Disgressione

Cos’è questa disperazione che sento nel cuore? Sto male…perché?
Cosa mi assilla? Di cosa avrei bisogno? Non ho più voglia di vivere…non ho voglia di fare niente…che senso ha continuare a condurre questa esistenza sterile e insignificante?
Mi alzo.
Mangio.
Lavoro.
Torno a casa.
Mangio di nuovo.
Guardo la TV.
Leggo un libro.
Gioco un po’ con Roger.
Dormo.
Mi alzo nuovamente.
E si ricomincia…
Non ho un briciolo di entusiasmo né di ottimismo verso il domani. Anzi è come se il domani non esistesse nemmeno. Non riesco a vederlo, a immaginarmelo…se penso al futuro vedo solo questo insulso ciclo veglia-sonno intervallato dalle ore di lavoro, il tempo dedicato al cibo e a qualche passatempo.
Quando è cominciato? E perché?
Mi sento morto. Non vedo una via d’uscita da questo dolore, il petto è pesante, la gola occlusa, l’ansia è padrona del mio essere e quando non c’è lei ci sono l’apatia e la noia a dominarmi.
Non ce la faccio più! Ci sono dei momenti in cui mi sembra di impazzire! Avrei voglia voglia di fuggire via ma qualsiasi strada pensi di seguire si dimostra, ad una attenta analisi, un vicolo cieco. Vado via? E a mamma chi ci penserà? Cosa farebbe senza di me?
Mamma perché non ti sei trovata un nuovo compagno che si occupasse di te? Perché mi affidi questo pesante fardello? Finché non sono sicuro che sei felice e al sicuro io non posso vivere! Continuerò a perpetuare questa esistenza squallida e insignificante perché tu non sei in grado di badare a te stessa e io non posso fare a meno di preoccuparmi. A volte vorrei che tu non mi amassi e che trovassi qualcuno che si occupi di te così io potrei partire e vagabondare senza meta, come un lupo solitario, viaggiare e dormire sotto un tetto ricoperto di stelle, libero da questa ruota mortale che gira e rigira intorno ad azioni inutili e banali.
Vorrei essere senza legami e infine morire mentre erro per il mondo.
Non credo nei rapporti umani e finché vivrò in questa società il mondo continuerà a farmi pesare questa mancanza.
Non voglio fidanzate! Non voglio amici! Non voglio familiari e parenti! Mi fate schifo! Vi odio tutti! L’affetto, il bene, la compassione che fingete di trasmettere sono solo un’illusione! Voglio estirpare tutto ciò dal mio cuore e non provare più nulla perché è il nulla ciò che mi trasmettete e allora io vi offro la stessa pietanza anonima e insipida accompagnata dal medesimo calice amaro. Voglio ignorarvi e morire solitario nella steppa mentre estinguo la mia fiamma vitale senza aver provato né gioia né dolore. E’ questo il senso ultimo delle cose per me. In culo a tutti! Alla vostra ipocrisia! Alla vostra arroganza e saccenza! Non ne sarò partecipe!

Questa rabbia…questa disillusione…è questo che ho nel cuore…

L’ansia si è un po’ attenuata…l’occlusione alla gola sembra sparita…mi sento più leggero…

E’ questo che ho nel cuore…che non riesco ad esprimere…

Marini teneva il foglio davanti al volto leggermente piegato verso l’esterno e ciò mi dava modo di vedere la parte superiore del viso, dai cui movimenti riuscivo a percepire le sue emozioni. Strabuzzava gli occhi per lo stupore, aggrottava la fronte per il fastidio, sollevava un sopracciglio per la perplessità.
Avevo scritto quella lettera per eseguire un compito datomi da lui al termine della seduta precedente: “qualora dovessi avere un’altra crisi, in un momento in cui ti senti particolarmente affranto o depresso, sforzati di scrivere una lettera in cui riportare tutto ciò che ti passa per la testa in quel momento. Qualsiasi emozione, sentimento, reazione che tu senta ti appartenga in quel preciso istante.”
