Capitolo 3

Mi risvegliai al pronto soccorso, dove Mario e Massimo mi avevano portato per farmi curare la ferita alla testa. Mi fecero una tac per accertare l’assenza di traumi o lesioni gravi, riscontrarono una lieve ferita sul cuoio capelluto che aveva generato la copiosa perdita di sangue. Mi venne applicata una medicazione tramite una sostanza collosa per suturare la ferita in luogo dei consueti punti, mi applicarono una benda e infine mi congedarono. I miei amici fumavano una sigaretta all’esterno del pronto soccorso, attraverso le vetrate della porta scorrevole potevo vedere i loro volti segnati dalla stanchezza e dai postumi della sbornia. Una leggera tensione nelle mascelle e il modo in cui sgranarono gli occhi quando mi videro testimoniarono l’apprensione che stavano provando per la mia condizione di salute e non potei fare a meno di provare un moto emotivo di commozione per questa velata ma comunque percepibile manifestazione d’affetto da parte loro.
“Hai la testa dura, eh, figlio di troia?”
“Ci vuole ben altro per spaccartela, testa di cazzo!”
“Grazie mille, miserabili coglioni che non siete altro.”
“Veramente” disse Massimo con tono fintamente grave e serio “io ero per lasciarti lì in un lago di sangue ma Mario insisteva a dire che sembrava brutto…”
“Più che altro” riprese Mario “temevo di perdere il mio fondo cassa per le bevute quando sono a secco di quattrini.”
Questi erano i miei amici. Mario e Massimo. I miei unici amici. Due beoni con la fissa la per la fica, fannulloni con il cervello della dimensione di un arachide, incapaci di affrontare la minima discussione seria. Ma avevano una qualità talmente grande e importante che da sola basta a compensare tutti i difetti e le lacune caratteriali: la lealtà. Credevano nell’amicizia e si sarebbero buttati nel fuoco per aiutare un amico in difficoltà. Ma anche un estraneo, perché questi ragazzi dalla scorza dura ma col cuore d’oro dimostravano con i fatti e le azioni la grandezza del loro animo. Non avevano bisogno di dire a una persona che gli volevano bene o di compiere gesti formali ed eclatanti per manifestare il loro affetto. Loro nei momenti decisivi c’erano e questo bastava a farli entrare nella propria vita e ad affidargli ogni pensiero, a condividere ogni esperienza di vita e unire il proprio mondo con il loro. Niente segreti, nessuna sofferenza celata nel cuore di cui loro due non fossero a conoscenza. Era questa la loro regola. Essi sapevano ciò che stavo attraversando e potevo sentire anche la loro frustrazione e il disagio per l’impossibilità di essermi d’aiuto in qualche modo. Non si rendevano conto che il loro supporto, la vicinanza costante e il sostegno irremovibile che dimostravano nei miei confronti erano la mia àncora di salvezza e l’unico appiglio cui potevo fare riferimento in quel tormentato periodo.
Mi posizionai nel mezzo tra loro due e li afferrai per le braccia. “Vi ho messi nei casini col lavoro? E’ quasi mezzogiorno, avreste dovuto essere al lavoro da un pezzo. E invece eravate qui ad aspettarmi. Mi dispiace…”
“No problem, amico. Ho chiamato in azienda e ho preso un giorno di malattia. Ho già avvisato il mio medico che ha provveduto a fare un certificato. Per fortuna che ho un dottore tollerante e strafottente, basta che lo chiami e gli dica che non mi sento granché e subito mi prepara il certificato senza fare troppe domande.”
“Io” aggiunse Mario “ho chiamato Giuliana per dirle di mettere un cartello sulla saracinesca dell’officina per avvisare che oggi rimanevo chiuso.”
“Ma così perdi la giornata di lavoro…”
“Cosa vuoi che sia. Ci sono delle giornate in cui lavoro talmente poco che penso che guadagnerei di più a starmene a casa, con quello che costano le utenze. Magari questa è una di quelle giornate. Comunque ti saluta Giuliana. Le ho detto cosa ti era successo ed era molto preoccupata per te. Forse troppo. Potrei diventare geloso, sai?”
Mentre parlavamo imboccammo via Pisacane, giungemmo all’incrocio con strada di Pescaia e risalimmo verso la Fortezza Medicea. Telefonai in azienda per comunicare ciò che era successo e che quel giorno non sarei andato a lavoro, e forse neanche l’indomani, perché i medici del pronto soccorso si erano raccomandati che stessi a riposo per almeno due giorni. Non era vero, ma mi credettero.
“Cosa hai detto ai medici? Hanno fatto domande? Non vorrei che gli sbirri venissero a cercarti dopo ciò che è successo al Dana’s.”
“Gli ho detto che sono scivolato in casa e ho battuto la testa contro un mobile. Sembra mi abbiano creduto. Comunque dubito che quei farabutti sporgano denuncia. In quel pub avviene una tale quantità di fatti illeciti che la polizia si è ripromessa che la prossima volta che ci entrerà, sarà per chiuderlo definitivamente.”
