Capitolo 6

Strategie

Alle 8 del mattino ero già sveglio ed operativo per le strade della città. Avevo riposato a stento per un’ora e la mancanza di sonno cominciava a produrre i suoi effetti deleteri, facendomi sentire stanco e spossato. Sbadigliavo continuamente, avevo un forte mal di testa e faticavo a tenere gli occhi aperti, per cui decisi di evitare di guidare e mi incamminai a piedi fino all’indirizzo dello studio del dottor Marini, che distava all’incirca due chilometri da casa mia, sperando che quella passeggiata a passo veloce di una quindicina di minuti mi restituisse un po’ di brio e vitalità per affrontare la seduta.
Arrivai dinanzi alla porta dello studio con un’ora di anticipo e prima di bussare ebbi un ripensamento, decisi di tornare in strada e recarmi al bar situato dall’altro lato della strada per fare colazione e impegnare il tempo rimanente. Mi ero già prefigurato uno scenario catastrofico in cui mi vedevo fuggire dalla sala d’attesa dopo un’attesa snervante trascorsa a girarmi i pollici e a fantasticare sui contenuti della seduta, per cui decisi di provare a distrarmi per quei minuti che precedevano l’incontro col dottore.
Mi accomodai ad un tavolino e ordinai un cappuccino e un bombolone alla crema, poi adocchiai un quotidiano, lo presi e cominciai a sfogliarne distrattamente le pagine, leggendo senza concentrazione i trafiletti e gli articoli di cronaca. Quando arrivò la mia colazione la consumai avidamente, inizialmente mi ustionai la lingua col latte bollente del cappuccino, poi addentai il bombolone e lo divorai in pochi morsi, facendo solo una piccola pausa per leccare la crema che fuorisciva da un foro della pasta, così da offrire sollievo alla porzione di lingua dolorante poggiandovi quella sostanza fredda e collosa, che per qualche istante mi sembrò fungere da unguento miracoloso contro le scottature. Quando il dolore si ripresentò e cominciai a sentire che la lingua mi pulsava in bocca provai uno moto d’ira e tirai una manata alla tazza che rovinò sul pavimento e andò in frantumi, riversando ai miei piedi il contenuto rimanente. Mi sollevai di scatto e sentii una morsa che mi stringeva la gola in modo spietato, una sensazione che solo la dolorosa combinazione di senso di colpa e vergogna sanno creare. Mi guardai intorno furtivamente e vidi un cameriere che si dirigeva nella mia direzione con aria infastidita, stringendo tra le mani una paletta e una scopa.
“Mi dispiace” dissi, mentre diventavo paonazzo in volto e tenevo lo sguardo puntato in basso, sulla punta dei miei piedi.
“Non è niente, cose che capitano” rispose il cameriere cercando di utilizzare il tono più cortese che riuscisse a dimostrare, ma senza infine riuscire a mascherare del tutto il disappunto per quell’evento da me causato e la conseguente antipatia nei miei confronti. Per farmi perdonare decisi di ordinare qualcos’altro così mi feci portare un tramezzino con uovo, maionese e tonno e una spremuta d’arancia e anche questa portata finì tra le mie fauci in un lasso di tempo brevissimo, ingoiando i bocconi del panino quasi senza masticare e buttandoli giù con dei generosi sorsi di succo d’arancia per evitare di strozzarmi. Quando ebbi finito mi fermai a riflettere sulla reazione di poco prima, quel gesto stizzito che mi aveva fatto scaraventare la tazza in terra e cercai di capirne le cause. Non era da me reagire in modo così infantile per una semplice scottatura causata da una bevanda troppo calda e riconobbi in esso un ulteriore segnale del mio squilibrio mentale di quel periodo. Mi vennero le lacrime agli occhi e, nel riconoscere la paura per ciò che mi stava accadendo in quei giorni terribili, potevo percepire un moto di pietà per me stesso, per ciò che sarebbe stato di me in futuro. “Sto diventando pazzo” pensai, e già la mia mente proiettava situazioni apocalittiche e senza speranza per la mia vita, riuscivo a vedere mentre mi rinchiudevano in un manicomio e mi sbattevano in una cella sporca e buia, mi applicavano una camicia di forza e mi lasciavano a dondolare mentre blateravo frasi sconnesse e incomprensibili e me la facevo nelle mutande, potevo sentire la puzza di feci e urine che giungeva al mio naso direttamente dal mio bacino…
Guardai l’orologio, era l’ora. Pagai il conto e mi avviai verso lo studio del dottor Marini, il mio umore era a pezzi e avrei voluto annullare la seduta tanto ero sconfortato e disilluso, ma decisi di recarmi lo stesso da lui e di fare almeno una visita, se non altro perché mi sembrava scortese telefonare all’ultimo momento per comunicare che non sarei andato. Tuttavia, se prima nutrivo una flebile speranza, gli ultimi avvenimenti e le successive riflessioni su di essi mi avevano completamente angosciato e mi ero fatto sopraffare dal pessimismo. Ero sicuro che sarebbe stato tutto inutile e che ero destinato al fallimento e alla rovina.
