Capitolo 8

Imprevisti

I giorni successivi furono un disastro. Proprio quando credetti di avere raggiunto una serenità ed un equilibrio interiore gli eventi precipitarono, portandomi a stare peggio di come stessi prima di recarmi in seduta dal dottor Marini. In fondo avevo dato prova ancora una volta di superificialità ed arroganza, ritenendo che bastasse una sola seduta per risolvere tutti i miei problemi. Fu così che la vita mi mise alla prova, mostrandomi quanta strada avevo ancora da fare per guadagnarmi una stabilità duratura.
Il primo crollo emotivo giunse il giorno dopo. Bastò poco per sfasciare quell’effimera pace di cui mi stavo beando. Camminavo lungo viale Vittorio Emanuele per recarmi all’ufficio postale quando incrociai casualmente il tizio dell’agenzia immobiliare. Parlava al cellulare e risaliva il viale in senso contrario con passo deciso e spavaldo, stringendo il manico di una ventiquattro ore nell’altra mano, che faceva dondolare e roteare leggermente. Appena lo riconobbi mi fermai e mi guardai intorno, alla ricerca di un posto in cui nascondermi per non incrociarlo, stavo per muovermi alla mia sinistra per entrare in un bar quando i nostri sguardi si incontrarono. Fu un attimo. Il suo sorriso diabolico e arrogante, che trasudava arroganza e prepotenza, comparve nuovamente sulle sue labbra. Poi distolse lo sguardo, mi passò accanto tenendo il mento sollevato e la fronte rivolta al cielo, ignorandomi come se fossi la merda di un cane abbandonata sul marciapiede, mentre io me ne stavo immobile, pietrificato, con il cuore che mi batteva all’impazzata e le tempie che mi pulsavano.
“Ho vinto io”, questo sembrava volesse comunicarmi con quell’atteggiamento. Ad un tratto mi tremarono le gambe, sentii lo stomaco che si contraeva e il petto che diventava pesante, provai a deglutire ma non riuscii a far scendere niente, la saliva mi stagnò in gola insieme a quella inconfondibile sensazione di amarezza mista a disperazione. Sputai in terra e per poco non centrai le gambe di un signore distinto che mi stava passando accanto, il quale mi fulminò con lo sguardo e proseguì oltre, voltandosi un’ultima volta per guardarmi nuovamente con aria sprezzante.
Mi fiondai nel bar e corsi in bagno, mi aggrappai al lavandino per non cadere e mi sciacquai la faccia con dell’acqua gelata. Mi guardai allo specchio e mi resi conto di essere diventato pallido come un lenzuolo, il mio volto sembrava quello di un fantasma, guardai i miei occhi riflessi nello specchio e rimasi impressionato dal pallore che trasmettevano. Sembrava che l’agente immobiliare avesse fatto un sortilegio per sottrarmi la linfa vitale, gli era bastato sorridere per uccidermi, ridurmi ad un morto che cammina, un involucro vuoto che si trascinava per il mondo per inerzia, sfruttando uno slancio vitale che veniva dagli anni passati e, una volta esaurito il suo effetto, si sarebbe accasciato al suolo come una bambola.
Tornò la paura della morte. Stavo per avere un attacco di panico, boccheggiavo e sentivo il respiro che si faceva sempre più rotto, pensavo che stessi per soffocare e urlai per chiedere aiuto. Due uomini si fiondarono in bagno e mi guardarono con aria enigmatica, poi scoppiai a piangere. Quando tornai in me mi resi conto di essere steso su una brandina in uno sgabuzzino con una pezza umida stesa sulla fronte. L’aria era umida, la puzza di muffa mi nauseò e voltai lo sguardo intorno a me. Notai che ero circondato da casse di bibite e fusti di birra. Di fronte a me, parcheggiata in un angolo di una parete, stazionava una vecchia macchina per il caffè da bar consumata dalla ruggine. Sentii il rumore di una porta che si apriva e sull’uscio alla mia sinistra comparve la sagoma di uno degli uomini che mi aveva soccorso.
“Va meglio?” chiese, porgendomi una tazza di tè fumante. Era un uomo sulla cinquantina, portava dei folti baffi fuori moda, aveva una discreta pancia e l’aria simpatica.
“Grazie. Io…non so cosa mi sia preso. Non mi era mai successo.”
“Vada al pronto soccorso. Meglio farsi curare. Con la salute non si scherza.”
“Ha ragione. Sa, in realtà mi sto già curando. Ho cominciato una psicoterapia…”
Mi interruppi notando la sua espressione contrariata non appena nominai la psicoterapia. “Uagliò non si dice. Non ne parlare così alla leggera. Al giorno d’oggi puoi permetterti il lusso di essere malato. Sei giustificato se vai da un medico per una malattia seria. Ma se vai dallo psicologo, se ti va bene, sei considerato un credulone che si fa abbindolare da qualche ciarlatano, fai la figura del fesso e finisce lì. Se ti va male ti pigliano per matto, finisci emarginato perché le malattie mentali fanno paura, ti ritrovi ad essere un disadattato imbottito di pasticche che trotterella per i quartieri cianciando frasi senza senso. Nella peggiore delle ipotesi potrebbero rinchiuderti in un manicomio. Brutti posti quelli, ci lavorava un mio zio come infermiere, non ti dico le cose che ha visto…mi raccontava di quando facevano l’elettroshock ai matti. Poi li lavavano con una pompa, li spogliavano e gli spruzzavano addosso un getto d’acqua gelata. E poi li tenevano legati tutto il giorno con la camicia di forza…”
Mi aspettavo che da un momento all’altro quell’uomo scoppiasse a ridere. Ma non lo fece. Parlava seriamente, la sua espressione era seria e i suoi occhi si erano anche inumiditi mentre mi raccontava le nefandezze che venivano perpetrate nei manicomi-lager.
