“Lo dicevo io che eri destinato a grandi cose.”
“Piano, piano. Intanto ho preso questa decisione. Sarà una bella sfida. Ma dovrò sforzarmi molto per portarla avanti.”
“Se devo essere sincera non ti ci vedo come terapeuta. Non mi sembri adatto.”
“Hai ragione. Non sono adatto. E continuerò ad esserlo fino a quando io crederò che sia così. Tra noi e il nostro obiettivo ci siamo sempre noi. La conosci quella massima che recita “non importa che tu creda che puoi farcela o meno. In entrambi i casi avrai avuto ragione”?”
Alessia sgranò gli occhi mentre sorseggiava il suo spritz, poi tossì rischiando di farsi andare di traverso il drink. “Parli già come uno psicologo” disse infine ridacchiando con tono fintamente sprezzante.
Le avevo strappato un ultimo appuntamento per chiarirmi con lei, scusandomi per come l’avevo trattata la volta precedente. Ero stato un vigliacco, avevo rifiutato di metterci la faccia e mi ero trincerato dietro la scostanza e il silenzio perché non avevo avuto il coraggio di dirle di persona che tra noi era finita. Riconobbi il mio errore e la invitai in un bar per un aperitivo e due chiacchiere durante cui le raccontai il mio percorso terapeutico -omettendo, per qualche motivo, di parlarle di Sam- facendole comprendere quanto mi aveva cambiato e condivisi con lei la decisione di riprendere gli studi. Era maturato in me un sogno, volevo diventare uno psicoterapeuta e mi ero iscritto alla facoltà di psicologia, avevo sviluppato il desiderio di vivere una vita al servizio del prossimo e speravo di seguire le orme di Marini. Gli ero grato di avermi mostrato quanta ricchezza c’è in una vita spesa ad alleviare le sofferenze altrui, in uno spirito dominato dalla compassione e dall’amore per le altre persone.
“Sai che ne parli in tono così entusiasta che mi hai quasi convinto a seguirti?” disse Alessia. “C’è posto tra voi? Quasi quasi mi iscrivo anche io a psicologia…”
“Piuttosto dovresti conoscere il mio psicoterapeuta. E’ una persona eccezionale.”
“Ci credo. Guarda quanto sei cambiato. Anzi, sarebbe più corretto dire che finalmente sei fiorito. Questo dottore è riuscito a tirare fuori quel potenziale di cui ti parlavo. Lo sapevo, lo vedevo…e non ero la sola. Tanti lo riconoscevano. L’unico a non vederlo, finora, eri tu.”
“Grazie. Hai ragione. Prima mi sminuivo e non portavo rispetto alla mia vita. Non voglio più permetterlo. Crederò in me stesso, da ora in poi.”
“E la vicenda di quel locale?”
“Risolta. L’agente immobiliare ha accettato la proposta di una transazione e abbiamo trovato l’accordo per la riduzione del mio debito. Ho offerto la somma che potevo permettermi di pagare attingendo a tutti i miei risparmi e abbiamo concluso.”
“Come mai così sereno? Immagino tu sia rimasto senza il becco di un quattrino…”
“Beh, questo è un altro dono della terapia. Ho imparato a dare il giusto valore al denaro e a lasciarlo andare con serenità. Non bisognerebbe essere schiavi dei soldi. Prima lo ero. Ho il necessario per permettermi tre pasti al giorno e un tetto sulla testa. Ho un lavoro, una macchina e qualche progetto per il futuro. Per ora va bene così. Ah, dimenticavo. Dopo tanti anni mia madre ha nuovamente un lavoro. Sapere che anche lei d’ora in poi contribuirà a sostenere le spese in casa alimenta la mia serenità.”
“Dici davvero? Che bello…sono proprio contento per tua madre. So quanto era frustrante per lei non riuscire a portare a casa uno stipendio. E’ incredibile che sia riuscito a trovare lavoro proprio ora che ne avevate più bisogno, vero?”
“Protezione…”
“Cosa?”
“Niente, pensavo a voce alta. Sì, non credo che sia una coincidenza. Ho una mia teoria. Ma sarebbe troppo lungo da spiegare. Diciamo che tutto combacia. Il mio cambiamento interiore, la trasformazione del mio ambiente…sembrano le tessere di un puzzle che combaciano alla perfezione.”
“Quanto mi manchi…”
“Eh?”
“Mi manchi, Giorgio. Non sai quanto è stata dura in questo periodo senza di te.”
“Mi dispiace. Ora ci sono. E ci sarò sempre, tutte le volte che vorrai. Che ne pensi? Amici?” dissi, tendendole la mano.
“Solo amici?” chiese Alessia con aria delusa.
“Ricordi quella sera? Mi hai detto che hai bisogno di me per tornare ad avere fiducia nella vita. Vuoi condividere le mie vittorie per essere incoraggiata, così potrai dire a te stessa che nella vita tutto è possibile. Giusto?”
“Sì, ma…”
“Questo puoi farlo anche come amica. Non so se vincerò davvero, non ti prometto niente. Ma so che, avendo dei buoni amici al mio fianco che mi sostengano nei momenti di difficoltà e gioiscano con me per le vittorie, il percorso potrebbe essere più facile. Tu hai bisogno di me almeno quanto io di te. Ma credo che entrambi necessitiamo di un legame tra noi che esuli dal rapporto di coppia. Tu ami Sebastiano. Lo sappiamo entrambi. Ammettilo a te stessa. Sei confusa, lo so. Ci somigliamo io e te, per questo pensi che se posso farcela io anche tu ce la farai. Ma non è in una similitudine del genere che risiede l’amore.”
Il suo volto impallidì sempre più mentre pronunciavo queste parole. Poi si morse il labbro, pensierosa, e vuotò il bicchiere. “Va bene” disse mentre tormentava un’oliva, spostandola nel piatto con uno stuzzicadenti. “Non sono sicura di aver capito del tutto il tuo discorso ma quel che conta è che tu mi consenta di starti vicino.”
“Te l’ho detto. Io ci sono.” Sollevai il braccio e le mostrai il palmo della mano. Lei fece altrettanto. “Davvero?” chiese, poggiando il palmo della sua mano sul mio.
“Sempre.”

 

 

 

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