Capitolo 7

Cambiamenti

Quella seduta mi sconvolse. Uscii dallo studio e vagai per la città con aria attonita. Non ricordo neanche i percorsi e le strade che feci, vagai senza una meta per ore, fin quando mi resi conto che dovevo entrare a lavoro, così mi diressi verso il supermercato in cui prestavo servizio. Ero dall’altro capo della città e, quando mi resi conto che non sarei mai giunto in orario affrettai il passo, poi cominciai a correre, tenendo sempre la mente rivolta alla seduta. Che stupido, come avevo fatto a non pensarci prima? Era così evidente, lampante. Le emozioni, soprattutto quelle scomode, non sorgono dal nulla, sono sempre indotte da un evento. La conoscenza della causa poteva servire a mutare l’emozione, rimuovere il dolore e il disagio, facendo leva sul valore terapeutico e liberatorio dell’emersione dell’inconscio sulla soglia della coscienza, che permette di portare alla luce il potenziale represso e rimosso.
Mi sentivo un leone, una energia potente e frenetica mi scorreva nel corpo, donandomi una euforia che non provavo da anni. Nulla poteva infrangere quella ritrovata serenità, neanche la ramanzina del direttore per essere arrivato in ritardo riuscì ad abbattermi o demoralizzarmi.
Il tempo volò. Trascorsi il tempo navigando in internet nei momenti morti col mio smartphone, cercando su google notizie ed informazioni relative alla psicoterapia. Lessi l’estratto di una conferenza tenuta da Freud in America agli inizi del ‘900 in cui spiegava le origini della psicoanalisi, la sua collaborazione con il dottor Breuer cui fece da assistente durante la cura della paziente nota con lo pseudonimo di Anna O. su cui furono sperimentate le prime tecniche di psicoanalisi, la scoperta della talking cure, ossia del potere terapeutico della parola. Qualcosa in me risuonò intensamente durante la lettura di quei brani, sentivo di aver provato empiricamente la loro veridicità, trovando conferma dell’efficacia e validità delle scoperte di quei pionieri della medicina moderna. Uno squarcio si aprì nel mio animo, come se mi fossi impadronito di una verità rimasta nascosta per un’eternità nei meandri della mia mente, la cui conquista mi consentiva di aprire una nuova prospettiva sulla vita e di cercarne un nuovo significato.
Uscii dal lavoro e mi recai a casa. Aprii la porta e, come ogni sera, mi trovai davanti la scena di mia madre appisolata sul divano. Il sonno l’aveva colta mentre guardava la televisione in soggiorno. Roger era accovacciato sulle sue ginocchia e quando mi avvicinai sollevò lievemente la testa e miagolò flebilmente. Gli accarezzai il mento e mi portai l’indice davanti alle labbra. “Dormi piccolo. Continuate a dormire.” Sembrava aver capito le mie parole perché dopo qualche istante girò su se stesso, sbadigliò e si riaddormentò. Diedi un bacio sulla fronte a mia madre e mi recai in cucina. Mi accomodai al tavolo dove mia madre mia aveva lasciato una pietanza per cena come ogni sera in cui rientravo dal lavoro, sollevai il coperchio dalla pentola e mi trovai davanti ad uno dei miei piatti preferiti, spezzatino con patate e piselli. Notai un biglietto sotto al bicchiere, in cui mia madre mi scriveva di riscaldare lo spezzatino sul fornello. Come sempre disattesi il consiglio e mi fiondai nella pentola, fagocitando il contenuto con avidità, ripulendo la padella fino all’ultimo pezzo di cipolla. Seppur freddo, quel pasto mi parve squisito, di gran lunga la migliore portata che consumavo da molto tempo. Fu un pasto breve, coronato da un bicchiere di Vernaccia e un vecchio amaro del capo per favorire la digestione, poi lavai la pentola e mi recai nella mia camera. Mi assicurai di non fare rumore per non svegliare mia madre, che intanto dormiva beata e serena nel divano, le passai accanto lentamente e contemplai la struggente dolcezza di quella scena, sentendomi subito dopo in colpa per come l’avevo trattata il giorno prima. Mi ripromisi di scusarmi con lei per ciò che le avevo detto e anzi volevo ringraziarla per le sue parole di cui cominciavo a realizzarne l’importanza e la saggezza.
Mi accomodai alla scrivania e accesi il portatile. Volevo continuare le mie ricerche sulla psicologia, ero avido di conoscenza e desideravo apprendere il più possibile su quella materia. Mentre aspettavo che il computer si avviasse controllai il cellulare. C’erano una chiamata persa e un sms non letto. Erano entrambi di Alessia. Il testo dell’sms era: “Stasera Sebastiano non c’è. Che ne dici di vederci? Ti vanno due coccole? ;-)”
Non dovetti sforzarmi molto per pensare alla risposta più adeguata. Scrissi velocemente “no grazie :-)” e risposi all’sms. Subito dopo provai un senso di serenità e libertà. Ero fiero di me. Sentivo di aver fatto la cosa giusta. Lo stupore per la mia reazione, quando realizzai che fino al giorno prima sarei corso da lei scodinzolando come un cagnolino che implora le coccole dal padrone, alimentò la sensazione di fierezza.
