Il punto di vista è uno degli elementi più importanti di un romanzo o di un racconto. Esso attiene alla prospettiva da cui viene narrata la storia, serve ad identificare l’Io narrante ed ovviamente la narrazione sarà molto diversa a seconda che avvenga in terza persona oppure in prima persona (o anche in seconda persona, poco utilizzata se non nel genere narrativo della scrittura epistolare, in cui l’autore si riferisce ad un destinatario specifico a cui narra direttamente gli eventi oggetto dello scritto). Nel primo caso chi narra è qualcuno di esterno alla storia, nel secondo caso ne è uno dei protagonisti, e ciò creerà molta differenza in termini di coinvolgimento emotivo del lettore, il quale scoprirà gli eventi che gli vengono raccontati indossando gli occhiali di una sorta di deus ex macchina che tutto vede e tutto sa, una voce fuori campo anonima, misteriosa, onnipotente, che osserva gli eventi con distacco e imparzialità, oppure identificandosi con uno degli attori delle vicende, con cui condividerà emozioni, sentimenti, scelte, azioni. Quindi la scelta di questo punto di vista grammaticale porterà una qualità diversa nella storia che ci approntiamo a comporre. Ogni volta che scriviamo, dovremmo dedicare principalmente attenzione al punto di vista, chiedendoci chi vogliamo essere, in quanto narratori. Vogliamo essere parte della storia? Vogliamo osservarla dall’esterno? E perché? Cosa muove la nostra penna? Qual è lo scopo, il fine, per cui scriviamo?

Se ciò che scrivo è autobiografico è ovvio che la scelta della prima persona potrebbe essere conseguente in maniera naturale, ma non è detto: potrei preferire una narrazione in terza persona che mi permetta di astrarmi da quel racconto, come se gli eventi fossero narrati da un testimone neutrale, e questo potrebbe essere motivato dalla volontà di lasciare al lettore la possibilità di leggere quegli eventi in maniera più imparziale, così da non essere contaminato dall’ottica di colui che scrive.

Infiniti sono gli espedienti che possono essere utilizzati, lavorando sul punto di vista, per rendere la narrazione più efficace e più attinente al nostro scopo.

Il punto di vista, oltre ad avere una valenza grammaticale, ne ha anche una di carattere stilistico. in questo caso lavoreremo sugli aspetti che attengono al ritmo della narrazione, ovvero la scelta dei termini che permettano di volta in volta, di accelerare o rallentare la velocità degli eventi che stiamo narrando. Se racconto un’esperienza sensoriale come, per esempio, mangiare una mela croccante soffermandomi sulle sensazioni legate al sapore, allo sgretolarsi del frutto dentro la mia bocca mentre ne mastico un pezzetto succoso e dolce, questo mio incedere su questi aspetti comporterà un rallentamento nel ritmo della narrazione, come se il tempo prendesse a scorrere più lentamente consentendomi di cogliere dettagli che altrimenti sfuggirebbero alla mia attenzione. Se invece provo a descrivere una corsa a perdifiato portando l’attenzione all’azione, al gesto della corsa, senza descrivere gli stati interni dei personaggi che muovono i fili di quegli eventi, avrò inevitabilmente accelerato il ritmo.

Quando scriviamo un racconto o un romanzo, sarebbe bene alternare il ritmo della narrazione, in modo da non rendere la storia in generale né troppo lenta né troppo veloce perché nel primo caso risulterebbe noiosa, nel secondo caso banale e superficiale.

Per allenare il punto di vista e constatare come l’essenza della narrazione cambi a seconda della scelta che operiamo per narrare quegli eventi può essere utile fare due semplici esercizi: 1) scrivere un racconto in prima persona e dopo riscriverlo usando la terza persona, o viceversa.

2) Raccontare un evento dal punto di vista degli stati interni (sensazioni, emozioni, ecc.) di un individuo e dopo provare a raccontarlo soffermandosi unicamente sui fatti esteriori. Notate le differenze, e come quello stile si adatta alla storia che volete narrare, e al messaggio che volete trasmettere.

Un ulteriore aspetto da valutare con riferimento al punto di vista è quello che attiene alla portata che può avere questo elemento per dare alla narrazione una coloritura straniante. Ciò si ottiene facendo in modo che la storia venga narrata dalla prospettiva di un soggetto estraneo, alieno, rispetto ai fatti che vengono narrati. Cosa distingue il punto di vista straniante dalla narrazione in terza persona? In quest’ultimo caso l’Io narrante ha un carattere impersonale, distaccato rispetto agli eventi che va a narrare, non ha un coinvolgimento diretto con i personaggi, le storie, non trasmette emozioni col suo linguaggio. E’ una sorta di essere onnipotente, tutto sa, tutto osserva, nulla sfugge al suo occhio vigile posato su quel mondo. Nel caso del punto di vista straniante invece la narrazione non è esterna, bensì estranea. Spaesata. Egli nulla sa di quei fatti che sta osservando, come un individuo che si trova a “passare per caso” e diventa testimone involontario di un evento. L’effetto nei confronti del lettore sarà di straniamento, egli diverrà partecipe di quella estraniazione del narratore. Per rendere l’idea di estraniazione derivante dalla narrazione tramite il punto di vista straniante si può riportare l’esempio di un alieno che giunga sulla Terra, facendo narrare le vicende dal suo punto di vista. Oppure, più semplicemente, potremmo narrare una partita di calcio dalla prospettiva di un individuo che non conosce le regole del gioco, o che detesta questo sport.

Scrivere storie utilizzando il punto di vista straniante può essere molto divertente, ed è meno difficile di quanto sembri. Provare per credere!

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