Un tintinnio risuonò da un’altra stanza adiacente e in sottofondo risuonò un “c’è nessuno?” urlato con aria impaziente.
“Arrivo! E che cazzo!” urlò l’uomo baffuto e panciuto. “Uno non può neanche fare una pisciata?”
Realizzai che quell’uomo era il titolare del bar e dal suo discorso trapelava un carattere da sempliciotto, seppur accompagnato da un animo generoso. Desistetti dall’intento di fargli sapere che i manicomi non esistevano più da oltre trent’anni, furono chiusi con la legge Basaglia che previde forme alternative di cura e cliniche specializzate nella salute mentale. Inoltre avevo avuto voglia, per un istante, di smontare la sua stramba tesi secondo cui se vai da uno psicologo sei un credulone o un matto, ma lasciai perdere in nome della gratitudine che provavo nei suoi confronti per avermi soccorso. In fondo, chi ero io per scardinare il suo modo rozzo ma genuino di pensare? Non condividevo una virgola di quel discorso ma potevo percepire la sincerità di quello stile di vita, la leggerezza che emerge da un modo semplice di condurre i propri affari nel mondo e le proprie intenzioni. Un modo un po’ superficiale forse, ma credo che la strada per la serenità passa anche per dei compromessi.
L’altro evento che mi turbò profondamente, destabilizzando completamente il mio umore e minando la mia autostima fino alle fondamenta fu l’incontro ravvicinato che ebbi quella sera con la segretaria del dottor Marini. Fu lei a cercarmi, mi telefonò sul cellulare dopo ora di pranzo chiedendo di vedermi. Non riuscii a celare lo stupore e l’imbarazzo, biascicai mezze frasi e risi come un ebete durante tutta la telefonata.
“Ehm…come mai? E’ successo qualcosa?” chiesi.
“Non ti va? Non sei obbligato ad incontrarmi, sai? Ti dispiace se ti do del tu?”
“No no. Cioè, non è che non mi va. Mi va di incontrarti. Non mi dispiace se mi dai del tu.”
“Perfetto! Ci vediamo alle 21 al Gabbia?”
“Ok. Esco dal lavoro alle 20, penso di farcela per quell’ora.”
Mi recai all’appuntamento senza passare per casa a cambiarmi, così mi presentai all’appuntamento in veste informale, indossando gli stessi abiti che avevo al mattino prima di recarmi a lavoro. Il resto del pomeriggio scorse tranquillo e indolore, l’euforia per quell’inaspettato appuntamento mi fece dimenticare i tristi avvenimenti di quella mattina. Riuscii anche a tenere i piedi per terra e rimanere realistico, evitando di fantasticare troppo sui motivi per cui mi aveva cercato. La mia parte sognante fantasticava su colpi di fulmine e innamoramenti folli come preludio ad una bellissima e intensa storia d’amore. Scacciai quei pensieri e mi concentrai sul lavoro, ignorando l’ansia da prestazione che aumentava man mano che l’ora dell’appuntamento si avvicinava.
Quando arrivai al pub “La Gabbia” e la vidi seduta ad un tavolo mi si mozzò il fiato.Grazie al trucco e ai capelli stirati che le incorniciavano il volto in maniera perfetta appariva più bella di quanto ricordassi. Indossava un tailleur color rosso ciliegia e, sotto la giacca, una magliettina nera di cotone, non attillata. Abbigliamento inusuale per un appuntamento galante, sembrava quasi che volesse nascondere le sue curve che al contrario aveva mostrato in maniera così generosa nello studio e mi sentii improvvisamente deluso da quella constatazione, come se il suo abbigliamento rappresentasse la prova che non avesse intenzione di rimorchiarmi. Forse il giorno prima si era accorta del modo in cui la guardavo e quel vestito da monaca di clausura era un chiaro messaggio a tenere le mani a posto e a non farmi illusioni…
Mi accomodai di fronte a lei e le strinsi la mano, poi gettai una rapida occhiata intorno a me e notai che gli sguardi di tutti i maschi presenti nel locale erano puntati su di noi. Ero oggetto d’invidia, mi sembrava di poter leggere i loro pensieri mentre ci osservavano trangugiando birra e addentando panini e patate fritte. “Che ci fa una bellezza del genere con un coglione simile?” “Guarda come è vestito, deve essere proprio uno sfigato.” “Certa gente ha tutte le fortune…perché a me non capita mai? Io sì che saprei renderla felice.”
Quegli sguardi mi fecero cambiare prospettiva su quella serata, riuscii a vedere l’aspetto positivo di quell’incontro, in ogni caso stavo avendo l’opportunità di pavoneggiarmi per essere uscito con una gnocca, per una sera ero oggetto d’invidia ed ammirazione da parte del mondo maschile ed era abbastanza inusuale per me.
“Scusami per l’attesa….” le parole mi morirono in gola. “Mi rendo conto solo ora che non so come ti chiami. Penso che non ci siamo presentati.”
“Samanta Berti. Ma chiamami Sam.”
