Capitolo 5

Incontro

La notte seguente non dormii. Più mi sforzavo di riposare per essere pronto alla seduta della mattina successiva, più l’ansia e l’impazienza salivano, togliendomi ogni possibilità di assopirmi. D’altronde non sono mai stato uno che dorme a comando, il sonno per me è sempre giunto a termine di un processo naturale, un rituale che prevede rilassamento, tenere a freno i pensieri e pace dei sensi e comporta l’utilizzo di vari espedienti come leggere un libro o guardare un film. Il sonno per me non deve essere mai il fine, gli stratagemmi rappresentano degli inganni per la mente e infine il sonno giunge senza aspettarselo, magari leggo per quattro o cinque volte la stessa frase senza essere riuscito a coglierne il senso, oppure contemplo con uno sguardo appannato delle figure fumose che si agitano sullo schermo a metà di un film…
Quella notte non funzionava niente e l’ossessivo scricchiolio delle molle del materasso, che cigolavano ogni volta che mi rigiravo nel letto dandomi la sensazione di trovarmi in un prato infestato da grilli e cicale, mi impose di alzarmi. Contestualmente udii il miagolio di Roger, il mio gatto, da dietro la porta della camera. Mi stava comunicando che era sveglio anche lui. Gli diedi da mangiare e in cambio ricevetti una abbondante porzione di fusa, poi giocammo un po’ e, durante il tempo trascorso a rincorrerlo per la casa o a tirargli un rotolo di lana che lui puntualmente inseguiva, l’ansia era svanita. Dio benedica il potere terapeutico dei gatti! Infine Roger cadde stremato, mi guardò con occhietti stanchi e si andò ad accucciare nella sua cesta, così gli diedi un’ultima carezza per ringraziarlo del tempo che mi aveva dedicato e lo lasciai riposare.
Dopo qualche istante l’ansia ricomparve, in più sentivo che le corse in casa e i giochi con Roger mi avevano svegliato ancora di più, dandomi un’energia fisica che pretendeva di essere sfogata, per cui mi rassegnai ed uscii di casa alla ricerca di qualche valvola di sfogo per quel magma che mi vorticava nello stomaco e fluiva nelle membra.
Sebbene fossero le tre di notte la città si rivelò viva e gremita di gente, il caldo che annunciava l’inizio dell’estate invogliava le persone ad uscire e le metteva di buonumore, ma tutto quel trambusto non mi giovò, in quanto ampliava e amplificava il chiasso e il caos che avevo nel cuore e nella mente. Percorsi diverse strade illuminate dalle luci dei locali notturni e dai lampioni dell’illuminazione pubblica, camminavo nervosamente e velocemente dribblando i clienti dei locali riversati all’esterno per fumare e fare due chiacchiere prima di farsi nuovamente intontire dai decibel vomitati attraverso gli amplificatori.
Non riuscivo a trovare una quiete, sia interiore che esteriore, per cui la camminata a passo veloce divenne all’improvviso una corsa a perdifiato e l’affanno che ne seguì si mescolò con un pianto a dirotto, condito da singhiozzi e urla disperate e rabbiose. Potevo percepire lo scherno che accompagnava il mio passaggio, udivo le risate beffarde e incrociavo gli sguardi sprezzanti che incontravo sul mio cammino ma non mi importava di nulla, gli input della vergogna e dello scandalo giungevano ovattati e patinati al mio cervello, come se fossero componenti di un brutto sogno o un’allucinazione. Infine giunsi in un vicolo isolato dove finalmente ero da solo con i miei pensieri e il mio male di vivere, mi sedetti su un marciapiede e attesi che il respiro tornasse regolare.
Poi mi asciugai la fronte e accesi una sigaretta, ma avevo commesso l’errore di non aspettare che i battiti del cuore si calmassero e mi salì la nausea, mi mancò il respiro e cominciai a sudare freddo. Mi piegai di lato poggiando il peso su una spalla e un fianco, sperando che giungesse un conato di vomito a liberarmi da quella orribile sensazione, quando una voce mi fece trasalire. “Giorgio?”
Aprii gli occhi e mi voltai di scatto ma non avevo bisogno di vederla per capire chi fosse. Avrei riconosciuto quella voce in mezzo a mille. Alessia…
“Co…cosa ci fai qui?” balbettai.
“Ti ho visto passare poco fa davanti al bar Macombo. Facevo due chiacchiere con un’amica quando all’improvviso sei sbucato. Sembravi nervoso, ti ho anche chiamato ma non mi hai sentita…”
Tirai un sospiro di sollievo. Il fatto che accennasse al mio nervosismo voleva dire che non aveva assistito alla scena pietosa del mio pianto a dirotto, quindi si era persa la parte peggiore della sceneggiata.
“…così ti ho seguito, ho continuato a chiamarti ma tu stavi sempre peggio, hai cominciato a piangere e urlare…”
