Capitolo 4

Barlumi di speranza

Passai il resto della giornata a letto. Ne avevo combinate un po’ troppe quel giorno, due sbronze accompagnate da scenate, risse e scatti d’ira erano un bel ruolino di marcia per cui cercai di starmene a riposo per non attirare ulteriori disgrazie nella mia vita.

Non riuscivo a dormire. Me ne stavo supino sul letto ad osservare il soffitto cambiando di tanto in tanto la direzione del mio sguardo a seconda delle posizioni che assumevo quando mi rotolavo sul materasso.
Giunse il tardo pomeriggio e rabbuiò, la luce solare era andata via e rimasero infine solo le luci dell’illuminazione pubblica lungo la strada a irrorare un flebile raggio argenteo che si dipanava all’interno della mia camera attraverso la finestra. La proiezione di ombre e sagome di oggetti lungo le pareti era la perfetta trasmigrazione dei fantasmi che mi annebbiavano la mente e straziavano il cuore, come se, all’interno di quella camera buia, fossi all’interno della mia testa.
Quella sommessa sensazione, disperata e nichilista, mi toglieva ogni energia vitale, fisicamente non ero stanco e non sentivo il bisogno di dormire ma la ferita che sentivo nell’anima mi impediva di tirare fuori l’impulso che mi avrebbe consentito di passare all’azione e di reagire a quell’impasse.
D’un tratto qualcuno aprì la porta della mia camera. Sentii il cigolio lento e sinistro dei cardini che scricchiolavano mentre l’uscio si apriva, poi riconobbi la sagoma di mia madre che portava mestamente la sua presenza nella mia stanza.
“Come ti senti?” chiese, con aria timorosa, quasi un bisbiglio per scusarsi di quella legittima preoccupazione genitoriale per la salute del proprio figlio.
“Bene” risposi dopo qualche secondo di silenzio durante cui ero indeciso se rispondere o fare finta di dormire per troncare ogni possibilità di conversazione.
“Mi hai fatta spaventare” disse, con una sottile nota di rimprovero nella voce, “stamattina mi sono svegliata e non c’eri nel letto, poi ti ho chiamato sul cellulare ma non rispondevi…”
“Ero svenuto al pronto soccorso mamma, te l’ho già detto. Vuoi una giustificazione scritta?”
“Potevi chiamarmi quando ti sei svegliato o durante la mattinata. Ti sei degnato di dare tue notizie solo dopo pranzo! E’ questo il modo di comportarsi?”
Posai il mio sguardo su di lei, la sua figura corpulenta era quasi del tutto celata dall’oscurità per cui mi rivolsi a quella penombra che si stagliava davanti a me, rivolgendomi in modo indistinto a mia madre e al manto di buio.
“Lasciami in pace. Sparisci.”
“Non te la puoi cavare così! Anche se ora sei un adulto sono pur sempre tua madre e ho il dovere di rimproverarti quando sbagli! In questo periodo ne stai combinando una dietro l’altra e non posso rimanere impassibile davanti a questo scenario desolante!”
“Cosa ti fa più male? Ciò che mi sta succedendo, la situazione difficile che sto affrontando? Oppure che abbia ferito il tuo orgoglio di madre mancandoti di rispetto per non averti avvisata? Pensaci bene prima di rispondere, potresti scoprire qualcosa di nuovo su di te.”
Era sempre avvolta dalla penombra ma mi sembrava di poter vedere il suo volto mentre sgranava gli occhi e corrucciava la fronte per lo stupore e la rabbia. “Ma che diavolo dici? Ti sei bevuto il cervello per caso?”
“Suvvia, che c’è da scandalizzarsi? La docile e affettuosa madre di famiglia che cresce con cura e trasporto suo figlio semplicemente per ricoprire un ruolo, per realizzare qualcosa che avesse un senso nella propria vita e prendersi cura così anche di se stessa e della propria vulnerabilità. Non è mica la fine del mondo! Un po’ di sano egocentrismo è normale negli esseri umani, non credi?”