“Ehm…piacere. Io mi chiamo…”
“Oh lo so bene. Mi hai lasciato il tuo nome per l’appuntamento col dottor Marini, ricordi? Giorgio Lelli…ti dispiace se ti chiamo George?”
Diventai paonazzo. La ragazza correva a perdifiato, sembrava volesse bruciare le tappe. Eravamo già arrivati a questo livello di confidenza? Era solo la seconda volta che ci vedevamo, la prima volta ci eravamo incrociati solo per pochi minuti e già eravamo arrivati ai nomignoli affettuosi?
“Ok…Sam. Mi piace. Allora, posso sapere come mai mi hai cercato? Riguarda il dottor Marini? E’ successo qualcosa?”
“Oh no. Il dottor Marini non c’entra niente…anzi, prima di proseguire ho bisogno di una promessa da parte tua. Non farai mai parola con Marini di questo nostro incontro e degli eventuali prossimi incontri. Va bene?”
“C-cosa? Non capisco…”
“Se il dottor Marini sapesse che incontro un suo cliente fuori dall’orario di lavoro….che sfrutto i contatti che ricevo per prendere degli appuntamenti per scopi personali, temo che si arrabbierebbe moltissimo. Forse mi licenzierebbe. E non posso rischiare di perdere il posto di lavoro.”
“Io…non capisco…se Marini non c’entra niente qual’è il motivo di questo incontro?”
Si passò una mano nei capelli, sollevò la sua chioma e mi lanciò un’occhiata fiammeggiante, carica di sensualità e passione. “Per mio diletto. Mi sei piaciuto e volevo avere un incontro tète a tète con te.”
Feci un’espressione di stupore simile a quella di colui che riceve una sberla improvvisa senza sapere il motivo per cui gli è stata tirata. Poi cercai di ricompormi e sfoderai il sorriso più ammaliante del mio repertorio, piegai il gomito e provai a poggiare il mento sul pugno chiuso ma il gomito mi scivolò sul bordo del tavolo e quasi cascai in terra. Avrei voluto morire per la vergogna ma poi notai che lei rideva di cuore, stringendo gli occhi e arricciando il naso in una smorfia fanciullesca. “Che buffo, sei!”
Ordinai un controfiletto al pepe verde e un bicchiere di Chardonnay, lei prese un’insalata con bresaola e grana e un calice di Nobile di Montepulciano. Mangiammo e bevemmo allegramente, poi lei passò a discorsi più seri. Sembrava interessata alla mia vita, soprattutto agli aspetti più cupi. Voleva sapere i motivi che mi avevano spinto ad andare in terapia, i miei problemi e i tormenti che stavo affrontando. Dapprima fui titubante, mi infastidiva la piega che stava prendendo il discorso ma infine cedetti alla sua insistenza e mi confidai. Le raccontai tutto, anche ciò che ancora non avevo avuto modo di elaborare in terapia, il rapporto conflittuale con i miei genitori, in particolare l’odio che provavo per mio padre con cui non parlavo da anni, l’infanzia trascorsa cercando di sopravvivere in mezzo ai problemi economici, il divorzio tra i miei, la reazione violenta di mio padre, la mia decisione di schierarmi dalla parte di mia madre nel conflitto seguito alla loro rottura…fino ad arrivare a quei giorni, la truffa subita dall’agenzia immobiliare, la seguente crisi esistenziale che mi ha colpito, l’odio, il rancore, il desiderio di vendetta. E poi l’ansia, la sensazione di essere sempre sul punto di scoppiare a piangere. I problemi con l’alcool…
Più parlavo e più mi scioglievo, riuscivo a confidarmi pienamente e liberamente, e mi assicurai che non stessi trascurando nessun dettaglio. Sembrava quasi che stessimo simulando un seduta psicoterapeutica. Man mano che parlavo e aggiungevo particolari della mia vita notai che gli occhi di Samanta si riempivano di una luce strana, fanatica, intensa, come se stesse godendo nel sentire il racconto della mia storia. Sembrò particolarmente attratta, con un atteggiamento al limite della morbosità, sulle mie reazioni alla sofferenza, volle sapere se avevo avuto degli scatti d’ira, impulsi suicidi o reazioni violente e autolesioniste. Le raccontai della sceneggiata al ristorante quando mi calai le braghe e mostrai il culo ai commensali e dell’aggressione al vecchietto nel bar che mi convinse definitivamente che avevo un problema. Terminato il mio racconto lei si fece scappare una frase che mi insospettì molto. “Oh sì, sei perfetto!”
Ordinammo altri due calici di vino e, in conseguenza dell’ebbrezza derivante dall’alcool, mi confessò i suoi intenti e il motivo del nostro appuntamento.
“Sto cercando un compagno e ho bisogno che abbia determinati requisiti. Quando ti ho visto ieri mattina ho pensato che tu potevi andare. Fisicamente hai le caratteristiche che ricerco in un uomo, sei belloccio, hai dei begli occhi, un viso delicato e un po’ di pancetta che a me non dispiace affatto. Mi sono detta, se anche gli aspetti emotivi corrispondono al mio modello ideale allora ho trovato la persona giusta.”
“Fammi capire. Il tuo modello ideale di compagno è uno psicopatico?” dissi con tono aggressivo. Cominciavo ad essere brillo anche io e l’alcool ha la capacità di fare venire fuori aspetti sgradevoli di me.
“E’ difficile da spiegare. Diciamo che ho lo spirito della crocerossina. Mi piacciono i ragazzi complicati, problematici, da coccolare e salvare col mio amore. Penso che sia per questo che lavoro nello studio di uno psicologo. Inconsciamente ho ricercato un impiego che presentasse le condizioni migliori per proseguire la mia ricerca.”
