Capitolo 9

Nuove prospettive

Rimasi cinque giorni chiuso in casa. Mandai un certificato medico a lavoro, mi barricai in camera mia e evitai ogni contatto col mondo esterno. Impedii anche a mia madre di parlarmi, ogni suo tentativo di entrare in camera scatenava in me un violento moto d’ira. L’unico essere vivente cui concedevo di starmi vicino era Roger, il fedele compagno che ha assistito a mille crisi, innumerevoli depressioni e infiniti pianti a dirotto senza mai stancarsi di dare il suo contributo per lenire le mie ferite. Appena percepiva che la mia disperazione stava giungendo ad un picco si avvicinava a me e, se ero steso sul letto, si stendeva sulla mia pancia e cominciava a somministrarmi l’unico antidoto che la sua natura felina conosca, ovvero le fusa. Se ero seduto su una sedia mi saltava sulle gambe e poggiava la sua testolina al mio petto, come se volesse ascoltare i battiti del mio cuore. Poi si assopiva, ogni tanto muoveva impercettibilmente la coda e tirava fuori un artiglio da una zampa che affondava nel tessuto dei jeans. “Oh tesoro, tesoro…” gemevo mentre lo accarezzavo, stringendolo come un peluche e ricoprendolo di baci. Sembravo una di quelle vecchiette vedove ultraottantenni con il gatto come unica compagnia, ultimo legame affettivo con una forma di vita che le accompagna nei loro ultimi tristi giorni attanagliati dalla solitudine.
Mi sentivo patetico, sapevo di comportarmi in modo stupido e vergognoso ma non avevo un briciolo di energia per reagire. Non mi lavavo. Non mangiavo. Non dormivo. Ero preda del nulla assoluto e la mia disperazione era accentuata dal pensiero costante che quella sofferenza sarebbe durata in eterno. Giunsi al punto di desiderare di morire, il pensiero della morte mi apparve dolce e consolatorio rispetto alla prospettiva di un’eternità di dannazione e tormento, ma ero troppo codardo per compiere il gesto estremo di togliermi la vita per cui mi aggrappai alla speranza che la mia denutrizione mi avrebbe portato alla morte in pochi giorni.
Piangevo, poi smettevo, mi assopivo per qualche minuto, poi mi ridestavo, spesso gridando per qualche visione mostruosa o incubo che avevo avuto durante il mio breve sonno, poi ricominciavo a piangere. Queste erano le mie giornate. Spesso mia madre si piazzava dietro la porta, in ascolto, e accompagnava i miei singhiozzi, era disperata quanto me e non poteva fare a meno di addolorarsi per la mia condizione. Non insistette più di tanto nel tentativo di consolarmi o di spronarmi a reagire in quanto mi conosceva molto bene, sapeva quanto fossi testardo all’epoca, l’inamovibilità delle mie posizioni è stato il leit motiv di gran parte della mia esistenza, c’era quasi una gelosia, una custodia scrupolosa di ciò che faceva parte della mia esperienza e del mio essere, anche di ciò che identificavo col dolore e il male. Era roba mia, apparteneva a me e non concedevo a nessuno di sottrarmela senza un mio contributo o iniziativa. Niente e nessuno poteva tirarmi fuori da quelle tenebre. Solo io potevo farlo. Mia madre lo sapeva bene e fece l’unica cosa che poteva fare per quel disgraziato figlio capitatole in sorte: stare in ascolto da lontano. Offrire una discreta presenza fisica, un’attenzione che sapeva di sostegno energetico e morale, pregando e aggrappandosi a qualsiasi appiglio la sua anima riuscisse a percepire, in attesa di un miracolo. Che avvenne. Il quinto giorno successe qualcosa. Non so dire se fu una risposta alle preghiere di mia madre ma proprio mentre ero sull’orlo del baratro e sentivo che la mia energia vitale diventava sempre più flebile ebbi un colpo di coda. Mentre stavo sul letto ad osservare il vuoto, con Roger che mi dormiva accanto tenendo il suo corpicino poggiato ad un mio fianco, l’occhio mi cadde sulla parete di fronte a me e misi a fuoco un calendario attaccato al muro. Di fianco alla data di quel giorno vi era scritto qualcosa: “ore 17:00 seduta dal dottor Marini.” Immediatamente il mio pensiero andò alla seduta di una settimana prima e la prima immagine che mi tornò in mente fu la visione che ebbi all’inizio della seduta, quando, osservando la posizione di meditazione del dottore, visualizzai una cascata che riempiva una vasca di pietra. Quell’immagine ebbe un effetto rigenerante in me, una sensazione di calore si irradiò nel mio petto e mi sentii nuovamente vivo, in un attimo le tenebre erano state spazzate via dalla mia mente e provai un improvviso e insperato conforto.