La crisi non tardò ad arrivare. Spietata, tremenda, annichilente. Ciò che mi spaventò più di ogni altra cosa fu la sua apparente irrazionalità, l’assoluta mancanza di un fattore scatenante, di una causa. Al termine di un ciclo di giornate anonime ma tranquille, senza eventi disastrosi, incontri imbarazzanti o vicende drammatiche. La vicenda con l’agenzia immobiliare sembrava in una posizione di stallo e cercavo di non pensarci in attesa della resa dei conti. I miei rapporti umani si erano azzerati, Mario e Massimo non si facevano sentire da giorni, Alessia non mi aveva più cercato dopo l’ultima, burrascosa conversazione telefonica e ovviamente anche Sam era sparita, tuttavia non riuscivo a dispiacermene, anzi apprezzavo quella solitudine, scoprii il gusto tutto speciale che assaporavo quando stavo da solo, riflettei sul fatto che non mi fossi mai reso conto di quanto amassi la mia riservatezza e introversione. Pensai di aver cercato relazione umane per tutta la vita unicamente per non sentirmi sbagliato, asociale, misantropo, insomma per non venire etichettato come un disadattato. Avevo concesso ad un possibile pregiudizio di determinare le mie scelte. Errore comune per gli esseri umani, e io non avevo fatto eccezione.
Fu così che mi impegnai a riscoprire le mie reali necessità e ad identificare l’aspetto di piacere che realmente mi confaceva.
Nel tempo libero feci lunghe passeggiate senza meta, fermandomi a riposare su una panchina di tanto in tanto e rimirando il panorama che mi si offriva di fronte. Saltuariamente contemplavo i volti delle persone che attraversavano il mio campo visivo e attribuivo delle storie a quegli attributi, se le persone erano anziane ovviamente il giochino era più divertente, immaginavo vite avventurose, uomini e donne arruolate nelle fila dei partigiani durante la seconda guerra mondiale che lottavano per liberare il suolo patrio dall’usurpatore nazifascista, oppure vite difficili condotte dignitosamente da individui forti e coraggiosi che dovettero affrontare la disperazione e la miseria del dopoguerra, lottando giorno dopo giorno per mettere insieme pasti dignitosi con cui andare avanti e sfamare se stessi e i propri cari. Talvolta i miei occhi incrociavano lo sguardo di quei vecchietti che ricambiavano con un sorriso. Mi piace pensare che avessero intuito i miei pensieri e quel sorriso voleva essere un modo per annuire, dimostrare il loro assenso e comunicarmi che “è andata proprio così.”
Un’altra volta una vecchia signora dopo avermi sorriso venne a sedersi accanto a me sulla panchina. Era un donnone che indossava un ridicolo vestito a fiori che lasciava scoperte le cosce e i braccioni. Inizialmente non gradii la sua presenza perché andava ad intromettersi nel mio “angolo magico”, il luogo di mondo che appartiene solo a me in cui posso osservare le vite da spettatore, godermi la passività, lasciarmi scivolare addosso quelle storie senza alcun coinvolgimento diretto. Osservai quel faccione rotondo col doppio mento e le gote pronunciate, lievemente coperto dalla visiera di un bizzarro cappello di paglia calato fino a metà fronte. Poi capii. Lei era come me, non voleva parlare, non anelava la mia compagnia, non era una di quelle vecchine angustiate dalla solitudine all’avida ricerca di un contatto umano per placare la loro sete di attenzione. Lei voleva solo condividere. Guardò dinanzi a sé per tutto il tempo, non mi degnò più di uno sguardo, come se fosse concentrata su qualcosa che avesse attirato la sua attenzione. Poi tirò fuori dalla sua borsa una scatola di cioccolatini. Ne afferrò un paio e li trangugiò, poi si leccò le dita e allungò la scatola verso di me. Afferrai un cioccolatino che era molliccio e viscido a causa del caldo, e lo mangiai. Il tutto senza degnarci di uno sguardo né dirci un grazie. Due lupi solitari in cammino per non si sa dove, che si fermano per riposarsi e condividono un piccolo bivacco. Poi ognuno per la sua strada, senza un saluto né augurarsi buona fortuna. I gesti e le parole non servono con le persone con cui stabilisci una profonda connessione dell’anima. Ti tocchi, ti sfiori per un attimo e quel momento e ciò di più profondo che puoi sperimentare con un tuo simile. E ripaga più di mille parole, abbracci o gesti d’affetto innaturali e forzati.
