Capitolo 2

                       Frammenti

“Suvvia, basta una firma per risolvere questa storia una volta per tutte.”
L’agente immobiliare mi tese il documento ed una biro per apporre una sigla sul foglio con cui sancire un accordo tra me e il proprietario di un fondo che determinava la rescissione di un contratto di locazione.
Tramite quell’agenzia avevo trovato un locale con l’intento di realizzare un mio piccolo sogno, ovvero aprire un caffè letterario, tuttavia, dopo la firma del contratto, avevo scoperto che la struttura non era in regola con le concessioni edilizie, c’erano stati degli abusi e sarebbero stati necessari tempo e soldi per mettere tutto in regola. Indignato, chiesi spiegazioni e mi fu risposto che erano problematiche ordinarie per un fondo commerciale, avrei dovuto pensarci prima di firmare il contratto e a quel punto, se avessi chiesto la rescissione del contratto, avrei dovuto pagare una penale. Non avevo soldi sufficienti per mettere a norma il fondo e per pagare l’affitto durante tutto il tempo che sarebbe servito per lo svolgimento delle pratiche burocratiche necessarie, per cui decisi di pagare la penale e rescindere il contratto, sebbene ritenessi di stare subendo un’ingiustizia.
Rilessi velocemente il documento alla ricerca di qualche tranello, tuttavia l’atteggiamento spazientito dell’agente, che sospirava e tamburellava sulla scrivania con la penna che mi stava porgendo, mi fece desistere dal mio proposito d’indagine e firmai.
Avrei avuto una vasta gamma di soluzioni alternative a disposizione: potevo fregarmene della sua impazienza e continuare imperterrito nella mia analisi; potevo prendere tempo chiedendogli di portarmi via il foglio per studiare bene il documento e chiedere la consulenza di un legale; potevo infilargli quel foglio su per il culo, lasciargli le chiavi e andarmene senza aver siglato un bel niente.
E invece no: la mia atavica ingenuità, unita ad una naturale tendenza a volere tutto e subito che mi rende incapace di rimandare le decisioni, mi spinse ad una scelta azzardata e superficiale: firmai. E la seguente espressione trionfante e sadica che si disegnò su quel volto di traffichino da strapazzo mi fece presagire di aver combinato un macello.
“Allora siamo a posto?” chiesi titubante.
“Certo! Come attesta questa scrittura privata rinunci alla locazione del locale e lasci, a titolo di risarcimento danni, la caparra al proprietario del fondo. Non ha più nulla a pretendere e lo stesso vale per te. L’accordo è raggiunto, hai pagato la penale tramite la cauzione e tra voi finisce qui. Storia chiusa. Arrivederci e grazie. Adiòs. Sayonara.” Accompagnò le ultime esclamazioni con dei gesti plateali con le mani, agitandole con veemenza come se fossero delle ali. Sembrava entusiasta ed al settimo cielo.
“Molto bene. Se non c’è altro…queste sono le chiavi del fondo.”
Gli porsi il mazzo di chiavi, mi alzai e, senza degnarlo di uno sguardo né salutarlo mi avviai verso l’uscita ma fui fermato a metà strada dalla sua voce.
“Dimenticavo…a chi la intesto la fattura?”
“Co…come?”
“La fattura dell’agenzia. La intesto a tuo nome o ad una azienda? Hai una partita iva?”
“Cioè…mi stai dicendo che vuoi essere pagato?”
Mi guardò con un’espressione di finto stupore disegnato sul volto. “Ovvio. Il mio lavoro l’ho fatto. Ti ho trovato il fondo, hai stipulato un accordo, poi se hai voluto mandarlo all’aria sono problemi tuoi. Devi darmi quello mi spetta.”
“Il tuo lavoro non consisteva anche di informarmi sulle problematiche del fondo già dalla prima volta in cui mi hai portato a visitarlo?” chiesi alzando la voce, visibilmente alterato. Quella storia stava cominciando ad esasperarmi. “Ho firmato la rescissione per concludere questa storia prima possibile ma se avessi deciso di agire per vie legali tu e il proprietario del fondo non ve la sareste cavata a buon mercato.”