Guardai la sveglia sulla scrivania. Segnava le 15:39. Un pensiero folle si impadronì della mia mente: “sei ancora in tempo”. Scattai in piedi, facendo saltare Roger per lo spavento, lo afferrai e lo coprii di baci per farmi perdonare e ringraziarlo per quanto aveva fatto per me in quei giorni, poi spalancai la porta di camera mia e trovai mia madre ancora inginocchiata intenta ad origliare. Mi guardò con aria colpevole e imbarazzata, come una bambina colta sul fatto mentre cerca di rubare delle caramelle. Le afferrai la testa tra le mani e le baciai la fronte, poi la abbracciai e la sollevai da terra, adagiandola dolcemente sul salotto di casa. Mi guardò negli occhi e, quando vide quel barlume di vita che vi era tornato a brillare, scoppiò in lacrime per la gioia. “Perdonami…perdonami…” sussurravo, mentre accompagnavo il suo pianto liberatorio con il mio, amaro e appesantito dal senso di colpa. “Vado dallo psicologo” dissi infine, “sento che mi può aiutare. La volta scorsa è stato bravissimo. Solo che mi sono rilassato, stupido che non sono altro, avrei dovuto capirlo subito che non bastava una sola seduta per avere effetti stabili e duraturi, così ho finito per commettere degli errori…ma sono ancora in tempo, sì, ce la posso fare…”
Mi fiondai in bagno e feci una doccia lunga e piacevole, lavando via gli odori e lo sporco che si era accumulato in quei giorni sul mio corpo, il calore d’inizio estate mi aveva fatto sudare tanto in quei giorni e capii che stavo meglio anche dalla repulsione che avevo improvvisamente sviluppato per il fetore acre e pungente che emanavo. Sembrava che me ne stessi accorgendo solo in quel momento di quanto puzzavo, osservai con imbarazzo la torbida acqua che ricadeva sul piatto della doccia scivolando dal mio corpo, portandosi via brandelli di pelle morta, incrostazioni, grasso e sudore secco.
Uscii dal bagno mezzo nudo, mi asciugai i capelli e mi rivestii mentre mia madre mi allungava dei pezzi di pane al prosciutto. Mi imboccò mentre continuavo a prepararmi, seguendomi come un’ombra e saltellando per la felicità, quasi divertita da quella situazione. Deve averci trovato gusto a tornare ad imboccarmi dopo tanti anni, in fondo un figlio rimane sempre un bambino agli occhi della madre, a maggior ragione se sta male e ha bisogno di cure e attenzioni.