Una sera mi recai a cena da solo. Stavo rincasando dal lavoro e durante il tragitto passai davanti ad un risto-pub in cui mi ripromettevo da anni di andare a mangiare senza averne avuto mai l’occasione. Mi fermai e contemplai l’esterno, la porta era rappresentata da un cancelletto in stile saloon del vecchio west, ricoperto da uno strato di pelle imbottita simile a quella che ricopre i divani, al centro della porta un gigantesco oblò permetteva di ammirare l’interno del locale, con l’elegante angolo bar in stile liberty arredato con un bancone di legno robusto e uno scaffale sulla parete in cui erano riposte bottiglie di brandy, cognac, whisky, rum e tutto ciò che un bevitore dal palato raffinato potesse desiderare. La piccola saletta per la cena sembrava calda e accogliente, le luci erano soffuse e dei candelieri troneggiavano sui muri illuminando flebilmente l’atmosfera con delle candele rosse. Il cartello all’esterno, semplice e scarno, indicava il nome del locale, “147”, come il suo numero civico. Semplice e originale allo stesso tempo.
Mandai un sms a mia madre per avvisarla che a cena non c’ero e sarei rincasato tardi, poi entrai nel locale. Fui accolto da un cameriere giovane e sorridente, che indossava un abbigliamento spartano e sobrio costituito da un paio di blue jeans, una camicia nera con la scritta 147 ricamata con del cotone rosso all’altezza del petto (un ricamo realizzato in maniera artigianale e per questo ancora più originale ed apprezzabile), scarpe da ginnastica bianche e un grembiulino da sala legato alla vita.
Mi fece accomodare ad un tavolo e mi servì subito un cesto ricolmo di focaccia e pane arabo, una scodellina con una salsa all’avocado piccante e una minuscola caraffa ripiena di ponch al mandarino fumante. Omaggio della casa. Spezzai della focaccia e la intinsi nella salsa, alternando i bocconi con dei sorsi di ponch e rimasi inebriato dalla perfetta armonia che si creava nel mio palato tra il salato del pane e della salsa e il dolciastro pungente del liquore fumante.
Poi ordinai una portata a base di salmone affumicato al pinzimonio con contorno di rucola e grana, un risotto con zucchine e stracchino e per dessert una torta alle mele accompagnata con panna e una pallina di gelato alla crema. Da bere ordinai una bottiglia di Cacchiano, declinando gentilmente l’invito del cameriere ad accompagnare le portate con un vino bianco, magari una Vernaccia o un Fiano, più delicato e avvolgente e quindi più adatto a portate a base di pesce e formaggi, ma quella sera ero deciso ad andare in barba alle regole. Volevo seguire unicamente il mio gusto e il mio istinto.
Spazzolai ogni cosa, mangiando con gusto e convinzione, ma infine dovetti ammettere a me stesso e al cameriere che il Cacchiano era troppo forte, copriva i sapori e lasciava un retrogusto aspro ed amaro in bocca. Al termine del pasto chiesi di portar via la bottiglia quasi piena, rassicurando che l’avrei pagata ugualmente.