“Troppo tardi” disse, agitando il dito a destra e a sinistra mentre sollevava con l’altra mano il foglio che avevo firmato per mostrarmelo. “Dovevi pensarci prima di firmare questo atto. Sai cosa dice? Che acconsenti a lasciare la caparra al proprietario a titolo di risarcimento danni, per cui riconosci gli effetti giuridici del contratto. Di conseguenza devi pagare l’intermediario che ha permesso alle parti di incontrarsi e di suggellare l’accordo, ossia io.”
“Spero che sia uno scherzo. Ho già perso duemila euro in questa storia, senza contare le spese che avevo cominciato a sostenere per l’iscrizione in camera di commercio e all’agenzia delle entrate. Tutto per causa tua! E hai il coraggio di chiedermi di essere pagato?”
“Io non chiedo di essere pagato. Lo pretendo! Lo dice la legge. Sai come funziona, no? L’agenzia ha diritto a percepire una percentuale pari ad una mensilità in caso di raggiungimento di un accordo e di stipula del contratto. Quindi, dato che il canone di locazione era di duemila euro, mi devi duemilaquattrocentoquaranta euro, in quanto bisogna sommare l’iva sulla fattura.”
Ma è assurdo!”
Questa volta urlai, fuori di me dalla rabbia. Sentivo un calore innaturale che mi saliva in viso gonfiandomi le guance e arrossendomi gli occhi, le narici del naso si allargarono spontaneamente, la mascella si serrò e digrignai i denti. “Sei una carogna! Non ti basta aver vinto? Vuoi anche umiliarmi. Potresti chiedere al locatore di dividere con te i duemila euro della caparra…probabilmente lo farai lo stesso, ma hai deciso di spolparmi fino all’osso e raccattare tutto ciò che puoi.”
L’agente rimase impassibile, continuava ad osservarmi con un’espressione sprezzante dipinta sul volto mentre, da dietro la scrivania, continuava ad agitare quel foglio di carta come se fosse un trofeo.
“C’è poco da blaterare, cocco. I fatti sono questi. O mi paghi quello che mi spetta o ti farò scrivere dall’avvocato e si va in giudizio.”
“Bene, andiamo in giudizio. Voglio che me lo dica un giudice che devo pagarti. Magari gli racconto tutta la storia, vediamo se ti dà totalmente ragione.”
“Vuoi andare in giudizio? Liberissimo di farlo, perché no? Perderai sicuramente e dovrai anche pagare le spese legali e gli interessi maturati sulla somma. Io ho solo da guadagnarci, fai pure.”
Qualcosa mi esplose nello stomaco e mi fece scattare in avanti, tuttavia riuscii a tornare in me e a fermarmi un istante prima che lo colpissi con un pugno. Mi limitai a colpire la scrivania con entrambi i palmi delle mani e ad inveire nei suoi confronti. “Sei un farabutto, una canaglia. Vergognati! Io ti rovino, fosse l’ultima cosa che faccio!”
La sua reazione mi fece ghiacciare il sangue nelle vene. “Minacce…ingiurie…l’affare si complica. Potrei addurre anche questi elementi in giudizio. Poi vediamo chi sarà a rovinare chi.”
Disse queste parole con la consueta aria pacata e al tempo stesso sprezzante. La stessa che aveva mantenuto durante tutto il colloquio. Davanti al suo atteggiamento granitico, che gli derivava dalla certezza della sua vittoria, realizzai che mi aveva battuto su tutta la linea. Era stato più furbo, più scaltro e più cattivo di me e qualsiasi cosa avessi ulteriormente detto o fatto avrebbe giocato a mio sfavore perché la situazione era irrimediabilmente compromessa.
Lo guardai con aria attonita, mossi le palpebre un paio di volte e boccheggiai per assimilare più aria possibile. Per qualche secondo avevo avuto una sensazione di asfissia, come se non riuscissi a respirare, poi un sudore freddo mi inumidì la fronte e impallidii. Mi voltai e cominciai a muovermi come un automa, uscii dall’agenzia e mi incamminai lungo il viale. Il mio corpo si mosse per ore lungo le strade del centro mentre la mia mente vagava altrove, anestetizzando i miei sentimenti. Non sentivo niente, né dolore, rabbia o frustrazione. Forse quel flusso di pensieri astratti rappresentava una forma di protezione generata dal mio inconscio per difendermi dai sentimenti negativi e dagli impulsi distruttivi che stavano attanagliando il mio essere.

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