“Quindi immagino di non essere il primo paziente del dottor Marini con cui esci.”
“No, non lo sei. Finora ho fatto solo buchi nell’acqua, quelli che ho incontrato non erano abbastanza disturbati per i miei gusti. Le persone oggi vanno in terapia per delle futilità…poi ci sono state anche quelli che avevano problematiche serie ma non erano sufficientemente attraenti per i miei gusti. Voglio la sintesi perfetta, forma e sostanza mescolate insieme.” Si interruppe per vuotare il calice, poi si passò la lingua sulle labbra per asciugarsi una goccia di vino che le era rimasta attaccata ad un angolo della bocca. “E alla fine ho trovato te.”
“Tu sei pazza.”
“Trattami male se vuoi. Anzi mi faresti un favore. Mi ecciterebbe ancora di più. L’idea di redimere un compagno violento con la forza della mia dolcezza mi manda in estasi.”
“Ma che cazzo dici? Ti rendi conto che stai farneticando? Senti, pago il conto e andiamo, grazie della compagnia ma credo sia meglio che la serata finisca qui.”
Mi alzai dalla sedia e mi recai alla cassa, lei mi agguantò e mi trascinò in un angolo buio del locale. “No, ti prego!” disse, afferrandomi una mano e portandosela al petto mentre mi rubava un bacio fugace. “Perché non provi prima ciò che ho da offrire? Potrei farti cambiare idea. Ho tante buone ragioni per convincerti.”
“Lasciami!” urlai, mentre mi gettava le braccia al collo e mi baciava selvaggiamente. Dopo qualche istante mi arresi, gli impulsi ebbero il sopravvento e mi lasciai andare, la palpai per bene in tutto il corpo e ricambiai i suoi baci furiosi. Per fortuna il locale era semivuoto, così potemmo lasciarci andare ad un breve amplesso, infilai la mano sotto la gonna e cominciai a massaggiarle il sesso. Il mio viso era quasi attaccato al suo, così godetti di un primo piano del suo volto contratto dalla goduria, ansimava a bocca aperta tenendo gli occhi chiusi, poi ebbe uno scatto in avanti veloce come quello di un serpente che azzanna una preda e mi agguantò un orecchio. “Andiamo da me” disse, sussurrandomi nell’orecchio tra un morso ed un altro.
Il tragitto in auto fu breve ma pericoloso, Samanta sfoggiò tutta la sua perversa follia coinvolgendomi in un gioco erotico che poteva risultare mortale. Mi tenne l’uccello in mano per tutto il tempo e ogni volta che allungavo la mano sul cambio per cambiare la marcia lei la afferrava e se la infilava tra le gambe o su una tetta. “Ti prego Samanta…”
“Mi chiamo Sam” protestò.
“Va bene Sam. Smettiamola. Ho paura. Leva quella mano” dissi, allontanando con il gomito la sua mano dal mio cavallo ma lei si divincolò e tornò ad afferrarmi le palle. Urlai dal dolore e sterzai involontariamente a sinistra, invadendo l’altra corsia ed evitando per miracolo all’ultimo momento un’auto che arrivava in senso opposto. L’autista suonò furiosamente il clacson e potevo solo immaginare le meritate ingiurie che mi stava rivolgendo per quel gesto folle e per lo spavento che gli avevo causato.
Accostai al marciapiede, girai attorno all’auto e provai ad aprire lo sportello del passeggero ma lei mise la sicura.
“Apri!” urlai, tirando furiosamente la maniglia, “esci dalla mia macchina dannata psicopatica che non sei altro. Apri ho detto!”
Vedendo la sua reazione divertita e il suo sorriso sfidante e strafottente per le mie minacce diedi un pugno sul vetro ma strinsi poco le dita, la mano era moscia e rischiai di fratturarmela.
Ululai per il dolore e le diedi della “puttana” mentre davo un calcio allo sportello. Vidi il suo volto che cambiava espressione, era diventata improvvisamente seria e corrucciata, come se si fosse offesa, passò sul sedile del guidatore, mise in moto e se ne andò sgommando, lasciandomi attonito sul ciglio della strada.
Non ebbi neanche il tempo di realizzare quello che era successo che mi squillò il cellulare. Era lei.
“Che cazzo ti dice quella testaccia? Lo sai che questo è un furto d’auto? Ora chiamo la polizia!”
“Chiudi il becco e stammi a sentire, babbeo! Trattami male quanto vuoi! Chiamami come ti pare, trascurami, tradiscimi con altre donne, ma non azzardarti mai più a chiamarmi puttana! La prossima volta che osi usare un termine del genere nei miei confronti ti faccio pentire di essere nato. Hai capito?”
Tradimento? Trascuratezza? Maltrattamento? Non stavamo mica insieme! Ero al mio primo appuntamento con lei e quella pazza già mi trattava come un fidanzato, imbastendo quella che sembrava una scenata di gelosia e tirando fuori un risentimento che solo chi sta in coppia può provare. In quale guaio mi ero infilato? Come dovevo comportarmi per venirne fuori?
Tirai qualche profondo respiro per tenere a freno la rabbia e tornare lucido, decisi di provare a parlarle con franchezza e serenità per farla ragionare e cercare di mettere fine a quella assurda situazione.
“Ascolta Samanta…volevo dire Sam…mi dispiace ok? Scusami…non volevo offenderti, ho avuto una reazione impulsiva per via del dolore alla mano.”