Il cameriere annuì sorridendo e sfoderò con orgoglio un atteggiamento trionfante, sembrava quasi euforico mentre sparecchiava e mi guardava negli occhi comunicandomi con lo sguardo il messaggio “avevo ragione io”, dovette cogliere un moto di risentimento in me causato dal suo comportamento e per farsi perdonare mi offrì mezzo bicchiere di rum “Milionario” invecchiato ventun anni. “Per pulirsi la bocca” disse, urtando il suo bicchiere col mio in un brindisi.
La serata proseguì con una lunga passeggiata notturna, ovviamente in solitaria, evitai accuratamente tragitti e luoghi in cui avrei potuto incontrare amici o conoscenti, volevo stare unicamente in compagnia di me stesso e dei miei pensieri. Dopo oltre un’ora di camminata mi fermai su una panchina per riposare e mi assopii mentre contemplavo la luce di un lampione sopra la mia testa e fantasticavo su analogie tra la mia condizione di vagabondo notturno e le vicende narrate nelle “notti bianche” di Dostoevskij. “Il sognatore sono io” pensai, prima di sprofondare in un lieve e sereno sonno durante cui ebbi anche l’occasione di fare un breve sogno in cui rivivevo la mia passeggiata notturna che terminava su una voragine che interrompeva la strada che stavo percorrendo. Mi svegliai con la consapevolezza che la voragine rappresentava una lacuna di quella serata quasi perfetta. Mancava il contatto umano, l’interrelazione con un’altra creatura sognatrice con cui condividere i miei sentimenti e la mia serenità. Mancava la mia Nasten’ka.
Quella prima nota stonata fu l’inizio della fine della mia serenità. Fu come se un seme fosse stato piantato dentro di me e crescesse pian piano, alimentato dalla mia paura e dalle mie incertezze. Le sensazioni di disagio e irritazione, dapprima flebili e sottili, divennero sempre più potenti e devastanti, azzerando la mia energia vitale e la voglia di vivere. L’apatia e la noia si impossessarono di me trascinandomi in una condizione vegetativa simile a quella dei giorni post-incontro con Samanta. Mia madre, spazientita e sconfortata nel rivedermi di nuovo in quello stato, scoppiò in lacrime davanti ai miei occhi ma quella scena non suscitò nessun moto emotivo dentro di me, tanto ero svuotato e annientato nell’animo. Mia madre passava ore sulla soglia della porta della mia camera ad osservarmi con Roger in braccio e uno sguardo colmo di disperazione. Ogni tanto singhiozzava e dava dei baci a Roger affinché ricevesse da lui un po’ di ristoro contro quel dolore.
Il giorno della seduta ero sempre nella medesima condizione. Qualche ora prima ricevetti un sms dal dottor Marini. “Non dimenticare la lettera. Ovviamente se c’è stata una crisi. Se non la porterai vorrà dire che non ce n’è stato bisogno e non potrò che rallegrarmene ;-)”
Interpretai quel messaggio come un segno. La lettera! Dovevo farla! Forse potevo trovare un senso a quel dolore, non dovevo sfuggirgli, dovevo viverlo e sperimentarlo per capire quale fosse il suo messaggio, cosa la mia vita volesse comunicarmi con quella sofferenza. Mi fiondai alla scrivania e mi armai di carta, penna e coraggio. Udii chiaramente un sospiro di sollievo da parte di mia madre nel vedere una reazione in me e un miagolio di Roger mi comunicò che anche lui si sentiva rincuorato. Mi portò un piatto ricolmo di pasta fredda con tonno, wurstel,pomodori freschi, mozzarella di bufala e maionese che divorai mentre continuavo a scrivere. Ovviamente non avevo mangiato nei giorni precedenti. Sebbene fossi rimasto inizialmente sconvolto dalla rabbia e disperazione che trapelavano dalle parole che stavo scrivendo, mi accorsi che mentre procedevo nella stesura della lettera l’ansia sembrava attenuarsi pian piano e cominciai a sentirmi più leggero. Decisi che poteva essere un dato utile per la terapia così lo annotai al termine della lettera.