Dopo pochi secondi il cellulare squillò. Era di nuovo lei. Non risposi, ma lei non demordette. Mi richiamò ininterrottamente intervallando i tentativi di chiamata con qualche sms: “rispondi, cazzo!”, “che cazzo ti prende, ti sei bevuto il cervello?”, “per me possiamo andare avanti fino a domattina, non la pianto fin quando non rispondi”.
Spensi il cellulare ma qualche istante dopo chiamò a casa. Quando squillò il telefono fisso ebbi il sospetto che fosse lei ma d’altronde non potevo esserne sicuro, per cui decisi di rispondere.
“Pronto?”
“Allora sei a casa?”
“Pare di sì…”
“Spiritoso!”
La sua voce era incrinata, roca, si sentiva che aveva pianto e la nota stridula che riconobbi nelle sue parole lasciava intendere che stava per ricominciare. Quando udii i singhiozzi la mia sicurezza cominciò a vacillare. Se c’è una cosa che non sopporto sono le donne che piangono, soprattutto quando è per causa mia.
“Dai, Alessia…non fare così…”
“Come dovrei fare secondo te? Ti comporti da stronzo poi te ne vieni con queste frasi fatte?”
“Ascolta Alessia…io…credo che non sia sano andare avanti con questa storia, per nessuno di noi due. Vivi la tua vita, non provo rancore, te lo giuro, ma credo che sia meglio se ognuno va per la sua strada…”
“Vengo da te.”
“Cosa? Non se ne parla!”
“Voglio che me le dici in faccia queste cose! Vigliacco, codardo, pensavi di cavartela così? Sparire senza dare una spiegazione? Ma non ti vergogni di avere un atteggiamento così stupido e infantile?”
“Non è questo! Cioè…io al messaggio ti ho risposto. Pensavo fosse meglio chiuderla in maniera più informale, senza sceneggiate o tragedie greche. In fondo dal mio comportamento avresti potuto comprendere quali erano le mie intenzioni…”
Silenzio. Alessia inizialmente non replicò, ma la sua rabbia mi arrivava attraverso la cornetta anche mentre stava in silenzio. Il ripetitore sembrava vibrare per la tensione che avvolgeva l’atmosfera. “Quindi secondo te ora sto facendo una sceneggiata?”
“No no no no no…per favore, lo sai cosa intendevo…”
“No, non lo so! Spiegamelo! Di persona! Basta, vengo da te!”
“Aspetta!”
“Cosa?”
“Mia…mia madre…sta dormendo. E anche il gatto…”
“Cioè fammi capire: io sto male, hai capito? Sto male! Mi sembra di impazzire, ho bisogno di parlarti, di capire cosa sta succedendo e perché ti comporti così! E dovrei rinunciarci per non svegliare il gatto?”
“Non intendevo questo…cioè va bene…incontriamoci, ma non a casa mia. Non voglio disturbarli.”
“Incredibile! Eri disposto ad evitarmi, a sparire e lasciare che mi tormentassi per giorni a causa del tuo comportamento, ma ti preoccupi per il gatto?”
“Non è solo per il gatto! Ti ho detto che c’è anche mia madre…insomma basta con questa storia, questo discorso sta sfociando nel grottesco. Incontriamoci e parliamone di persona, ok?”
“Sai che ti dico?” Il suo tono di voce era cambiato. Ora sembrava deciso, lucido, gelido. Non trapelava più nessuna emozione. “Non mi va più. Ricordi quello che ti ho detto ieri? Che sei destinato a grandi cose? Che hai un grande potenziale? Beh, stasera mi hai smentita. Hai dimostrato che mi sbagliavo. Non sei altro che un codardo, un viscido, mediocre, meschino ometto da quattro soldi.”
“Forse sì. Hai ragione. D’altronde non ci ho mai creduto alle tue parole. E comunque quella storia non mi piaceva. Starmi vicino per osservare i miei trionfi…andiamo, Alessia. Siamo seri.”
“Fai conto che non ti abbia detto niente. Addio.”
Non ebbi modo di replicare perché un istante dopo la chiamata era interrotta. Alessia aveva buttato giù. Mi infilai le mani nelle tasche e rimasi in piedi ad osservare il telefono per qualche istante. Mi sentivo stranamente bene, eccezion fatta per un ronzio in sottofondo nella mente che mi suggeriva di aver infranto uno degli obblighi morali che mi sono sempre imposto nella vita, cioè di non arrecare dispiacere al prossimo. Tuttavia quella voce veniva sovrastata da altre che echeggiavano con toni trionfanti, congratulandosi per la vittoria ottenuta. Era come se avessi spezzato una catena che mi teneva prigioniero, poco importa il mezzo utilizzato per raggiungere l’obiettivo. Avrei avuto il tempo per esercitarmi e migliorare il mio modo di agire, ovviamente ancora rozzo e grossolano. Ma era un grosso passo avanti per me che avessi chiaro uno scopo e lo avessi raggiunto, andando fino in fondo a discapito del mio comportamento abitudinario.
I miagolii di Roger richiamarono la mia attenzione. Mi recai in soggiorno e lo trovai davanti alla ciotola del cibo. Lo accarezzai e gli diedi in premio doppia porzione di croccantini. Aveva dato il suo contributo in quella vicenda, dimostrandomi che anche la pigrizia di un gatto ha la sua ragion d’essere.

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