“Scusa un cazzo! Devi meritarti il mio perdono.”
“Va…va bene. Cosa vuoi che faccia?”
Il suo tono di voce diventò improvvisamente dolce e sensuale. “Via delle Cerchia 8. E’ a sette, ottocento metri da dove ti ho lasciato. Abito lì. Ti aspetto.”
“Che cosa? Vuoi che venga da t…”
Aveva messo giù. “E adesso che cazzo faccio?” dissi tra me e me, infilandomi le mani tra i capelli. Cominciavo ad avere paura, il comportamento di Samanta era inquietante e disturbato e avrei volentieri fatto in modo di non rivederla più per il resto della mia vita. Valutai di chiamare realmente la polizia per denunciarla ma pensai alle conseguenze in cui sarebbe incorsa, oltre alla denuncia avrebbe potuto avere problemi a lavoro, se il dottor Marini fosse venuto a conoscenza di quella vicenda e quindi del nostro incontro galante avrebbe sicuramente reagito molto male, forse l’avrebbe addirittura licenziata. Ma come aveva fatto a non accorgersi dell’instabilità mentale della sua segretaria? Possibile che i rapporti di lavoro possano essere così superficiali da non permetterci di sapere con chi realmente abbiamo a che fare, quale stile di vita conducono i nostri collaboratori, che tipo di umanità si cela dietro ad un nome, un numero di matricola, un cartellino? Anche io, in fondo, non mi ero mai preoccupato più di tanto dei sentimenti e delle vicende umane dei miei colleghi. Il direttore che mi sgrida senza motivo lo fa perché si diverte a rompermi le scatole oppure perché sta passando un brutto periodo? La collega che non mi rivolge parola e se ne sta imbronciata per conto suo durante tutto il turno se la sta tirando, fa l’altezzosa? O magari ha dei problemi personali su cui sta rimuginando?
Mentre meditavo su questi pensieri mi ero incamminato e, senza accorgermene, ero giunto in via delle Cerchia. La mia auto era parcheggiata di fronte al portone del numero civico 8. Ovviamente in divieto di sosta. Guardai nell’abitacolo sperando che avesse lasciato le chiavi nel cilindro di accensione. Niente. Provai a tirare la maniglia. Chiusa. Mi voltai e sospirai, mi feci forza e mi avvicinai al citofono. Suonai e Samanta mi aprì. “Secondo piano” disse, con voce neutra, metallica. Sembrava avesse ingoiato un registratore vocale. Giunsi sul pianerottolo e trovai una porta semiaperta, entrai e fui investito da una ventata di odore acre e pungente. L’appartamento era piccolo e spoglio, nell’ingresso faceva bella mostra una piccola specchiera devastata dai tarli. Era un miracolo che si reggesse ancora in piedi. Sulla sinistra c’era una camera da letto in cui sembrava fosse esplosa una bomba, il disordine regnava sovrano, il piccolo letto a baldacchino era sfatto e vi erano riversati una tonnellata di vestiti, biancheria intima, asciugamani e lenzuoli. Il pavimento era anche peggio se possibile, ricoperto da lattine di birra, cartoni per la pizza e pacchetti di sigarette vuoti.
Su tutto aleggiava una leggera nebbiolina odorosa, di cui non tardai a riconoscere l’origine: marijuana. Entrai nella cucina e trovai Samanta seduta al tavolo in mutande e camicetta. Stava rullando una canna, terminò l’operazione e la poggiò in una scatolina in compagnia di altre tre. Sulla sua destra, in bella vista, c’era il mozzicone di uno spinello poggiato sul bordo di una ceneriera.
“Accomodati” disse senza voltarsi e riaccendendo il mozzicone, cui diede una lunga boccata.
“Dove sono le chiavi della mia auto?” chiesi, cercando di non far trapelare rabbia dalle mie parole.
“Quanta fretta. La serata non è ancora iniziata.”
“Invece è finita, Sam. Basta, sono stanco. Voglio andare a casa.”
“Siediti” disse, indicando la sedia di fronte a lei e afferrando una bottiglia di Chivas. Riempì un bicchiere e lo spinse in direzione della sedia.
“Cristo, Sam…possiamo riparlarne in un altro momento? Anche domani se vuoi. Ma adesso non ce la faccio, davvero. Questa serata mi ha messo a dura prova.”
“Siediti” ripeté, senza scomporsi né voltarsi a guardarmi.
Mi arresi e mi accomodai, ma mi pentii subito. La guardai in volto ed ebbi paura. Sembrava che i suoi occhi si reggessero sulle borse nere che le erano spuntate al di sotto. Era completamente sballata. “Erba o ashish?” chiese, allungando una mano verso la scatolina in cui erano custodite le canne.
“Che cosa? Non se ne parla! Mi sembra che hai già fumato abbastanza, smettila, non esagerare!”
“Allora decido io. Ashish. Prima ho fumato una canna d’erba e ho voglia di cambiare un po’.”
La accese velocemente, senza darmi il tempo di cercare di fermarla, aspirò e contemporaneamente butto giù un sorso di whisky.
“Aaaah” gemette. “Pachistano originale e in aggiunta un bel sorso di Chivas invecchiato 12 anni. Una libidine assoluta. Ci sono poche cose nella vita che mi mandano in estasi allo stesso modo. Una di queste è il sesso.” Sorrise con aria ebete provando ad apparire sensuale, in realtà risultò solo ridicola.