“Accidenti” disse Marini dopo aver posato il foglio sulla scrivania ed avermi osservato per qualche istante con aria meditabonda. “E’ successo ancora, a quanto pare. Qualche attimo di serenità che si trasforma nei giorni successivi in una morsa di dolore e apatia.”
“Già. Non ne capisco il motivo…insomma sto abbastanza bene poi basta un evento apparentemente semplice o insignificante a scuotermi così profondamente. La volta scorsa l’incontro casuale con l’agente immobiliare e con Sa…con quella ragazza! Poi quel sogno…che cosa vuol dire?”
“Devo farti una premessa, Giorgio. Una premessa fondamentale per continuare il nostro lavoro. Come ti dissi la volta scorsa io adopero un metodo di analisi che non si sofferma sul passato, sulle cause originarie del disagio e del malessere. Ritengo questo approccio tradizionale lento e parzialmente improduttivo ai fini della terapia, ci sono tanti, troppi casi di pazienti che sono andati in analisi per anni senza ottenere reali benefici. Non voglio dire che questo sistema non funzioni, non ho le credenziali per pronunciare un giudizio simile, tuttavia posso affermare con certezza che si tratti di un metodo che permette di vedere dei risultati solo a lungo termine, mentre nell’immediato si rivela improduttivo. Quello che propongo io, la terapia cognitivo-comportamentale, si concentra invece sul qui e ora, cercherei di farti vedere una soluzione al tuo attuale problema, faremmo un lavoro pragmatico ed esperienziale volto a farti ottenere degli effetti immediati.”
“Non capisco” dissi interrompendo la sua spiegazione, “come posso combattere contro qualcosa che non conosco? Non ho esperienza in fatto di psicoterapie, è la prima volta che mi rivolgo ad uno psicologo, tuttavia qualcosa mi dice che sarebbe più sano e naturale cercare di capire la cause di un malessere per poterlo affrontare. Ho letto qualcosa sull’argomento, sul web circolano tanti articoli e saggi che parlano del potere catartico insito nel tirar fuori il materiale inconscio. Vengono poi narrate tante storie di pazienti che sono guariti con questo metodo, ad esempio quella famosa di Anna O, la prima paziente di Freud e Breuer a guarire col metodo della psicoanalisi di spazzare il camino, come veniva chiamato…”
“Complimenti, bella lezione. Hai studiato. Dieci e lode”. Marini mi gelò pronunciando queste frasi con un tono di voce più alto di una tonalità rispetto al normale. Sembrava stesse per mettersi ad urlare. “Quello che dici è assolutamente vero, non lo metto in discussione e non voglio cercare di farti cambiare idea, sto cercando di spiegarti che se ritieni di voler continuare a lavorare con me sarà necessario che ti attieni al mio metodo. Nel caso tu preferissi un approccio più tradizionale posso fornirti il nominativo e il numero di qualche mio collega più ortodosso…”
“Va bene, ho capito, ma non ti incazzare!” urlai a mia volta. Poi Marini abbassò lo sguardo per l’imbarazzo e il gelo calò su di noi. “Perdonami” disse, “ho commesso un errore madornale. Sarà meglio interrompere qui. Ovviamente la seduta di oggi non la paghi. Ti do il numero di un mio collega, il dottor Pacelli, è in gamba…”
Udii me stesso dire “e invece no”. Non so quale parte di me pronunciò quelle parole, fatto sta che anch’io mi stupii di quella frase e di ciò che venne dopo. “Io voglio continuare con te. Sento che sei speciale e puoi darmi qualcosa che nessun altro dottore o terapeuta potrebbe offrirmi. Non potrei proseguire questo lavoro con nessun altro se non con te.”
Mi guardò, quasi commosso. Gli occhi gli erano diventati umidi. “Sei sicuro?” sussurrò.
“Mai stato così sicuro in vita mia.”
