Disgressione finale

“Ogni anima ha la sua grammatica, un linguaggio comprensibile solo a chi la possiede, inaccessibile anche a colui che la possiede almeno fino a quando non riesce a trovare la chiave d’interpretazione.
Ogni anima condivide con le altre anime sentimenti, emozioni, oltre all’origine e alla comune destinazione. Se comprendi con il cuore che i tuoi sentimenti e le tue emozioni sono comuni a tutti gli esseri viventi, e con la mente riesci a percepire il fine dell’esistenza e la meta di questo viaggio chiamato vita, riuscirai a comprendere la grammatica dell’anima. Essa è formata da pensieri, parole e azioni, che ne rappresentano rispettivamente il sostantivo, il verbo e l’aggettivo nell’accezione che preferisci.
Scrivi il tuo vocabolario, arricchisci le pagine bianche della tua vita annotando i pensieri che ritieni più opportuni, citando le parole che ti si addicono e agendo nel modo più libero e sincero che riesci a riconoscere. Tienilo come guida, ogni volta che ti smarrirai (perché sicuramente accadrà) potrai attingere alla tua esperienza per trovare la risposta che cerchi. Guardati indietro, però lascia il cuore nel presente e riserva sempre una parte del tuo sguardo al futuro. Così ritroverai la strada. Ciò che sei stato ti aiuterà ad indirizzarti verso ciò che sarai.”

Mentre leggevo il biglietto del dottor Marini non riuscivo a smettere di tremare. Quelle parole somigliavano molto ad un commiato e la prospettiva di perdere i contatti con lui non mi piaceva per niente.
“Guarda che poi torna.”
Samanta sembrava sinceramente preoccupata, il tono della sua voce era sufficientemente teso da lasciarmi intendere che dovevo avere una brutta cera. Non mi aspettavo che Marini partisse così su due piedi, senza salutarmi. Mi ero recato nel suo ufficio all’improvviso, per fargli una sorpresa, e vi trovai Sam che liberava la scrivania in quanto, per il periodo in cui stava via, aveva concesso ad un collega di utilizzare il suo studio, così lei era costretta a prendersi delle ferie forzate e non retribuite. Sam mi disse che aveva lasciato un bigliettino per me e me lo diede quando ci accomodammo al bar di fronte al portone.
Come avrei fatto senza di lui? Era diventata una persona fondamentale nella mia vita e l’idea di non vederlo per tanto tempo mi angustiava.
“Come fai a dire che torna?” chiesi a Sam mentre mandavo giù avidamente il mio gin tonic, nella speranza che l’alcool aiutasse a tranquillizzarmi.
“Oh bé, succede spesso che parta, ma puntualmente ritorna. Ogni tanto, direi almeno una volta l’anno, gli piglia il matto e va via per qualche mese. Penso vada in India o in Sud America, comunque in posti particolari, a svolgere ritiri spirituali e viaggi interiori, quella roba un po’ da fricchettoni alternativi…in fondo lui è un tipo un po’ particolare, non credi?”
“Sì, però…così su due piedi…poteva almeno salutarmi…in questo modo è triste…mi dà la sensazione che non conti niente per lui…”
Sembrava stessi per mettermi a frignare, infatti Sam non si fece sfuggire l’occasione per sbeffeggiarmi e similò il pianto di un neonato: “Nguè nguè nguè…”
La guardai malissimo e mi morsi il labbro inferiore, trattenendomi a stento dall’impulso di darle dell’insensibile. Lei si accorse del mio risentimento e tentò di provi rimedio. “Guarda che stai fraintendendo. Marini tiene molto a te. In generale ha molto a cuore la felicità dei suoi pazienti. Non interrompe mai terapie in corso d’opera, che sono ad un punto cruciale o che affrontano crisi esistenziali irrisolte. Se anche ci fosse un solo paziente che ha bisogno di lui, rinuncerebbe a partire. Il fatto che si è concesso questo viaggio vuol dire che i suoi pazienti sono giunti ad un buon punto della terapia, che possono cominciare a camminare con le loro gambe o comunque non risentiranno negativamente di un suo periodo di assenza. Secondo me, per lui, tu rientri nella prima categoria, sei tra quelli che può tranquillamente fare a meno delle sedute.”