“Senti…forse non è il momento adatto per parlarne….ma perché ti comporti così? Ti rendi conto che non è normale? Penso che tu abbia qualche problema e dovresti farti aiutare. Parlane con Marini…”
“Se fumi con me” disse, allungandomi la canna, “ti racconterò la mia storia.”
“Ho smesso. Non fumo da tanti anni…”
“Davvero? Peccato, non sai cosa ti perdi.” Provò a sollevarsi ma scivolò e cadde dalla sedia. Mi lanciai in avanti e la afferrai per un braccio per aiutarla a sollevarsi. Lei si piegò sulle gambe per tirarsi su, mi gettò le braccia al collo e scoppiò a piangere, singhiozzando disperatamente.
Il contatto con il suo corpo morbido e caldo, la sua tenerezza e fragilità, il tremore delle sue membra indifese e vulnerabili riaccesero in me la voglia di intimità, ben presto avevo dimenticato la rabbia, la diffidenza e la repulsione nei confronti di Samanta e cominciai ad apprezzare la sua presenza e a nutrire attrazione e affetto per lei.
La sollevai in braccio e la portai in camera da letto, spostai un po’ di vestiti per fare spazio e ve la appoggiai, stendendomi al suo fianco. Stringeva ancora lo spinello in una mano, tirò fuori un accendino da una tasca della camicetta e se lo accese. Poi me lo porse. Esitai per un altro istante e infine cedetti alla tentazione. Feci un paio di tiri e aspirai il fumo, trattenendolo a lungo nei polmoni, come mi avevano insegnato i miei amici ai tempi in cui ero stato un consumatore abituale di cannabis. L’effetto non tardò ad arrivare, cominciai a sentire quella sensazione inconfondibile di leggerezza e stordimento causato dal consumo di quella sostanza, chiusi gli occhi e godetti dell’acuirsi dei sensi che stava avvenendo in me, potevo seguire il flusso del mio respiro senza perdere neanche un momento del suo percorso, riuscivo ad udire il battito del mio cuore il cui eco mi rimbombava nella testa e avvertivo le percezioni epidermiche in maniera più netta, il contatto della mia schiena con il materasso, la mia nuca sul cuscino, i vestiti che facevano attrito sulla pelle.
Percepii Samanta che si muoveva accanto a me ma non riuscii ad intuire cosa stesse facendo, l’hashish aveva ovattato il mio essere concentrando la mia coscienza in uno spazio vitale ristretto al mio corpo fisico e non riuscivo a sentire niente che fosse al di fuori di esso. Nessuno stimolo o movimento era possibile, di conseguenza non mi era concessa nessuna interazione con l’ambiente esterno.
“Che faccia! Sei proprio fatto, eh?” mi schernì Samanta ridendo divertita.
“Merda!” dissi, impastando le parole alla rinfusa, “te l’avevo detto che non fumavo più. Mi è arrivata una botta tremenda…”
“Direi che il periodo di spurgo ti ha fatto bene. Quando sei assuefatto non riesci più ad arrivare a questi livelli. Un po’ ti invidio, sai? Come si sta lì dentro?”
Non risposi né reagii in alcun modo, forse mi stavo assopendo e Samanta doveva essersene accorta perché ad un tratto mi urlò in un orecchio “C’è nessuno?” facendomi schizzare ritto in piedi sul letto.
“Porca put…”
Non riuscii a terminare l’imprecazione perché la testa cominciò a girarmi, sudai freddo e sentii i succhi gastrici che mi risalivano in gola. Mi accasciai di nuovo sul letto e mi assopii poi una sensazione di oppressione sulla gabbia toracica mi fece ridestare. Samanta aveva poggiato la sua testa sul mio petto e vi premeva un orecchio. Poi, senza che le avessi chiesto di onorarla, mantenne fede alla promessa di raccontarmi la sua storia e iniziò a parlare.
“Non ho avuto un’infanzia facile. I miei genitori hanno avuto una relazione tormentata. Mio padre soffriva di un disturbo depressivo alternato da forti esaurimenti nervosi che sfociavano nell’alcolismo e nella tossicodipendenza. Fu un marito violento, che non lesinava botte da orbi a mia madre, nonostante a me non torcesse mai un capello. Mamma mi raccontò che l’unico periodo della loro relazione in cui mio padre non la picchiò fu quando lei rimase incinta. I 9 mesi di gravidanza furono l’unico lasso di tempo sereno e felice nella loro turbolenta storia. Doveva amarmi veramente molto…”
“Perché parli al passato?”
“Perché mio padre é morto. Un tumore se l’é portato via, dopo un anno di interventi chirurgici, chemio e lunghe degenze in ospedale. Ha sofferto moltissimo, eppure, anche in quel periodo, le botte nei confronti di mia madre non cessarono, nonostante lei facesse di tutto per alleviare il suo supplizio. Non lo lasciava solo per un istante, durante i suoi ricoveri in ospedale non lo ha mollato neanche per un attimo, stava al suo capezzale ventiquattro ore su ventiquattro, faceva le notti in ospedale, lo imboccava durante i pasti, lo aiutava a cambiarsi e a lavarsi. E’ stata in tutto e per tutto una moglie devota, ha onorato suo marito fino al suo ultimo istante di vita, mantenendo fede alla promessa fatta sull’altare di restargli accanto nella gioia e nel dolore, senza mostrare mai rancore nei suoi confronti per il modo in cui la trattava. Ha continuato ad amarlo senza se e senza ma, coltivando e curando quell’amore sbocciato in età adolescenziale, instancabilmente e teneramente legata a quell’uomo.”