“Bene. Grazie. Devo fornirti una spiegazione a ciò che è successo poco fa. Ritengo che per un sano e fruttuoso lavoro sia necessaria un’apertura da parte mia, voglio che non ci siano segreti tra noi affinché ci sia una fiducia assoluta. Ho avuto modo di osservare, in tanti anni di lavoro, che il processo terapeutico è stato più snello e rapido quando sono riuscito a sviluppare un rapporto di completa sincerità con i miei clienti. L’apertura aumenta la fiducia e la connessione tra terapeuta e paziente.”
Annuii, poi deglutii e interiormente esclamai “oh merda!” C’era perlomeno un segreto che non avrei potuto confessargli. Non avrei mai potuto parlargli del mio incontro con Sam, della sua personalità disturbata e del suo consumo abitudinario di alcol e droghe. Certo, la sua vita personale avrebbe potuto beneficiarne, magari Marini avrebbe potuto aiutarla, l’avrebbe convinta a curarsi, ma la sua attività professionale sarebbe stata a rischio. Non potevo assumermi la responsabilità di farle perdere il posto di lavoro. Mi resi conto che la consideravo una matta, mi aveva fatto passare una serata infernale. Ma non la odiavo.
“L’esplosione d’ira di poc’anzi” iniziò Marini, spingendomi ad accantonare momentaneamente questo dilemma, “deriva da un mio problema personale, un pregiudizio che ho nei confronti della psicoterapia tradizionale. E’ un fatto privato, che riguarda la mia sfera intima, un’esperienza negativa avuta con la psicoanalisi da una persona a me molto vicina, tuttavia non riesco ad essere obiettivo e ogni volta che sento parlar bene di terapie che non siano la cognitivo-comportamentale si rompe qualcosa dentro di me, come se scattasse un campanello d’allarme che mi sprona a difendermi, per non rivivere quei momenti.
Anni fa mia moglie…la mia ex moglie per essere esatti, soffrì di depressione. Eravamo sposati solo da qualche mese quando sua madre all’improvviso si ammalò gravemente e morì. Per lei fu uno shock tremendo, aveva un legame meraviglioso con sua madre, di gran lunga la persona più importante della sua vita. Non dimenticherò mai l’intesa che erano riuscite a sviluppare, più unica che rara, erano confidenti, amiche, sorelle, prima ancora che madre e figlia. La sorte aveva deciso che questa felicità e armonia avesse vita breve e fece ammalare la donna di un cancro al seno. Glielo diagnosticarono che era già in uno stato avanzato e per la poveretta non ci fu nulla da fare. Mia moglie ne fu distrutta, osservò sua madre spegnersi lentamente, giorno dopo giorno, impotente, straziata dal dolore. Pianse ininterrottamente giorno e notte per tutto il periodo della sua malattia e a niente valsero i miei sforzi, quelli di suo padre e del fratello maggiore per tentare di consolarla e di farle forza. All’epoca ero solo alle prime armi con la psicoterapia, mi sentii impotente davanti alla sua condizione e non mi azzardai a proporle un aiuto terapeutico da parte mia. Lei però sentiva il bisogno di uscire da quel dolore e mi chiese di indirizzarla da qualcuno con cui poter lavorare. Feci in fretta e furia un giro di telefonate e ottenni un nome, senza occuparmi di approfondire nulla sul metodo che utilizzasse e sulla fama del medico. Mi fidai ciecamente delle persone che mi avevano fornito quel nominativo, così indirizzai mia moglie da questo medico e cominciò con lei un percorso di psicoanalisi, accompagnato da una terapia farmacologica a base di antidepressivi prescritti da uno psichiatra. Vidi mia moglie tornare dalle sedute sempre più stravolta, aveva l’aria assente, come se le avessero risucchiato l’anima, ma inizialmente non diedi troppo peso alla cosa, pensavo fosse un effetto degli psicofarmaci. Passarono mesi senza che notassi alcun miglioramento in mia moglie, anzi, tornava sempre più sconvolta e affranta dalle sedute per cui cominciai a insospettirmi. Un giorno mi giunse