Ecco. Bingo. Penso che se avessi avuto in quel momento una pistola a portata di mano, mi sarei sparato per la vergogna. Piegai le ginocchia e vi affondai il viso, cercando di tenere celato il mio sguardo e di non incrociarlo con il suo.
“Che ti succede, Giorgio?” chiese, con voce carica di nervosismo e tensione.
“Sto male. Ma presto passerà, non preoccuparti. Ho deciso di andare in analisi. Domani inizio la psicoterapia.”
Si avvicinò a me e si sedette al mio fianco, poi mi poggiò una mano sulla spalla. Potevo sentire il suo odore inconfondibile, che evocava la morbidezza della sua pelle, il calore dei suoi baci, la tenerezza infinita che leggevo nei suoi occhi quando poggiavo le mie labbra alle sue ed entrambi tenevamo gli occhi aperti, poi le nostre bocche si inarcavano contemporaneamente in un sorriso dolce e buffo…Alessia, la mia Alessia…
“Ti va di fare due passi?” mi chiese, alzandosi e tendendomi una mano. La osservai con aria meditabonda per qualche istante, infine allungai il mio braccio e mi feci tirare in su.
Ci incamminammo verso la Fortezza, una volta giunti al suo interno salimmo sul bastione e passeggiamo lungo i sentieri scavati nella pietra, venendo istantaneamente avvolti da un’atmosfera magica e surreale. Una nebbia sottile ed argentea avvolse noi e l’ambiente circostante, celando il cielo, le stelle, gli alberi e il sentiero alla nostra vista. Eravamo fuori dallo spazio e dal tempo, in una dimensione unicamente nostra. Camminavamo fianco a fianco e avevo la sensazione che, ad ogni passo, il suo gomito si stesse avvicinando sempre di più al mio, poi mi afferrò per un braccio e si poggiò a me, poggiando la sua fronte su una mia spalla. Il suo seno, piccolo ma sodo, premeva energicamente contro il mio bicipite, e i suoi capelli ricci, che odoravano di mandorla e lievito di birra, erano riversi come dei coriandoli sul mio collo. L’ansia era solo un flebile ricordo.
“Mi sei mancato” disse.
“Ormai hai deciso. Sarà meglio che ci fai l’abitudine.”
“Non ho deciso un bel niente.”
Le afferrai la mano del braccio con cui cingeva il mio e gliela strinsi forte. “Hai detto che volevi continuare a vedere Sebastiano.”
“Ma ciò non vuol dire che non volessi vederti più.”
“Non puoi tenere il piede in due scarpe.”
“Ma non riesco a non pensarti.”
“E Sebastiano?”
“Lo amo.”
“E io?”
“Ti amo.”
Mi fermai e la allontanai bruscamente. La collera mi era salita in petto, infuocandomi lo sguardo e il respiro. “Mi prendi per il culo? Piantala con questo teatrino.”
Si avviò verso una panchina e si sedette, poi poggiò una mano sulla superficie al suo fianco per invitarmi a sedermi accanto a lei. Esitati per qualche istante poi, dopo aver volto lo sguardo verso l’alto in segno di impazienza, mi accomodai. Lei mi diede le spalle e cominciò a tremare vistosamente. “Ho freddo. Abbracciami.”
“Siamo ai principi di giugno. Non fa freddo per niente.”
“Da quando non ci sei più è sempre freddo. Abbracciami, ti prego.”
Ubbidii. La sua supplica mi giunse come un comando, un imperativo categorico a cui non potevo sottrarmi. Palpai il suo esile corpo con le mie mani, sentendone la fragilità simile a quella di un bicchiere di cristallo.
“Cristo, Alessia…perché insisti a volermi stare accanto? Hai scelto Sebastiano, ma dici che vuoi anche me…non capisco…”
“Voglio vedere come va a finire.”
“Co-come?”
“Hai un grande potenziale. Non ti ami e per questo non riesci a vederlo ma io lo percepisco chiaramente. Chiunque ti voglia bene e ti stia accanto può sentirlo…”
Si voltò di scatto e mi cinse il viso con le sue mani. I suoi occhi scintillavano di una luce strana. “Io voglio vedere come va a finire” ripeté. “Sei destinato a grandi cose…quel potenziale…dipende da quanto tu ci creda e decida di esprimere la tua forza e la tua purezza.” Poi mi abbracciò e congiunse il suo corpo scosso dai singhiozzi con il mio.
“Ho bisogno di credere che sia possibile qualcosa di straordinario. Che possiamo trasformare l’impossibile in possibile, se lo vogliamo davvero. Che non esiste ostacolo insormontabile, se mettiamo in gioco fino all’ultimo frammento di noi stessi. Ho bisogno di avere fiducia nella vita, ancora una volta. E solo tu puoi salvarmi.”
Non mi diede modo di replicare perché un istante dopo la sua lingua cozzava contro la mia nella mia bocca. Cessai ogni forma di resistenza, seppure una flebile voce continuasse a suggerirmi che tutta quella situazione fosse sbagliata.
Perché permettiamo a certe persone di tornare nella nostra vita? Cosa ci spinge a consentir loro di rimanerci accanto? Non lo so. Ricordo solo quella sensazione di leggerezza e beatitudine, unite alla percezione che il mondo era tornato ad essere un bel posto in cui vivere.

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