“Che cosa? Scordatelo! Non è assolutamente vero! Io ho ancora bisogno di lui. Cosa ti fa pensare che per Marini io non abbia più bisogno della terapia?”
“Quel biglietto.”
“Perché? Cos’ha di particolare?”
“Non credere che tutti i biglietti che Marini realizza per i suoi pazienti prima di partire siano così…profondi. In genere sono bigliettini di due righe con frasi dozzinali, in bocca al lupo, mi stia bene, si ricordi di questo o quel risultato, con stima e affetto, eccetera. Quello destinato a te, invece, è così intenso, significativo…credo che dimostri quanto siate andati oltre nel rapporto terapeuta-paziente. Devi essere speciale per lui. D’altro canto bastava vedere le sue reazioni, la sua palese eccitazione negli istanti precedenti l’ora di seduta con te. Sembrava un bambino in attesa del suo compagno di giochi preferito.”
“Davvero?”sussurrai, colpito e lusingato dalle sue parole, mentre mi scappava una lacrima di commozione. Ripiegai il bigliettino e lo riposi con cura in una tasca della mia giacca, poi non potei fare a meno di lasciarmi andare ad una osservazione pungente nei confronti di Samanta. “Senti un po’! E tu come fai a sapere il contenuto dei biglietti che il dottor Marini scrive per noi pazienti?”
“Bé, ecco io…” balbettò Sam, palesemente investita dall’imbarazzo.
“Tu apri le buste e leggi i biglietti! Vergognati! Sai che questa è violazione della privacy? Impicciona! Dovrei denunciarti!”
“Non è vero! Io non li leggo! Anzi, molti di quei biglietti, quelli che Marini non riesce a terminare, li scrivo io! Per questo so cosa c’è scritto. Il dottore mi ha autorizzato ad aprire i biglietti scritti da lui per farmi un’idea di ciò che devo scrivere. Non sono un’impicciona!”
“Poco credibile come scusa. Chiederò a Marini quando torna.”
“E’ la verità! Cosa vuoi da me? Vuoi rovinarmi la reputazione? Lasciami in pace! Come se non mi avessi fatta soffrire abbastanza!”
Colpito e affondato. Quella frase mi fece male come una sberla. La questione non era ancora risolta, la ferita ancora aperta per lei. Non sono mai riuscito a sopportare il senso di colpa derivante dalla consapevolezza di aver fatto del male agli altri. Preferivo essere vittima che carnefice, in fondo chi subisce ha sempre ragione, chi fa del male sempre torto.
“Le mie scuse servono a qualcosa, Sam? Non voglio che stai male per colpa mia. Cristo, non puoi immaginare quanto mi dispiaccia per quella sera…”
“Non è per quella sera! Ero ubriaca, drogata e non ragionavo…la mattina dopo mi resi conto di aver esagerato. Volevo scusarmi e proporti di riparlarne, ma tu ti sei comportato da perfetto stronzo. Sei arrivato in studio per la seduta e non mi hai degnata di uno sguardo. Ero anche preoccupata per te, avevi una brutta cera, avrei voluto chiederti come stavi ma appena mi avvicinavo scattavi sulla difensiva, manco avessi la peste…poi quello che hai detto in seduta…”
Eeeeh? In seduta?”
“Ho origliato, va bene?” urlò Sam, ormai in lacrime, singhiozzando come una bambina. “Ero dietro la porta e ho sentito tutto. Non ho potuto resistere. Ho udito anche quando hai parlato a Marini di me, etichettandomi come una psicopatica che ti aveva fatto passare una serata infernale. Ne parlavi con tanta arroganza e strafottenza che avrei voluto entrare in studio e riempirti di schiaffi. Non so cosa mi ha trattenuta dal farlo.”
“Per l’amor di Dio, Sam…ti rendi conto di quello che hai fatto?” dissi, tremando per la rabbia. Stavo per perdere la pazienza. Quella ragazza aveva il potere di farmi passare da uno stato emotivo all’altro nell’arco di un millesimo di secondo. Il suo comportamento capriccioso e impulsivo aveva fatto svanire ogni traccia di senso di colpa e fatto emergere il desiderio feroce di strangolarla con le mie mani.
“Cosa ho fatto io? Hai il coraggio di rinfacciarmi il mio comportamento dopo che tu ti sei comportato come se volessi entrare nel Guinness dei primati dei merdosi?”