Sollevai il busto e mi misi a sedere sul letto. Gli occhi di mia madre luccicavano come due perle da cui si staccavano gocce di ambra in luogo delle lacrime, mentre l’amarezza e il dolore facevano da filo a quella collana. Tuttavia non mi impietosii, la rabbia non calò di fronte a quella scena. Qualcosa dentro di me mi suggeriva che stessi esagerando ma la zittii subito e proseguii quella scellerata opera di demolizione dell’affetto e stima materni.
“Se non ti fosse ancora chiaro, cara mamma, hai davanti agli occhi l’emblema del tuo fallimento come genitore. Potrei addurre in tua difesa il fatto che hai dovuto crescermi da sola, senza un marito, ma non lo farò, perché avresti comunque potuto trovarti un nuovo compagno dandomi un padre, invece hai voluto proseguire sulla tua strada lastricata di errori e scelte discutibili, ricoprendo un ruolo di genitore oppressivo, che ha tenuto suo figlio sotto una campana di vetro impedendogli di conoscere il mondo reale e facendolo così diventare un ingenuo e immaturo…”
“Volevo proteggerti! Ho sempre e solo desiderato il tuo bene e la tua felicità. Cosa mi stai rinfacciando, Giorgio?”
“Mi hai illuso! Non mi hai permesso di sbagliare, di farmi male e forgiare così il mio carattere. Il mondo è un posto di lupi, lo sto scoprendo ora ma è troppo tardi visto che mi hai fatto condurre tutta la mia vita come se fossi un agnello. Ora non ho le risorse per affrontare il mondo. Cosa dovrei fare?” Mi alzai dal letto e mi avvicinai lentamente, con aria minacciosa. “Rispondi! Secondo te ora, in questa situazione, io cosa dovrei fare?”
Non rispose. Mi guardò come una madre deve guardare un figlio che muore. Notai che stringeva tra le mani una lettera. Me la porse con calma, scrutandomi con severità e decisione. Se il mio obiettivo era fare emergere in lei il senso di colpa avevo fallito. “Non ho nulla di cui rimproverarmi. Come madre ho fatto quello che potevo per te. Sei pienamente responsabile della tua vita, non dare colpe agli altri se le cose non girano per il verso giusto. Non mi sembra di averti mai educato a delegare all’esterno, fin da bambino ti ho sempre educato ad assumerti la responsabilità delle tue azioni e a determinare il corso che vuoi dare alla tua vita.”
“Non ci provare! Non scaricare la colpa su di me, mamma! Troppo facile dire che tutto dipende da me. E’ il mondo che è marcio. Il mondo appartiene ai furbi, agli scaltri e io sono tagliato fuori perché non ho queste risorse. Non mi hai educato a coltivarle!”
Si voltò e si diresse verso l’uscita. “E allora, se ritieni che questa sia la risposta, la strada da seguire per sopravvivere in questo mondo, segui questa direzione. Determina ciò che vuoi diventare” disse, mentre chiudeva lentamente la porta.
Mi sedetti sul bordo del letto e mi coprii il volto con le mani, in preda allo sconforto. Come faceva a non capire la mia difficoltà, la frustrazione, il senso di impotenza che stavo provando? La vita stava correndo troppo in fretta, pretendeva che mi confrontassi con la realtà dalla prospettiva di un adulto ma in realtà ero ancora un bambino ingenuo e sognatore. Avrei dovuto diventare grande, ma non sapevo come fare. Quando sei nell’età del “non più giovane” e del “non ancora adulto” è tutto maledettamente difficile…ma quando si compie poi il passaggio all’età adulta? Forse quando trovi un compromesso tra l’idealismo e l’ingenuità interiore, tipica del fanciullo, e la consapevolezza della durezza del mondo esterno, che appartiene ad uno spirito maturo e realista. Abbiamo due anime dentro di noi, una è fanciullesca, sognatrice irreprensibile, magica, romantica, l’altra è adulta, terrena, in contatto con la materia e i bisogni reali. Nel mezzo ci siamo noi…
Tirai fuori dalla tasca la lettera che mi aveva dato mia madre. Era una raccomandata. L’intestazione mi fece sentire una stretta allo stomaco e rizzare i capelli in testa: “Studio legale Santini e associati.”