Bussai alla porta dello studio e la segretaria venne ad aprirmi. Mi ritrovai davanti una bella ragazza sorridente che mi invitò ad entrare. Aveva i capelli biondi e gli occhi castani, inoltre notai che le sottili sopracciglia erano di colore scuro, da cui dedussi che quello dei capelli non doveva essere il suo colore naturale ma si era fatta una tintura. Sembrava molto giovane, non doveva avere più di venticinque anni e aveva modi e portamento da civettuola, indossava una gonna bianca con orli a rete che lasciavano intravedere l’interno sodo delle cosce, una camicetta color caffè sbottonata fino al petto, dove risaltava un seno prosperoso che sembrava sul punto di strabordare, tanto era compresso da un reggiseno all’apparenza troppo piccolo e da una camicia troppo stretta che sembrava attillata, risaltandone i deliziosi fianchi che si incurvavano in maniera armonica donando una proporzione di misure e forme che sfiorava la perfezione. Quel corpo sembrava un’opera d’arte e il suo viso non era da meno, con quegli occhi da cerbiatta, un naso piccolo e grazioso e una bocca sottile con labbra a forma di cuore ornate da un filo di rossetto. Non riuscii a controllare un’erezione e quando mi afferrò la mano per accompagnarmi in sala d’aspetto ebbi una scarica elettrica lungo la spina dorsale e sentii un tuffo al cuore. Mi era tornato il buonumore, il petto era di nuovo leggero e un’aura frizzante mi ricopriva il corpo, come se stessi emettendo feromoni in quantità industriali.
Quando lei ricomparve sulla porta dicendomi che potevo accomodarmi le passai accanto e contemplai da vicino la sua bellezza, per un istante rallentai il passo per osservarla ancora meglio e lei ricambiò il mio sguardo interessato. Poi si infilò una mano tra i capelli e cominciò ad arricciare una ciocca con un dito assumendo un’aria da bambina smorfiosa che ai miei occhi parve assolutamente amabile.
Ero perso in un mondo di fantasticherie, immaginavo di stare praticando del sesso selvaggio con lei, vivevo al rallentatore una scena estasiante che iniziava col tuffarmi avidamente sul suo balcone, infilavo le mani tra le sue tette e gliele massaggiavo, poi le sbottonavo la camicetta e il reggiseno per morderle i capezzoli, ci giocavo con la lingua, li succhiavo, li stringevo tra il pollice e l’indice e li tiravo come se volessi raccogliere un frutto maturo. Quando intravidi la sagoma del dottor Marini cercai di riprendere il controllo e allontanare quei pensieri, ma sentivo che la pulsione sessuale era troppa per cui chiesi di prolungare l’attesa di qualche minuto per andare in bagno dove mi masturbai per allentare la tensione. Dato che ero eccitato come un facocero non impiegai molto tempo a finire, poi chiusi gli occhi e osservai la mia mente. Constatai che ero riuscito nel mio intento, nei miei pensieri non c’era più traccia di fantasie erotiche e neanche la vista della segretaria che mi osservava mantenendo un sorriso malizioso sulle labbra li riattizzò, ormai mi ero sfogato e per qualche ora avrei potuto mantenere il controllo sui miei impulsi.
Giunsi nello studio e fui accolto dal dottor Marini che, in piedi sulla soglia della porta, mi squadrò con aria preoccupata. “Si sente bene? Pensavo avesse avuto un malore, aveva una faccia strana poco fa.”
