Da bambini viviamo coltivando un senso di assoluto. La nostra identità non è ancora ben definita e sentiamo istintivamente un senso di appartenenza al Tutto, vivendo gioie e dolori in modo totalizzante. Da bambini, “siamo”. Poi succede qualcosa che ci allontana gradualmente da questo senso di assoluto. L’interazione col mondo esterno porta inevitabilmente ad etichettare, concettualizzare, creare schemi. Entra in azione la mente egoica, che alimenta questa separazione dal Tutto e ci fa identificare sempre di più con una struttura identitaria. Aggiungiamo nozioni e concetti a quel “io sono”, completiamo la frase rafforzando un senso d’identità che ci porta ad integrarci con eventi e situazioni che determinano il nostro modo di essere e di muoverci nel mondo. Se viviamo un evento spiacevole (per un bambino, per esempio, può essere semplicemente rappresentato dal fatto che la madre lo ha lasciato da solo per dieci minuti) diciamo, o pensiamo, “io sono triste”. Se viviamo un evento piacevole diremo “io sono felice”, e così via, se abbracciamo un credo religioso diremo “io sono buddista/cristiano/musulmano,ecc.”, se ho un determinato lavoro ci identificheremo con esso dicendo “io sono un operaio/impiegato/meccanico/psicologo/ragioniere,ecc.”

Così facendo, aggiungiamo strati di personalità che vanno a sovrapporsi al nostro nucleo più profondo e più puro, quel centro che vorrebbe dire semplicemente “io sono” e godersi l’essere parte del Tutto e quel senso di dignità innata rispetto ad ogni evento della vita. Fin quando ci allontaneremo da quel nucleo, identificandoci con quegli strati, agiremo da quella prospettiva limitata, porremo sempre le stesse cause e otterremo sempre i medesimi effetti. Non c’è scelta, consapevolezza e centratura fintanto che siamo identificati con una parte soltanto del nostro essere. Se sentiamo di “essere arrabbiati” con i nostri genitori, oppure tristi per il comportamento tenuto dal partner, o ci riconosciamo unicamente nel lavoro che facciamo, la nostra mente ci farà agire sulla base di automatismi che ci fanno muovere continuamente verso la direzione sbagliata, che è quella della separazione dagli altri e dal Tutto, dell’alimentazione delle emozioni scomode e dell’Ego e dell’appartenenza permanente a quella situazione, che diviene così immutabile e statica. Come un destino che in realtà ci siamo inconsapevolmente costruiti noi.

E allora diviene evidente che è indispensabile una presa di consapevolezza che prende le mosse da un distacco dall’identificazione con eventi ed emozioni scomode, bisogna rendersi conto che ciò che sentiamo e sperimentiamo “non è ciò che siamo”. Può essere utile, a questo fine, cambiare il nostro linguaggio: non più “sono triste” ma “provo tristezza”, invece di dire “sono un operaio” potremmo dire “lavoro in fabbrica”, “sono buddista” diventa invece “pratico il buddismo”. In una piccola frase può risiedere il cambiamento di un destino, della vita di un uomo, che imparerà a togliersi di dosso le etichette che si è appiccicato da solo. Chi lavora in fabbrica potrà, dopo che si sarà tolto di dosso la divisa e avrà terminato il  suo turno di lavoro, coltivare i suoi interessi e le sue passioni, perchè non è più solo un operaio ma un uomo che dedica parte della sua giornata al lavoro e la restante parte all’arte, allo sport, al cinema, al giardinaggio.

Chi pratica il buddismo/cristianesimo/islam, potrà continuare ad avere una mente aperta e lasciarsi andare al nuovo, ai confronti, alla curiosità e allo spirito di ricerca.

A questo punto, potremo porci una domanda: “chi sono veramente io?”

E la risposta, potrebbe lasciarci a bocca aperta.

Share This