“E tu come vivevi quella situazione?”
“Inizialmente odiavo entrambi, mio padre per la sua brutalità e la violenza dei suoi atteggiamenti. Mia madre per la sua debolezza…o meglio, quella che all’epoca avevo identificato come una debolezza. Pensavo che la sua mancanza di reazioni di fronte alle botte di mio madre, il suo atteggiamento di sottomissione e rassegnazione, fossero frutto della paura e mancanza di carattere. In realtà poi ho capito. Oggi, ripensando a quegli eventi, riconosco che quella che avevo identificato come debolezza in realtà era la forza di un gigante. Mia madre si è comportata da eroina, sopportando coraggiosamente le peggiori angherie rimanendo imperturbabile, é riuscita nella titanica impresa di non coltivare sentimenti negativi nei confronti del suo carnefice, ha dato prova di una grandezza d’animo che solo le grandi persone possiedono. E’ facile fare del bene alle persone che ci hanno fatto del bene, ricambiare la gentilezza con altrettanto affetto. Allo stesso tempo è estremamente difficile, quasi impossibile, trattare con gentilezza coloro che ci hanno fatto del male.”
Pian piano stavo realizzando ciò che Samanta mi stava dicendo e il suo discorso cominciava a non piacermi. Poi ebbi un’intuizione che mi fece comprendere quali fossero le sue intenzioni, il motivo per cui mi aveva cercato e fosse attratta da me.
L’effetto dell’hashish si era attenuato ed ero di nuovo padrone del mio corpo, per cui allontanai bruscamente Samanta da me e la guardai con ostilità. “Quindi, in definitiva, stai cercando di emulare tua madre, giusto? Vuoi metterti alla prova instaurando una relazione con una persona disturbata che ti maltratti come tuo padre ha fatto con lei, così da dimostrare a te stessa che hai un animo grande e compassionevole come tua madre?”
“E’ possibile, sì. E allora?” disse, guardandomi con aria di sfida.
“Se aspiri al martirio e alla santità perché non ti fai suora e ti vai a chiudere in un convento, miss Madre Teresa di Calcutta? Tu sei pazza, ne sono sempre più convinto, sei totalmente pazza. Anche la storia che mi hai raccontato, è assurda. Tua madre un’eroina, un modello da seguire? Sii ragionevole Sam, non è una storia edificante, come si fa a stare accanto ad un uomo violento per tutta la vita senza reagire neanche una volta? Avevi ragione quando dicevi che tua madre probabilmente era una persona debole e non ha mai denunciato tuo padre per mancanza di coraggio…”
“Non osare parlare così di mia madre! Tu non capisci! Cosa ne sai tu dell’inferno che abbiamo attraversato? Come puoi giudicare in maniera così superficiale? Ti ho aperto il mio cuore, ti ho raccontato la mia storia e tu liquidi la vicenda in modo così rozzo e banale? Io c’ero, ogni giorno, ho assistito a tutte quelle scene di violenza, quando mio padre rientrava a casa ubriaco e pestava a sangue mia madre. Io ho vissuto quei momenti, ho provato sulla mia pelle il terrore che quelle immagini mi causavano, mi ci sono voluti anni per capire, trovare una spiegazione e un senso a tutto quello che è successo.”
Chinai la testa per la vergogna. Forse avevo emesso davvero un giudizio troppo frettoloso, in fondo quella vicenda era davvero molto complessa. Sam dovette intuire che avevo deposto le armi e ripartì all’attacco, si accovacciò nel mio grembo e mi cinse le braccia intorno alla vita, come una bambina che implora le coccole da un genitore.
“Nell’ultimo giorno di vita di mio padre ho assistito alla scena più bella, intensa e struggente di tutta la mia vita. Eravamo in ospedale, mio padre sentiva che se ne stava andando e si accingeva a salutarci. Era stremato, riusciva a stento a parlare e a muovere le labbra. Lo odiavo profondamente, anche se era in quelle condizioni non riuscivo a perdonargli tutto il male e il dolore perpetrato a mia madre, guardavo quel corpo scheletrico distrutto dalla malattia senza provare tristezza, il pensiero che se ne stesse andando mi dava quasi sollievo, pensavo che mia madre sarebbe finalmente stata libera e avrebbe avuto la pace e serenità che si meritava dopo aver vissuto una vita così difficile. Gli strinsi la mano, gli diedi un bacio fugace sulla fronte e mi allontanai, mormorando “addio” senza dargli la possibilità di replicare. Poi venne il turno di mia madre. Si avvicinò al letto e quando mio padre la guardò negli occhi scoppiò in lacrime, le chiese perdono per il modo in cui l’aveva trattata, disse che era stata una moglie straordinaria e avrebbe meritato di meglio. Mia madre, in tutta risposta, si chinò su di lui e lo baciò sulle labbra, zittendolo. Gli disse che, nonostante tutto, non aveva smesso di amarlo neanche per un istante perché aveva capito che i suoi comportamenti erano causati dalla sua malattia e in quegli anni era riuscita a vedere oltre il suo male di vivere e contemplare la purezza e beltà del suo animo. Era ancora innamorata dell’uomo che si celava dietro la tenda della malattia, dell’uomo che rappresentava la sua vera essenza, la sua profonda natura. Quelle parole mi sconvolsero, uscii dalla stanza e scoppiai in lacrime, in un attimo la morsa nel petto causata dall’odio per mio padre si era sciolta. Avevo capito. E avevo trovato il senso di tutto quel dolore, delle difficoltà di quegli anni difficili. Lo scopo della nostra famiglia, la storia delle nostre vite, all’improvviso mi apparve chiaro.”