Giungemmo nei pressi dell’enoteca e invitai a pranzo Massimo e Mario. L’odore ferroso e acidulo dei vini proveniente dall’interno del locale, unito all’aria frizzante che accompagnava gli aromi dolciastri, tipici dell’erba bagnata dalle ultime piogge primaverili mi aveva messo parecchio appetito ed ero disposto ad offrire il pranzo ai miei amici anche se mi sarebbe costato un occhio della fronte e le mie misere finanze di quel periodo non mi avrebbero permesso di concedermi certi lussi. Tuttavia decisi di fregarmene e di godermi un lauto pasto perché poche cose mi risollevano il morale come un pranzo in compagnia.
Ordinai una tagliata di carne con rucola e grana cotta al sangue e un contorno di verdure grigliate. Massimo, avendo avuto carta bianca sulla scelta, scelse il piatto del giorno e gli fu servita una spigola su un letto di crema al pecorino, mentre Mario optò per un primo e ordinò un piatto di gnocchi al pesto con pomodorini e gorgonzola. Mangiammo con gusto accompagnando le pietanze con due bottiglie di Cacchiano, il sapore delicato di quel vino nobile si sposava perfettamente con la carne solleticandomi il palato ed esaltando la consistenza sanguigna di ogni boccone. Tuttavia, terminata la seconda bottiglia, ci rendemmo conto che era un vino ruffiano e ci ritrovammo nuovamente ubriachi.
“Vi voglio bene ragazzi, sappiatelo che vi voglio bene” biascicai mentre mi ficcavo in bocca un pezzetto di cheesecake alla nutella che avevo preso per dolce.
“Anche noi campione, anche noi” risposero all’unisono Mario e Massimo.
“Campione di stò cazzo! Come ho fatto a farmi inculare in quel modo? Che idiota sono stato, che idiota…”
Un moto d’ira improvviso si era impossessato di me, osservavo la mia mano tremolante che cercava di portare la forchetta alle labbra. Poi sentii il salato delle lacrime che si mescolava in bocca con il sapore zuccheroso della torta.
Massimo e Mario fecero l’espressione più ebete che potessero concepire, mi osservavano come se fossi salito improvvisamente sul tavolo e ci avessi cagato sopra e rimasero immobili e in silenzio per diverso tempo. Poi Mario provò a rompere il ghiaccio. “E dai Giorgio. Ancora con questa storia…sono cose che capitano.”
“Non ci pensare più, è acqua passata…”aggiunse Massimo, ma prima che la palla passasse nuovamente e Mario per somministrarmi l’ennesima frase fatta avevo scaraventato via il piatto facendolo volare ai piedi di una signora seduta ad un tavolo di fianco al nostro, che scattò in piedi e mi osservò inorridita.
“Col cazzo che non ci penso più! La fate facile! Non siete stati voi a rimetterci un mucchio di quattrini, a farvi fregare come degli allocchi e a perdere ogni stima e fiducia in voi stessi e nel mondo.”
Un cameriere si era avvicinato al tavolo con aria intimorita e, stringendo i pugni, sussurrò: “signori, devo pregarvi di lasciare il locale.”
Massimo si alzò e si sfilò tre banconote da 50 euro dalla tasca, pagò il conto e pregò il cameriere di tenere il resto come forma di compensazione per il disturbo arrecato, scusandosi per l’inconveniente e chiedendo di essere comprensivo. Mario, intanto, continuava a fronteggiarmi, cercando di ricondurmi alla ragione. “Mi sembra che stai esagerando. Hai perso dei soldi è vero, ma non farla più tragica di quello che è. I soldi vanno e vengono, sei stato sfortunato e un po’ ingenuo, ti serva di lezione per la prossima volta. A che serve starci a rimuginare?”
“Non capisci. Tu non puoi capire. Nessuno può comprendere quello che sto provando.”
Gli occhi della sala erano tutti su di me. Mi guardavano come si osserva un pazzo e forse, in quel momento, lo ero per davvero. Cominciai a puntare il dito sui presenti e a roteare intorno a me, mentre vomitavo il mio astio, la mia paura e il mio rancore.
“Tutti voi presenti, che mi osservate, giudicate e disprezzate, siete dei miei potenziali nemici. Ovunque mi giro vedo persone pronte a pugnalarmi alle spalle,vedo gente avida, falsa, meschina, cinica. E’ questa la mia visione del mondo. Voi mi considerate un pazzo, è questo che leggo nei vostri sguardi! Orbene signore e signori leggete anche voi i miei occhi, osservateli bene, così potrete vedere ciò che io penso di voi. Maiali! Siete dei porci! Luridi, schifosi porci, ecco ciò che penso. Beh, sapete cosa vi dico? Giorgio Lelli oggi smette di essere il ragazzo ingenuo, gentile e indifeso, vittima sacrificale della vostra avidità e del vostro arrivismo. Giorgio Lelli si ribella! Giorgio Lelli muore e rinasce a nuova vita!”
Terminai la frase calandomi le braghe e mostrando al pubblico le mie natiche. A quel punto alcuni clienti del locale, offesi da quella sceneggiata, si avvicinarono in modo minaccioso, ma Mario e Massimo si lanciarono su di me e mi immobilizzarono, trascinandomi via dal locale a forza, inchinandosi e chiedendo scusa anche a mio nome mentre lasciavamo il locale.

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