“Oh no” replicai imbarazzato, distogliendo lo sguardo e accomodandomi goffamente sulla poltrona di fronte alla scrivania, “mi si è scatenato un bisogno fisiologico improvviso, non si preoccupi.” Tecnicamente non era neanche una bugia. Ovviamente non potevo scendere in ulteriori dettagli ma il dottore parve soddisfatto da quella risposta e decise di non approfondire. Si accomodò anche lui e mi osservò in silenzio per alcuni secondi, sorridendo con aria paterna e comprensiva mentre si fregava le mani lentamente in grembo con movimenti lenti e ipnotici, che mi trasmisero accoglienza e benessere. Stava succedendo qualcosa di strano, sentivo una indescrivibile sintonia con quell’uomo, un’intesa inspiegabile visto che era la prima volta che ci vedevamo, eppure era come se ci conoscessimo da sempre. D’un tratto ebbi una visione nella mia mente, una cascata che va a riempire di acqua una enorme vasca di pietra, dapprima vuota, che poi si riempe sempre di più in virtù del getto potente e costante della cascata. Le nostre vite erano sintonizzate, sembravano sufficientemente aperte per dare e ricevere qualcosa nel corso di quell’incontro.
Il silenzio tra noi rimase immutato per qualche altro minuto, ma era un silenzio attivo, costruttivo, che preludeva ad un dialogo virtuoso tra noi. Osservai il suo volto e ne ammirai la bellezza fiera, la cura nell’aspetto esteriore che testimoniava un amore e un rispetto per sé, la barba curata, capelli corti, pettinati e tenuti in ordine con un filo di gel, i denti bianchissimi che mostrò quando mi rivolse uno sfavillante sorriso. Era un uomo di una certa età, a giudicare dalle numerose rughe che gli contornavano il volto e dal colore sale e pepe della barba e dei capelli doveva avere almeno sessant’anni ma trasmetteva l’energia di un ragazzino. “Piacere di conoscerla signor Lelli. Cosa la porta qui?” disse infine.
“Piacere mio dottor Marini. Innanzitutto volevo scusarmi per essermi fatto ricevere con l’inganno ma ieri stavo davvero male…”
“Inganno? Quale inganno?”
“Ehm…la…la sua segretaria non le ha accennato nulla? Ieri, mentre ero al telefono con lei, ho minacciato di suicidarmi se non mi avesse ricevuto al più presto…”
“Addirittura? No, non mi aveva detto niente. In effetti mi ha comunicato, con aria piuttosto allarmata, che stamattina avrei dovuto svolgere una seduta urgente e mi ha spostato un altro appuntamento per creare lo spazio entro cui svolgere questo incontro…ma non mi aveva accennato a questa sua minaccia, no.”
Chinai la testa come mio solito quando sono imbarazzato o provo vergogna e volsi lo sguardo verso il tappeto dello studio. “Mi dispiace.”
“Non si preoccupi. Ora siamo qui, ed è l’unica cosa che conta al momento. Lasciamo il passato da parte per un momento e concentriamoci sul lavoro che intende fare con me. Cosa l’ha spinta a cercare uno psicologo? Mi accennava al fatto che sta male. Vuole essere più specifico?”
Lo guardai, perplesso. Era un momento cruciale. Dovevo confidarmi con lui? Raccontargli ciò che era successo, gli ultimi disastrosi avvenimenti della mia vita e poi da lì confidargli i miei segreti più intimi, parlargli della mia infanzia, i legami affettivi, il rapporto complicato e conflittuale con i miei genitori, fino al punto di confidargli che poco prima mi ero fatto una sega nel suo bagno mentre fantasticavo di fare le più perverse porcherie con la sua avvenente segretaria? Quell’uomo mi ispirava fiducia ma potevo davvero andare fino in fondo? Su cosa si basava quella fiducia riposta nei confronti di un uomo che non conoscevo? Era il mio intuito a suggerirmelo? E se fosse stata un’intuizione erronea? D’altronde si va in terapia proprio per confidarsi, lavorare sulla propria esistenza, destrutturare quegli aspetti della propria personalità che non vanno bene. Sapevo che quel momento sarebbe giunto eppure qualcosa dentro di me opponeva resistenza, in fondo era la prima volta che mi rivolgevo ad uno psicologo e non sapevo cosa aspettarmi da quel lavoro.
Vedendo che mantenevo un silenzio tombale il dottor Marini dopo qualche minuto girò la testa di lato, mi mostrò i palmi delle mani e si strinse nelle spalle, come a voler dire “e allora”? ma io rimasi zitto e immobile, paralizzato da una paura inconscia e ancestrale. “Mi scusi dottore. Non so che mi prende. Ho paura.”
“E’ già un inizio. Abbiamo qualcosa da cui partire. Vogliamo lavorare su questa paura?”