Sollevò la testa, mi guardò negli occhi e avvicinò le sue labbra alle mie. “Anni di sofferenza sono ripagati dalla magia di un istante di vita. Io voglio provare ancora una volta le sensazioni di quel giorno, la potenza di un attimo che spazza via la sofferenza e l’odio come il sole allontana le tenebre in un istante. Voglio una vita al tuo fianco, non mi interessa come mi tratterai e ciò che dovremo affrontare, comunque sia lo faremo insieme, ti resterò accanto nella gioia e nel dolore fin quando la vita mi ripagherà e ancora una volta mi sentirò viva. Vera. Umana. Grande e forte, come mia madre.”
“Che belle parole! Complimenti. Ottimo discorso. Te l’eri scritto?”
“Me la cavo con le parole. Ma anche con i fatti…”
Le sue morbide labbra si stamparono timidamente sul mio mento, poi mi attaccò con una serie di baci sempre più decisi, fin quando non mostrò le sue reali intenzioni con un bacio focoso sulle labbra. Si tolse la camicetta, poi il reggiseno mostrando i suoi meravigliosi seni, poi mi spinse in giù facendomi stendere supino e fu sopra di me. Mi spogliò, poi afferrò una bottiglia di vodka dal pavimento, ne bevve un sorso e me ne versò un po’ sull’addome, che mi leccò per ripulirlo dal liquore. La afferrai e cominciai a palparla, le infilai subito le dita nel sesso muovendole in su e in giù, poi feci scivolare la mia mano sul suo ventre in direzione dei seni, all’altezza dell’ombelico tastai un neo grosso, ruvido e peloso che mi provocò ribrezzo e fece calare un po’ la mia libido. Arrivai al suo petto e mi insinuai in quella montagna di tette morbide ed accoglienti, le baciai, le carezzai, leccai i suoi capezzoli. Contestualmente un pensiero aveva cominciato a farsi spazio nella mia testa, dapprima flebile, poi sempre più forte e deciso, che infine divenne un urlo che mi causò soggezione, facendo svanire la mia eccitazione e l’erezione. “E’ sbagliato, fermati, non andare fino in fondo con lei, tutto questo è sbagliato…”
Samanta se ne accorse. Mi guardò il pene, dapprima rimase perplessa poi riacquistò sicurezza e mi lanciò un’occhiata maliziosa. “Sei uno tosto, eh? So io cosa ci vuole.” Si chinò sul mio bacino e provò a praticarmi una fellatio ma il mio uccello restò in letargo, sentivo le sue labbra e la sua lingua sul mio membro ma era come anestetizzato e non rispose agli stimoli. “Dai, su!”, disse con tono impaziente, sollevandosi e provando a piegarsi a novanta gradi, mettendomi il sedere in faccia. Glielo tastai, provai a concentrarmi sulla consistenza soda e allo stesso tempo carnosa dei suoi glutei ma non riuscii a zittire quel pensiero che sembrava essersi impossessato del mio essere e mi impediva di compiere quella scellerata azione.
Samanta infine si arrese, si sedette sul letto dandomi le spalle, poi si recò in bagno dove cominciò a frignare rumorosamente. Tornò in camera già rivestita, stringeva tra le mani le chiavi della mia macchina e me le lanciò addosso. “Rivestiti e levati dalle palle” disse con tono sprezzante.
“Mi dispiace”
“Di cosa? Era quello che volevi, no? Ti sei fatto pregare fin dal principio, manco ti avessi chiesto di nuotare in un mare di merda o di tagliarti un braccio. Bé, hai raggiunto il tuo obiettivo. Mi hai convinta a rinunciare a ogni progetto o ambizione su di te.”
“Perché voi donne vi aspettate sempre qualcosa da me? Io non capisco! Lasciatemi stare. Io non valgo niente e non posso offrirvi ciò che mi chiedete. Non posso darvi nulla! Capito? Nulla!”
Mi rivestii in fretta e furia e uscii dall’appartamento di Samanta senza dire più neanche una parola. Lei fece altrettanto. Si sedette in cucina e cominciò a rullare l’ennesima canna. La stessa posizione in cui l’avevo trovata e la medesima attività cui era dedita quando ero arrivato.
Entrai in auto, misi in moto e partii. D’un tratto l’ansia cominciò a montare, sentii che il respiro si faceva sempre più intenso e il petto diventava pesante. Poi ebbi una sorta di amnesia. Quando arrivai ad un incrocio e mi chiesi se dovevo girare o andare dritto mi resi conto che non mi ricordavo la strada per tornare a casa. Da lì fu un attimo. Andai in paranoia, cominciai a scavare nella mia mente rendendomi conto che non possedevo più un solo ricordo, come se la mia memoria fosse stata resettata. Quando realizzai che non mi ricordavo più neanche cosa avevo fatto negli ultimi minuti e avevo dimenticato addirittura come mi chiamavo ebbi un attacco di panico. Tirai il freno a mano e mi piantai in mezzo alla strada, uscii dal veicolo, mi guardai intorno in cerca di aiuto ma non c’era nessuno. Ero convinto che stessi per morire. Poi mi infilai le mani tra i capelli e piansi come un disperato.

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