Mi fiondai in strada e in pochi minuti giunsi allo studio. La ritrovata speranza e la conseguente euforia che provavo mi avevano fatto completamente dimenticare di Samanta così, quando giunsi sul pianerottolo e la intravidi attraverso uno spiraglio della porta mentre attraversava il corridoio con un raccoglitore in mano ebbi un tuffo al cuore. Rimasi immobile per qualche istante, indeciso sul da farsi, con i capelli che mi si rizzavano in testa per l’imbarazzo e il palato e la gola che cominciavano a seccarsi. Non contemplai minimamente l’ipotesi di tornare indietro, la sola idea di rinunciare alla seduta mi atterriva, per cui mi feci coraggio ed entrai. Lei, appena mi vide, si irrigidì e mi lanciò una fugace occhiata gelida, poi distolse lo sguardo e sparì in un’altra stanza dello studio. Quando ricomparve aveva un’aria superba, sprezzante, mi ignorò e scansò per tutto il tempo che trascorsi in sala d’aspetto. Non ci scambiammo neanche una parola. Non feci niente per interrompere quel gelo tra noi, presi una rivista e finsi di leggerla, tenendo lo sguardo abbassato e ignorandola a mia volta. Ebbi il sentore che questa mia reazione rese più spessa e compatta la coltre di ghiaccio che si era creata tra noi. Forse avrebbe gradito le mie scuse. Probabilmente avrebbe voluto che ci parlassimo, che chiedessi un chiarimento. Voleva avere la conferma che anch’io avessi bisogno di spiegazioni, di dare un senso al nostro incontro di quella sera. Ma la verità è che durante quei cinque giorni non avevo pensato a lei neanche una volta. E non sentivo il bisogno di parlarle. Per me andava benissimo che ci ignorassimo, non volevo una relazione o un’amicizia con lei, desideravo far finta che il nostro appuntamento non ci fosse mai stato e che tornassimo alla consueta e superficiale interrelazione che si può creare tra la segretaria di uno studio e un suo cliente/paziente. Un ragionamento crudele, lo so. Ma l’istinto di sopravvivenza può portare a decisioni drastiche, assolute, che però non sempre portano al risultato sperato. Ci illudiamo che i nostri errori possano essere cancellati con un colpo di spugna, ma non è così. L’errore rimane, la conseguenza ristagna sulle nostre vite pronta a manifestarsi qualora trovi la condizione esteriore adeguata. E’ a causa della vita, che continua a muoversi e a pretendere che facciamo i conti con gli eventi che accadono, con il frutto delle nostre azioni e il risultato della nostra volizione. Non lo sapevo, all’epoca. Ma una vocina, dentro di me, mi mormorava “un giorno farò i conti con Sam…”. Dentro di me, in qualche meandro oscuro e nascosto della mia coscienza, ero consapevole di non poter sfuggire in eterno alla resa dei conti. Ma questa è un’altra storia…
Mentre facevo finta di leggere un articolo su “donna moderna” che parlava delle qualità afrodisiache dello zenzero udii un rumore di passi che si avvicinavano. Sollevai appena lo sguardo quel tanto che serviva per riconoscere le scarpe di Sam, in piedi davanti a me, a qualche metro di distanza. Avvicinai ancora di più il giornale alla mia faccia, turbato dalla sua presenza. “Prego, il dottor Marini, può riceverla, la accompagno” disse, con tono freddo e professionale. Posai il giornale di fianco a me e rimase aperto sulla pagina che stavo leggendo. Lo sguardo di Sam cadde sul titolo dell’articolo, scritto a caratteri cubitali, “FATELO MEGLIO CON LO ZENZERO!” e non riuscì a trattenere una risata sarcastica e un commento offensivo: “ci vorrebbe una gru per sollevare quel coso moscio che ti ritrovi, altro che zenzero.”
Non reagii alla provocazione. Tenni lo sguardo fisso sul pavimento e la testa bassa e lasciai trapelare a Sam il messaggio che preferisse da quel mio gesto. Che fossero scuse, indifferenza, disprezzo, non mi importava. Comunque funzionò perché Sam non parlò più. Mi precedette fino alla porta dell’ufficio, poi girò i tacchi e scomparve alle mie spalle.
Bussai, quando udii “avanti” aprii la porta e mi accomodai. Il dottor Marini mi accolse nuovamente con il suo sorriso abbagliante in cui stavolta intravidi anche un cenno di preoccupazione. I suoi occhi si velarono di tristezza e compassione dopo pochi istanti in cui si erano posati su di me. Non avevo un bell’aspetto. Nonostante mi fossi fatto una doccia continuavo a mostrare i segni della sofferenza sul mio volto e sul corpo. Non avevo avuto tempo di farmi la barba, e le fosse sotto agli occhi per la mancanza di sonno si intonavano alla perfezione con le guance scavate e la pelle bianca tirata come un guanto elastico sulle ossa della mia testa a ritrarre l’immagine di un uomo dolente. Avevo perso peso, i vestiti che qualche giorno prima mi calzavano alla perfezione erano diventati larghi e scampanati, dando l’impressione che il mio corpo si fosse rimpicciolito all’improvviso facendomi tornare bambino. Dettagli non sfuggiti all’occhio clinico del dottor Marini che, dopo avermi studiato per un po’, esclamò “santo cielo figliolo, ha un aspetto terribile, ma cosa è successo?”