una telefonata anonima, qualcuno mi avvisò che lo psicologo che aveva in cura mia moglie era stato accusato da diverse sue clienti di aver cercato un approccio sessuale con loro, c’erano state anche delle denunce ma era sempre stato assolto per carenza di prove. Giunsi a casa e parlai con mia moglie. Dopo un momento di iniziale resistenza crollò e mi confessò tutto. Quel, diciamo così, dottore aveva abusato regolarmente di mia moglie in occasione di ogni seduta, approfittando della sua estrema fragilità emotiva e del suo abuso di psicofarmaci, che la intontivano rendendola incapace di reagire. Disse che non mi aveva mai detto niente per non farmi preoccupare, aveva visto con quanto entusiasmo avevo reagito alla notizia che aveva deciso di andare in analisi e non voleva deludermi, temeva che l’avrei lasciata se avesse mollato la terapia. Insomma lo fece per amore, sopportò quell’orrore unicamente per me, inizialmente aveva provato anche a fingere di stare meglio….ti lascio immaginare come mi sono sentito. Io l’avevo indirizzata da quel maiale disgustoso, commettendo l’errore di non informarmi sulla sua persona e sulla sua posizione, fu a causa mia che aveva sopportato in silenzio quella condizione, aggiungendo altro dolore a quello che già stava sperimentando a causa del lutto…mi sembrava di impazzire.”
Sbiancai nell’ascolto di quel racconto. Poi mi commossi. Non potei fare a meno di provare affetto e ammirazione per quella meravigliosa donna, così amorevole e coraggiosa. Mi soggiunse in mente anche la madre di Sam, altra implacabile eroina che non si era piegata all’animalità e crudeltà dell’uomo, sopportando stoicamente fino all’ultimo istante la sfida che la vita le aveva proposto. E pensai a mia madre, che lottava instancabilmente contro il male di un figlio complicato e fragile, senza stancarsi mai di offrire la sua presenza, stando ore e ore in piedi davanti alla porta della mia camera unicamente per comunicarmi “io ci sono”. Non mi ha abbandonato la mia mamma, non lo ha mai fatto. Esempi di donne meravigliose, che appartengono al cielo, raccolgono dentro di sé un’energia vasta quanto l’Universo. Noi uomini al contrario siamo creature della terra, materiali, istintive, possiamo attingere solo ad un potenziale limitato e debole, concentrato nei pochi centimetri cubi del nostro ristretto spazio vitale.
“Da allora ho cominciato a nutrire diffidenza e ribrezzo verso la psicoanalisi. So bene che è un comportamento infantile, non tutti gli psicoanalisti sono come quel porco e di certo non c’entra niente la sua professione col fatto di essere uno stupratore. Tuttavia non posso fare a meno di generalizzare e associare quella branca della psicoterapia a quel dottore e alle sue deviazioni sessuali, forse come inconscio strumento di difesa contro il lacerante senso di colpa che covo dentro. E’ un meccanismo di sopravvivenza tipicamente umano quello di delegare all’esterno le responsabilità degli avvenimenti che ci colpiscono. Da anni sono io stesso in terapia da un collega per cercare di mutare questo processo interiore. Purtroppo, ad ora i risultati non sono molto soddisfacenti…”
“Basta così, Marini. Ti sei mortificato abbastanza. Non sei un robot, il tuo comportamento è assolutamente comprensibile e condivisibile, qualunque essere umano capace di provare sentimenti avrebbe reagito allo stesso modo in presenza di eventi così dolorosi. Anzi, qualcuno avrebbe senz’altro fatto anche di peggio.”
A quel punto Marini distolse lo sguardo e sprofondò ancora di più nella poltrona, come se si vergognasse di qualcosa. “Fare di peggio…bè, questa è un’altra storia. Per ora credo sia sufficiente ciò che ti ho confessato. Se e quando ci sarà occasione ti racconterò dell’altro. Sempre se tu sia dell’avviso di voler continuare a lavorare con me dopo quanto ti ho confessato. Ti fidi ancora di me?”
