. Osservati con gli occhi della mente mentre inspiri con il naso ed espiri dalla bocca. Se qualche pensiero giunge a disturbare la tua attenzione osservalo senza giudicarlo e lascia che se ne vada così come è venuto, accompagnandolo gentilmente fuori dalla tua mente. Riporta ogni volta l’attenzione al respiro. Ora porta l’attenzione ai punti del corpo che sono in contatto con il materasso o con la sedia se sei seduto. Senti che il corpo diventa sempre più pesante, fino a farti sprofondare nella terra. Ora, immagina di essere in un luogo della natura che ti ispiri protezione e sicurezza, può essere un bosco, un sentiero di montagna, una spiaggia in riva al mare, la riva di un lago. Esplora questo luogo con tutti i tuoi sensi. Senti che rumori ci sono, magari il cinguettio degli uccelli? Oppure lo scroscio delle onde del mare che si infrangono sulla riva? Osserva il paesaggio, che colori ci sono? Cosa noti? Gli alberi sono in fiore, è primavera? Oppure è l’inizio dell’autunno e le foglie cadono dagli alberi dopo essere ingiallite? Che sensazioni corporee hai? E’ caldo o freddo? Magari il sole scotta sulla pelle? Oppure il vento sferzante ti fa accapponare la pelle con i suoi soffi gelidi? Ora o tra poco vedrai una costruzione in lontananza. Dapprima i suoi contorni sono indistinti, sfumati, man mano che ti avvicini le sue sembianze sono sempre più nitide. Ci siamo, le sei davanti. Che tipo di costruzione è? Antica o moderna? Magari è un castello medievale, una masseria di campagna oppure un palazzo moderno? Osserva tutti i dettagli, come sono le pareti esterne? Presentano crepe, sono fatiscenti? Oppure sono intatte, forti,imponenti? E la porta d’ingresso e le finestre come si presentano? Sono piccole o grandi, presentano dei rinforzi oppure sono semplici, scarne, facilmente apribili? Osservandole che sensazioni hai? E’ facile aprirle ed entrare all’interno della struttura o ti trasmettono un senso di chiusura, di difesa?
Allarga la visuale, osserva tutta la facciata. Ti arriva un senso di pace oppure di inquietudine, soggezione? Ti sembra una struttura accogliente o ostile?
Prova ad esplorarla. Entra al suo interno. Com’è fatta? In quanti piani è suddivisa? Osserva tutti i particolari. Come sono arredate le stanze? Ci sono mobili antichi o moderni? C’è luce o sono in penombra? Magari c’è un camino acceso, un tavola imbandita, un vecchio grammofono o una radio moderna che trasmette musica?
La casa è abitata. Da chi? Che incontri fai? Li conosci, sono persone familiari, parenti, amici, conoscenti? Oppure li vedi per la prima volta? Cosa stanno facendo? E che atteggiamento hanno nei tuoi confronti? Ostile o accogliente? Forse il loro atteggiamento riflette le sensazioni che ti dà quella struttura? Cosa senti nell’aria? C’è un’atmosfera leggera e pacifica, o un senso di malessere e inquietudine?
Ora o tra poco lascerai la struttura, ma prima ti chiedo di soffermarti ancora un istante con gli abitanti della casa per capire se hanno un messaggio per te o magari un dono, un’offerta per te. Ci siamo,sei fuori dalla casa. La sua facciata è di fronte a te. Immagina che si rimpicciolisca progressivamente fino ad assumere le dimensioni di un modellino che può entrare sul palmo di una mano. Raccoglilo e portalo con te, insieme al bagaglio di sentimenti ed emozioni che ti ha donato. Preparati a tornare. Riporta l’attenzione al respiro. Muoviti lentamente. Riprendi contatto con il corpo…
Anche stavolta ti chiedo di prendere carta e penna e di fiondarti verso la scrivania per scrivere immediatamente, sfruttando la qualità emersa dalla visualizzazione. Cerca di mantenerla, conservala e riversa sul foglio ciò che senti in questo preciso istante. Può essere una storia, delle riflessioni, un pensiero, una poesia…cosa ti ha portato l’immagine dell’abitazione? Cosa ti dice di te, del contesto in cui vivi,delle persone con cui interagisci  e delle storie che vorresti raccontare?

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