Scoppiai immediatamente a piangere, lasciando che la disperazione tornasse ad impossessarsi di me. Aprii la valvola dello sfogo al massimo, sapevo di essere in un ambiente protetto e nell’unico luogo in cui sarebbe stato salutare far uscire quella roba, perché avrei potuto metterci le mani e fare qualcosa con l’aiuto del dottore.
“Mi aiuti, la prego…non so più cosa fare. Sono stato malissimo in questi giorni. Dopo la seduta dell’altra volta ero stato meglio, ma è durato poco. La supplico, qualsiasi cosa abbia fatto quel giorno la rifaccia. Mandi via questo dolore, la prego. E’ insopportabile, non resisto più!”
“Per prima cosa” tuonò Marini alzando la voce, come se volesse sgridarmi, “non parli più. Silenzio! Poi respiri lentamente e profondamente. Ecco, così, bravo. Chiuda gli occhi. Porti l’attenzione al respiro. Il respiro entra, il respiro esce. Inspiri, ed espiri. Inspiri, ed espiri… cerchi di non pensare a nulla, la testa è vuota, leggera, se arrivano dei pensieri, delle immagini, li lasci andare via. Tenga la schiena dritta ma non tesa, il collo e spalle sono rilassati, il respiro entra, il respiro esce, il respiro entra, il respiro esce…”
Dopo qualche minuto stavo meglio. Pensavo che sfogarmi e lasciarmi andare sarebbe stato utile per far capire quanto stessi male ma avevo perso il controllo, tuttavia l’esercizio di respirazione mi aveva permesso di riprendere le redini delle mie emozioni e di calmarmi. Riaprii gli occhi e lo guardai, stupefatto. Lui mi ricambiò con un sorriso enigmatico e uno sguardo indagatore. “Ora va meglio, grazie” dissi, quando compresi ciò che voleva sentirsi dire.
“Incredibile, vero? Ci martoriamo e crogioliamo nel dolore quando basterebbe ricordarci di respirare per far svanire certe brutte emozioni.”
“Io…non ho parole. Lei sembra un mago. E’ già la seconda volta che succede qualcosa di strano e incomprensibile insieme a lei.”
Martini rise divertito poi mi osservò in silenzio per qualche istante. Sembrava indeciso se formulare o meno una richiesta.
“Chiedo troppo proponendo di darci del tu? Riesco a lavorare meglio se ho maggiore confidenza con il mio cliente. E penso che sarebbe più facile anche per…lei” concluse, non sapendo ancora quale sarebbe stata la mia risposta a quella proposta.
“Per me va benissimo. Ne sarei felice, stavo per proporlo io la volta scorsa. In effetti la formalità mi appesantisce, preferisco avere maggiore confidenza con chi parlo.”
“Bene, Giorgio. Allora cominciamo a fare sul serio. La volta scorsa non abbiamo avuto modo di approfondire i motivi che ti hanno spinto a cercarmi e ad andare in psicoterapia. Raccontami tutto.”