Ero sull’orlo delle lacrime ed ebbi la tentazione di alzarmi e andare dietro la scrivania per abbracciarlo. Il cuore mi batteva contro il petto con tanta forza da farmi male, la testa mi girava e fui colto da un improvviso senso di torpore. Quella confessione e le emozioni che si portava dietro mi avevano stremato. Rabbia, dolore, disperazione, senso di colpa, vergogna, frustrazione, forza, debolezza, dolcezza, umanità, senso di ingiustizia. Sensazioni che si mescolavano nel mio animo generando un alternarsi distinto e definibile di amarezza, struggimento, rassegnazione, speranza.
“Tu mi chiedi se mi fido di te. Se, dopo ciò che mi hai confessato, sono disposto a lavorare ancora con te. Io ti dico che ora sono ancora più convinto di continuare il mio percorso terapeutico con te. Ammiro il tuo coraggio, non è da tutti aprire il proprio cuore come hai fatto tu e sento che posso affidarmi a te completamente. Posso confidarti i miei segreti più nascosti, esplorare la mia ombra come non ho mai fatto prima, perché mi guiderai tu, e se sono con te sono al sicuro.”
Marini sorrise, un sorriso così innocente e fanciullesco da far sciogliere il cuore e non potè fare a meno di far uscire due lacrime dai suoi occhi. Io ovviamente lo imitai. Oramai eravamo in simbiosi, gli stati d’animo di uno risuonavano nell’altro e ne condizionavano le reazioni. Rimanemmo per qualche minuto così, l’uno di fronte all’altro, tenendo lo sguardo basso sul pavimento, ma senza estraniarci o perderci ciascuno nel suo mondo interiore. Non c’era alienazione, distanza o distrazione. Eravamo lì, due anime in pena che non avevano bisogno di comunicare verbalmente per essere presenti l’uno per l’altro. L’immagine della cascata che riempie la vasca di pietra mi si ripresentava ora con una diversa accezione, rovesciando, ad intervalli, la prospettiva e il suo senso archetipico. Nel mio animo io e Marini ci scambiavamo continuamente i ruoli, inizialmente lui fungeva da cascata e io da vasca, mentre l’istante dopo i ruoli erano invertiti.
“Bene, allora direi che possiamo cominciare…”disse Marini, strofinandosi gli occhi con i pollici per prepararsi.
“Possiamo continuare, vorrai dire.”
“C-cosa?”
“Non so come spiegartelo…ma ho la sensazione che la tua apertura…ciò che mi hai confidato…facesse parte della seduta. Non era qualcosa che esulava dalla terapia.”
Marini sorrise. “Stai dicendo che i ruoli si sono invertiti? Che io ho fatto da paziente e tu da terapeuta? Se è così dovremmo concordare l’onorario che ti spetta…”
“No, non intendevo questo. O almeno, non solo. Non so quali siano state le tue sensazioni mentre parlavi…ma per quanto mi riguarda sento che le tue parole mi sono state d’aiuto. Intendo, d’aiuto personalmente. E’ come se la mia sofferenza fosse stata ridimensionata dal tuo racconto. Pensare che sei riuscito a sopravvivere ad un’esperienza così dolorosa, hai continuato a svolgere questa professione di servizio agli altri nonostante la rabbia e la frustrazione che devi aver provato…insomma lo trovo meraviglioso, ecco. E’ come se mi avessi trasmesso un po’ del tuo coraggio.”
Marini rabbrividì, poi rimase immobile per qualche istante come se si fosse pietrificato. Infine afferrò un taccuino e cominciò a scrivere. “Grazie Giorgio, grazie…questi tuoi spunti mi saranno di grande aiuto nel mio lavoro futuro. Mi hai dato dei feedback molto importanti.”

 

 

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