“O-ok…”
“Bene. Allora mi ascolti bene. Le chiedo di stare con questa paura. Cerchi di concentrarsi su di essa, se arrivano altri pensieri a turbarne l’ascolto li lasci andare via, non li scacci con la forza, semplicemente li accompagni lentamente fuori dal flusso. Chiuda gli occhi se crede che possa esserle utile. Dopo averla ascoltata, le dia voce. Può darle dei connotati più precisi? Riesce a percepirla chiaramente?”
Annuii mentre, ad occhi chiusi, mi concentravo sulla paura, alimentandola e immaginando la fonte di essa nella gola occlusa o nello stomaco che ribolliva.
“Quando è pronto” sussurrò il dottor Martini, “può far parlare questa paura?Da dove viene? Cosa c’è dietro?”
“Io…non mi fido. No, mi correggo. Non ci credo. Penso che sia stato inutile venire qui. Lei non può aiutarmi.”
Riaprii gli occhi, anzi li sgranai per lo stupore e mi rivolsi al dottor Martini con aria mortificata. “Oddio mi scusi…non intendevo…mi dispiace…spero non si sia offeso.”
“E perché mai? La diffidenza è un sentimento naturale. Non si preoccupi. Ora, se non le dispiace, vorrei però continuare a lavorare su questo aspetto. Riprendiamo da dove si era interrotto.”
“Eh? Ah, sì…la paura…”
“No. Abbiamo fatto un passo avanti rispetto alla paura. Abbiamo visto cosa si cela dietro quella paura. Ha parlato di sfiducia, dell’inutilità a venire qui. E ha accennato al fatto che io non possa esserle d’aiuto” disse in tono neutro, senza tradire risentimento, frustrazione o fastidio per queste affermazioni. “Le dice qualcosa tutto questo? Risuonano in modo particolare in lei? Mi dica la prima cosa che le viene in mente in merito a queste frasi.”
“Ecco…la prima cosa che mi viene da pensare…è che sono gli stessi sentimenti che ho provato stamattina al bar qui sotto. Stavo facendo colazione e ad un tratto mi sono scottato perché il cappuccino era bollente, così ho fatto volare via la tazzina per la rabbia. Subito dopo mi sono vergognato come un ladro per questa mia reazione plateale e ho cominciato ad incupirmi sempre di più.”
“Che sentimenti ha provato, oltre la vergogna?”
“Paura. Sì una fortissima paura, perché ho pensato che stessi impazzendo. Non è da me avere certe reazioni, in genere sono una persona pacata e gentile, per cui ho visto in questo scatto d’ira così improprio per me il sintomo di una malattia mentale che sta per prendere il sopravvento. Poi ho provato compassione per me stesso, derivante dalla disperazione che mi ha investito in quei momenti. Sentivo che sarebbe stato tutto inutile, era diventato tutto vano e la sfiducia si è impadronita di me.”
“Quindi lei non crede che questa terapia possa esserle d’aiuto. Mi sta dicendo che è questo a frenarla?”
“Sì. Mi dispiace, le sto facendo perdere tempo. Le confesso che avevo anche deciso di non venire più, ero talmente convinto che questo incontro non serve a nulla che avrei volentieri annullato l’appuntamento, se sono qui è solo perché mi dispiaceva arrecarle un eventuale disagio. Se vuole possiamo chiudere qui la seduta, ovviamente gliela pagherò per intero ma…”
“Come vuole. Però vorrei ancora lavorare su un aspetto, che secondo me è di estremo interesse, ma ovviamente deve esserne convinto e lavorarci seriamente. Abbiamo ancora mezz’ora di seduta a disposizione, mi dica lei cosa vuole fare, se chiuderla qui definitivamente con la psicoterapia o darsi un’ultima possibilità.”
Lo guardai e intanto inghiottivo saliva e facevo schioccare la lingua contro il palato mentre serravo i molari e contraevo le mascelle. Ero combattuto, immaginavo di uscire da quella stanza e abbandonare per sempre quell’ufficio, roso dai rimpianti per aver perso un’occasione, ma un’altra parte di me gridava di darmela a gambe, si stava facendo sempre più tardi, dovevo sbrigarmi perché stavo sottraendo del tempo prezioso alla ricerca di una soluzione contro quel male di vivere. Ad un tratto l’immagine della cascata ritornò alla mia mente e mi convinse a proseguire. Annuii con un cenno della testa, lasciando intendere la mia intenzione, e Marini mi restituì un sorriso radioso ed entusiasta, simile a quello di un bambino che si appresta a fare un gioco divertente. “Molto bene Lelli, mi fa piacere. Le spiego come procederemo. Sostanzialmente continuiamo il lavoro svolto finora, utilizzando la stessa metodologia. Lei mi ha parlato di questo scatto d’ira, così inusitato ed inspiegabile per lei. Ha mai pensato di chiedersi da dove sia venuto fuori? Da dove proviene? Quale ne è stata la causa?”