Iniziai e parlare e gli raccontai gli ultimi avvenimenti, la vicenda con l’agente immobiliare che pensavo essere la causa scatenante del mio malessere, le serate brave con i miei amici per cercare di dimenticare i miei problemi affogando i dispiaceri nell’alcool, l’aggressività che il consumo di alcolici mi tirava fuori, le botte nel pub con il barista, la scenata nel ristorante quando mi calai le braghe al centro della sala, i primi accenni di depressione, l’insonnia, l’incontro con Alessia e la rabbia che mi aveva tirato fuori, raccontai per la seconda volta di quando mi scottai la lingua con il cappuccino bollente e avevo fatto volare la tazza in un gesto di stizza-ora capisco dottore gli dicevo, vedo i collegamenti tra gli eventi, il rapporto causale tra loro- poi gli raccontai dell’incontro casuale con l’agente immobiliare e della nuova crisi che mi aveva generato il suo atteggiamento presuntuoso e arrogante, parlai della vicenda di Sam senza nominarla ovviamente, spiegai l’incontro con una ragazza mezza matta con lo spirito della crocerossina, votata al martirio, “ha saputo dei miei problemi e vorrebbe salvarmi col suo amore per emulare sua madre che ha sopportato anni di abusi e soprusi per cercare di cambiare il marito alcolizzato e disturbato,secondo me lei ha ereditato questi difetti, in più è dedita al consumo di droghe, mi ha spinto a fumare una canna dopo che avevamo bevuto e questo mi ha generato un attacco di panico mentre ero in strada, è stato tremendo dottore, d’un tratto non mi ricordavo neanche più chi fossi, come mi chiamassi, ci pensi, non voglio più avere niente a che fare con lei, è una matta, pericolosa, certo un po’ mi dispiace, mi fa pena, ma cosa posso farci, non riesco a badare a me stesso figuriamoci se posso occuparmi di una ragazza del genere, assecondare poi la sua richiesta, figuriamoci, prendere parte ad un delirio del genere, te lo immagini, roba da menti deviate, i traumi infantili causati dal padre che abusava e picchiava la madre uniti ad una eccessiva lettura di romanzi e storie rosa, presumibilmente come forma di evasione da una realtà troppo dolorosa, le hanno mandato in pappa il cervello, crede di essere l’eroina protagonista di un romanzo della Harmony…”
Ero un fiume in piena di parole, inarrestabile, convinto, deciso, dicevo tutto ciò che mi passava per la mente con piena fiducia, non avevo nessuna vergogna, non temevo un giudizio morale sui miei pensieri e le mie azioni da parte del dottor Marini. La sua impassibilità fu il principale catalizzatore del mio affidamento, mentre parlavo non staccò gli occhi da me neanche per un istante, mi guardava con aria concentrata e inespressiva, non tradiva nessuna emozione, non muoveva nessun muscolo del volto. Il suo sguardo sembrava leggermi dentro, come se avesse una vista a raggi x, le parole che tiravo fuori erano scovate nei meandri del mio animo dal suo sguardo attento e indagatore, era lui a fare tutto il lavoro, io assecondavo solo il suo operato, seguivo il flusso che lui creava con la potenza del suo essere. Non stava facendo niente all’apparenza, immobile e taciturno com’era, ma in realtà stava facendo tutto ad un livello più profondo, sottile. Lo sentivo e percepivo chiaramente.
Quando terminai di parlare rimanemmo in silenzio a contemplarci per alcuni istanti che parvero un’eternità, poi d’un tratto sospirai. “Cosa vuol dire quel sospiro?” mi chiese, scrollando le spalle per rompere la sua immobilità.
“Oh mi scusi…cioè volevo dire scusami…”
“Non intendevo questo. Non era un rimprovero. Voglio che ti concentri su quel sospiro. Quale emozione l’ha generato?”
“Io…non saprei. E’ stato un attimo. E’ già sfuggito tutto.”
“Sforzati. Torna con la mente ad un attimo fa. A cosa stavi pensando?”
Mi concentrai, tenendo gli occhi aperti. “Fai delle associazioni” disse Marini, “pensa a voce alta, voglio ascoltare le parole della tua mente.”
“I miei pensieri di poco fa…ok ci sono. Pensavo che lei mi piace. Cioè, che tu mi piaci. Sento che puoi aiutarmi, posso fidarmi, mentre parlavo mi sono sentito libero, sì, libero di essere me stesso, di esprimere anche opinioni scomode, non mi sono giudicato per ciò che ho detto perché sentivo che tu non mi avresti giudicato, quando sono qui dentro sono libero, mi sento leggero, sollevato…sollievo, è questa la parola esatta, quello di poco fa era un sospiro di sollievo, perché mi sento sollevato.”
“Molto bene Giorgio, sono contento, hai già raggiunto un piccolo traguardo ma come hai intuito da solo ora bisogna cercare di dare una costanza a quel sollievo, una eco che si protragga lungo le tue prossime giornate.”
“Sì, l’ho visto nei giorni scorsi, dopo la prima seduta. E’ bastato davvero un attimo per ripiombare nel baratro. La mente umana è così fragile…”
“E’ questo il punto, mio caro. Lascia che ti spieghi brevemente in cosa consiste l’approccio cognitivo-comportamentale che utilizzo come metodo di psicoterapia. Questa teoria parte da un assunto semplice ma allo stesso tempo essenziale perché profondamente vero: ciò che provi è frutto di ciò che pensi. Ci avevi mai riflettuto?”