Egregio signor Lelli, le scrivo per conto del mio cliente signor Ernesto Polloni, titolare dell’agenzia immobiliare “Innovativa immobili.”
Il mio cliente richiede il pagamento della fattura n.1081 emessa a suo nome in data 22/05, inviata in allegato alla presente. Si richiede pertanto il pagamento, entro quindici giorni, della somma di 2700,00 euro in ragione degli interessi maturati e delle spese legali per questo mio primo intervento. Decorso tale termine senza un suo positivo riscontro, agiremo coattivamente per il recupero della somma indicata.

Cordiali saluti

Non ricordo cosa feci nelle due ore successive alla lettura della raccomandata. Mi ritrovai in una sorta di stato catatonico che mi fece vagare per la città in stato confusionale, provai una sorta di disgiunzione dal corpo che mi rese inconsapevole dei miei gesti fisici, come se esso si fosse dotato di una vita propria, indipendente dalla mia volontà. Mi calai in una nube densissima e foschissima di pensieri cupi e terribili, cominciai a covare propositi di vendetta e ripassai mentalmente centinaia di immagini violente e sanguinose in cui di volta in volta raffiguravo la scena dello sgozzamento da parte mia dell’agente immobiliare, oppure mentre lo torturavo sadicamente e nei modi più atroci dopo averlo legato ad una sedia, o ancora mentre versavo una tanica di benzina nel suo negozio e vi appiccavo il fuoco mentre lui era dentro…
Quando lo stato di trance terminò realizzai di trovarmi in un bar non troppo distante dalla sede dell’agenzia immobiliare. Istintivamente pensai che una di quelle scene potesse non essere soltanto frutto della mia immaginazione e che avessi potuto realmente compiere uno di quei gesti. Mi osservai le mani e i vestiti per assicurarmi che non fossero sporchi di sangue, poi notai che dinanzi a me avevo un bicchiere di spuma. Ero assetato, la lingua era secca e arida e il palato appiccicoso e duro, come se avessi impastato una massa di calcestruzzo con la bocca, per cui afferrai il bicchiere e lo vuotai in un sol sorso.
“Mi scusi, posso prenderle il giornale, se non lo sta leggendo?”
Qualcuno si era avvicinato al mio tavolo e mi chiese se poteva prendere il quotidiano che avevo davanti a me. Non risposi, mi limitai a tenere lo sguardo fisso sul tavolo senza muovere un muscolo, mentre cercavo di riprendermi del tutto da quella condizione e cercando di ricordare cosa avessi fatto negli attimi precedenti. Il tizio insistette.
“Mi ha sentito? Posso prenderlo?” chiese poggiando una mano sul giornale. Anche stavolta non risposi.
“Ehi, sto parlando con te. Ma che hai?” Terminò la frase posandomi una mano su una spalla e, in quello stesso istante, mi apparve in mente il viso dell’agente immobiliare, sorridente e beffardo. Qualcosa mi si sciolse nel basso ventre e mi schizzò nel petto, scattai in piedi e afferrai l’individuo per la gola, stringendogliela con le dita e affondandogli le unghie nella pelle. Digrignai i denti e tesi l’altro braccio all’indietro, pronto a colpirlo con un pugno ma un istante prima di far partire il colpo misi a fuoco il suo volto e ciò che vidi mi pietrificò. Era un uomo anziano, dalla faccia buona e simpatica, con dei folti baffi color sale e pepe e una capigliatura grigia e riccioluta, esile e basso di statura. Mi guardava con aria stupita e spaventata, unita ad un senso di supplica che trapelava dalle lacrime dei suoi occhi. Mi poggiò due mani piccole e rugose sulla mia cercando di spingerla all’indietro e di allentare la morsa, poi rantolò e divenne paonazzo in volto. “Ti prego…no…cosa ti ho fatto?”
Lasciai andare la presa e lo osservai mentre, piegato in due, tossiva e si poggiava le mani sul petto.
Avrei voluto chiedergli scusa ma non ci riuscii perché ero troppo sconvolto.
Mi guardai intorno e mi accorsi che gli occhi di tutti gli avventori del locale erano fissati su di me ed erano sguardi colmi di disprezzo e paura. Calai la testa per non incrociare quegli sguardi e andai via sommessamente.
Continuai a vagare per la città in preda alla confusione finché giunsi ad un internet point. Pagai per avere un’ora di accesso ad internet e cercai le pagine gialle online per trovare indirizzi e recapiti di psicologi e psichiatri. Ce n’erano tantissimi, cominciai a leggere i nominativi per capire se potessero suggerirmi qualcosa o se li avessi già sentiti ma risultarono essermi completamente sconosciuti, non ero mai stato in psicoterapia né conoscevo qualcuno che ci fosse mai andato per cui cominciai a fare una cernita utilizzando dei criteri generici. Scartai istintivamente tutte le donne, poi usai il criterio della distanza per selezionare solo medici e specialisti il cui studio si trovasse in centro e che fosse facilmente raggiungibile. Infine usai il criterio dei titoli, cercando, nella descrizione, l’indirizzo o il ramo di specializzazione che mi risuonasse meglio. La scelta cadde infine sul dottor Guido Marini, psicologo e psicoterapeuta cognitivo e cognitivo-comportamentale. Non avevo la minima idea in cosa consistesse la terapia cognitivo-comportamentale ma appena avevo letto la qualifica del dottore per qualche motivo avevo provato un senso di interesse e anche, forse, di entusiasmo.
Presi il numero indicato nell’elenco e mi segnai l’indirizzo, poi guardai l’ora. L’orologio segnava le 19.50. Era molto tardi ma decisi di provare ugualmente a telefonare. Dopo qualche squillo una voce di donna risuonò dall’altoparlante del cellulare.
Pronto, buonasera vorrei fissare un appuntamento con il dottor Marini, lo so che è tardi mi scusi ma è davvero urgente…ok grazie, sarebbe possibile fissare per domani? Ah il dottor Marini è impegnato tutto il giorno? Va bene, allora sarebbe possibile prendere un appuntamento per dopodomani? Come dice? Il dottor Marini ha l’agenda piena fino alla prossima settimana? Capisco…un vero peccato, no la ringrazio signorina, è inutile fissare per il prossimo giovedì, tanto domani mi suicido…come dice, è possibile fissare un appuntamento per domani mattina? Guardi, non voglio metterla in difficoltà, aveva detto che per domani non era possibile…ah, aveva dimenticato che un cliente ha disdetto la seduta? Che coincidenza… fantastico, allora a che ora ci vediamo? Per le dieci? Il mio nome è Giorgio Lelli. Sì…perfetto, sarò puntualissimo, grazie mille signorina, è stata davvero gentilissima. A domani.

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