“Ma gliel’ho detto. Mi sono scottato la lingua e…”
“Non intendevo questo. La scottatura è stata lo stimolo esterno, ma a cosa si è agganciato? Cosa covava dentro di lei in maniera latente che è esplosa in lei quando ha trovato la condizione esterna idonea?”
“Quindi se ho ben capito devo concentrarmi su quello scatto d’ira, come ho fatto poco fa con la paura?”
“Esatto. Chiuda gli occhi. Riesce a richiamare quella sensazione? Cosa provava in quei momenti? Dove se la sentiva quell’ira nel corpo? Quali reazioni ha avuto nel fisico?”
Seguii il suo invito e mi immersi in una dimensione onirica, richiamai con la memoria i momenti in cui era esplosa la mia rabbia, ricostruii ogni scena, stuzzicai la lingua nel punto ancora dolorante con la punta degli incisivi per sentire ancora una volta il dolore e il fastidio che avevo provato.
“Stia con quell’ira. Com’è? Che forma gli dà? Un fuoco che divampa e distrugge ogni cosa? Un corso d’acqua esondante che trascina tutto e devasta l’ambiente? E’ potente? Annienta e annulla, trasforma, distorce? Stia con quel che c’è. Riesce a trattenerla? Può resistere ad osservarla dall’interno?”
Grugnii in segno d’assenso, non era piacevole stare in quella condizione ma avevo deciso di andare fino in fondo. Dopo qualche minuto una crepa si aprì nel muro oscuro che avevo davanti agli occhi della mia mente. Una corazza, che non sapevo cosa stesse difendendo, stava iniziando ad aprirsi.
“Ora o tra poco le chiederei di far parlare quell’ira. Cosa si cela al suo interno? Di quali sentimenti si fa portatrice?”
“Ieri sera…ho incontrato Alessia. Abbiamo chiacchierato a lungo.”
“Di cosa?”
“Mi ha lasciato qualche mese fa. Ha scelto di stare con un altro. Ma ieri ha detto che continua ad amarmi e vuole continuare a vedermi, pur senza troncare con quell’altro. Vuole stare con tutti e due.”
“Le dà fastidio questa cosa? Forse la sola idea la indigna?”
“Oh, sì…ma non è questo l’aspetto peggiore. Ciò che mi ha fatto infuriare è la motivazione per cui ha dichiarato che vuole continuare a vedermi.”
“E quale sarebbe?”
“Pensa che io abbia un…potenziale, lo ha chiamato. Vuole continuare a starmi vicino per poter essere spettatore di qualcosa che secondo lei dovrebbe accadere nella mia vita, così da esserne incoraggiata e da ritrovare la fiducia in se stessa.”
“E’ una motivazione così brutta?”
“E’ orribile! Mi sento sfruttato…manipolato.”
“Non riesco a seguirla. Può spiegarmi meglio questa ultima affermazione?”
“Odio dover dimostrare qualcosa…l’amore condizionato…vorrei sentirmi dire da una donna ti amo, non ti amo perché…l’amore per me sta nell’essere, non nel divenire. Continuare una dichiarazione d’amore con quel complemento, il perché vincolante l’amore ad un fine, uno scopo che non sia l’amore stesso, è un’illusione. Uccide il sentimento o lo maschera per un fine egoistico.”
Rimanemmo in silenzio per qualche istante, durante il quale potevo sentire lo shock che montava dentro di me a causa di quelle dichiarazioni…ero stato davvero io a fare quelle affermazioni? Stavo davvero parlando io? Pensavo realmente quelle cose?
“Possiamo dunque affermare con certezza che la causa della sua ira risiede nell’incontro di ieri con questa ragazza e in ciò che le ha detto?”
“Sì” dissi con convinzione, dopo aver sospirato profondamente.
“Molto bene. Può aprire gli occhi. Credo che per oggi abbiamo finito. Ci rivediamo la prossima settimana?”

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