“Io…non capisco bene. Puoi spiegarmi meglio?”
“Ti aiuterò con un esempio. Mettiamo che a due individui, che chiameremo Tizio e Caio, venga rubata l’auto. Tizio vede questa vicenda come un disastro, si dispera, pensa che sia una tragedia perché non aveva assicurato l’auto contro il furto e non ha i soldi per comprarne una nuova, pensa a tutte le cose che non potrà più fare per chissà quanto tempo, accompagnare i figli a scuola, andare a prendere sua moglie quando esce dal corso di yoga, andare a lavoro in auto così da poter dormire mezz’ora in più la mattina non avendo l’affanno di dover prendere un mezzo pubblico, portare la sua anziana madre dal dottore per una visita, e così via. Pensa che la sua vita sia rovinata in virtù dei piccoli sconvolgimenti cui sarà sottoposta, i disagi che dovrà sopportare, e il pensiero di non poter assolvere ai suoi doveri di padre di famiglia, di marito premuroso, di figlio devoto, lo atterrisce. Si innesca così un vortice di pensieri negativi nella sua mente, che genera un vulcano di emozioni scomode, la sua mente non riesce a contemplare una soluzione, un’alternativa, e probabilmente Tizio si ammalerà, si lascerà andare, perderà le energie e non cercherà neanche di appropriarsi delle risorse per uscire da quella situazione, ormai tutto il suo essere è totalmente succube della sua mente e dei pensieri che genera. Caio si trova nella medesima situazione di Tizio, non può sostituire l’auto con un’auto nuova e dovrà rimanere senza mezzo di trasporto per un tempo indeterminato, ovviamente è anche lui dispiaciuto e inizialmente proverà un po’ di sconforto, tuttavia col tempo comincerà a pensare alle nuove opportunità che quella situazione gli offre, rifletterà sul fatto che potrebbe non essere così male cambiare le proprie abitudini, in fondo lui e i suoi familiari si sono impigriti negli ultimi anni, ha messo su anche qualche chilo e camminare un po’ di più potrebbe essere utile oltre che piacevole, un po’ di moto gli servirebbe per ritornare in forma e magari lo aiuterebbe anche a migliorare il suo umore, si rende conto che cominciare la giornata con una bella passeggiata fino al luogo di lavoro lo aiuta ad essere più sereno, magari cambia tragitto e passa per il giardino comunale, si gode un breve ma intenso contatto con la natura e le piante, si ferma a fare colazione al bar…anche sua madre è anziana, non cammina bene e ogni tanto ha bisogno di essere accompagnata con un mezzo di trasporto per svolgere delle commissioni urgenti o per una visita dal medico ma anche in questo caso Caio non si scoraggia, si mantiene lucido e calmo e pensa alla vasta gamma di soluzioni, ipotesi, alternative che si possono prospettare, riflette sul fatto che per le faccende urgenti esistono sempre i taxi, costano un po’ ma in fondo quanto pagava di bollo, assicurazione, benzina, manutenzione quando aveva la macchina? Sicuramente spende di meno ora prendendo un taxi di tanto in tanto e comunque c’è sempre quel caro amico che non gli negherebbe mai di prestargli la macchina…”
“Comincio a capire” dissi interrompendolo, per prendere una pausa con cui metabolizzare quelle parole. Riflettevo su ciò che Marini mi aveva detto e la conclusione fu lampante e illuminante. Più ci pensavo e più quelle parole mi apparivano chiare, vere, assolute.
“Quindi, caro Giorgio, il nostro lavoro delle prossime sedute sarà quello di modificare il tuo modo di pensare per cambiare la qualità delle tue emozioni. Non cercheremo risposte ai perché, non individueremo delle cause, non ci concentreremo sul tuo passato alla ricerca delle origini del tuo malessere. La nostra attenzione sarà rivolta esclusivamente al presente, ai problemi attuali e alla ricerca di un modo per risolverli, partendo da un lavoro sulla tua mente che ti permetta di cogliere ogni opportunità che si cela dietro le situazioni inerenti la tua vita.”

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