“Stavo male, Sam. Hai detto che te ne eri accorta anche tu. La seduta ha una funzione catartica. Dovevo liberarmi un po’ e l’ho fatto. Non ho niente di cui giustificarmi.”
“Anche io stavo male. E non ho niente di cui giustificarmi. Uno a uno, palla al centro.”
“Game over. Non ci sarà un seguito. Non so se comprendi la gravità della tua posizione. Ti preoccupavi che facessi trapelare la storia dei bigliettini quando hai fatto qualcosa di estremamente più grave. Se Marini sapesse che hai origliato durante una seduta ti caccerebbe a calci in culo.”
“E allora fallo! Quando torna diglielo e rovinami la vita per sempre. Tanto è nel mio destino perdere tutto a causa di un uomo. Avevo scelto te, quindi è giusto che sia tu a chiudere del tutto i giochi. E’ l’ordine naturale delle cose. Il piano della mia esistenza che avevo in mente da tempo.”
Mi guardai intorno. Gli occhi degli avventori del bar erano tutti puntati su di noi. Solo allora mi accorsi della presenza del barista a qualche metro di distanza dal nostro tavolino che aspettava il momento propizio per intervenire e chiederci di abbassare la voce. Annuii imbarazzato, poi mi rivolsi a Sam, parlandole con decisione e lucidità.
“Sai Sam, onestamente sono sempre più convinto che tu abbia bisogno di aiuto. E d’altronde anche io. Non ho nessuna intenzione di smettere la terapia con Marini, quando tornerà gli chiederò di riprendere con le sedute. Però mentre parlavamo mi è balenata un’idea folle, un pensiero particolare…vorrei farti una proposta.”
“Che genere di proposta?”
“Sai bene che Marini svolge anche delle terapie di gruppo. Che ne dici di andarci insieme?”
“Stai scherzando?”
“Mai stato più serio in vita mia. Ovviamente non diremmo nulla a Marini dei trascorsi tra noi, il nostro appuntamento, la serata a casa tua, di quando hai spiato la mia seduta. Parteciperemmo con la massima discrezione, senza far trapelare la nostra…intimità, se possiamo chiamarla così.”
“Cioè, vorresti che partecipassi a delle sedute collettive tenute dal dottor Marini? E come la giustificherei? Lui non sa niente di me, della mia vita, la storia della mia famiglia. Per lui sono poco più di un’estranea, una ragazza diligente che gli organizza gli appuntamenti e gestisce la sua agenda.”
“Temo che sapete poco l’uno dell’altra. Sottovaluti Marini. Io penso che sarebbe ben felice di lavorare con te in terapia. E sono sicuro che ciò non comprometterebbe il vostro rapporto di lavoro. Ci potrei mettere la mano sul fuoco. Marini è una persona troppo intelligente per farsi deviare dai pregiudizi.”
“Supponiamo che accetti. Tu cosa ci guadagni?”
“Beh, potremmo conoscerci meglio. Tu affronteresti i tuoi fantasmi, io i miei. Ci guadagneremmo entrambi. Saremmo dei compagni di viaggio in quella che potrebbe essere una meravigliosa avventura. Non lo trovi entusiasmante?”
Mi guardò, con sguardo da innamorata. Arrossì. Non era quella la reazione che mi aspettavo. Volevo solo aiutarla. Soltanto questo. “Insomma vuoi passare del tempo con me? Se le cose stanno così…sì, potrebbe essere interessante.”
“Sì, ma non farti strane idee” dissi, di nuovo sul chi va là.
“Va bene, va bene. Non mi faccio illusioni. Però attento a non innamorarti di me perché se la terapia funziona e mi libero dall’ossessione per il mio passato poi mi perdi. Non avrei più motivo per venirti dietro.”
“Correrò il rischio.”
Ci guardammo negli occhi, sorridemmo simultaneamente. Poi, per effetto di quella simbiosi, voltammo entrambi la testa verso la vetrata alla nostra destra e gettammo lo sguardo oltre l’orizzonte, incuriositi dalle prime luci del tramonto. Ebbi il sospetto che anche i nostri pensieri fossero gli stessi, indistinti ed evanescenti come i sassi depositati sul fondale di un fiume quando vengono osservati dalla riva.
Dolci, romantici, struggenti, intensi. Un po’ distorti, a volte incomprensibili e inafferrabili. Come la grammatica dell’anima.

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