Ognuno di noi porta dentro di sé una parte bambina, che ci accompagna per tutta la vita. Svariate correnti filosofiche e teorie della psicologia umanistica riconoscono l’esistenza di un bambino interiore, responsabile di svariati stati d’animo, reazioni ed emozioni che caratterizzano la nostra esistenza. E’ la nostra parte piu’ antica, magazzino di ricordi della nostra infanzia che continuano a rivivere nel nostro inconscio e a determinare le nostre scelte, le azioni e reazioni con l’ambiente circostante. Il bambino interiore viene anche detto bambino “vulnerabile” per la sua feribilità (dal latino vulnus= ferita), per cui quanto piú saranno state difficili le circostanze della nostra infanzia tanto piú il nostro bambino sarà ferito, e quel dolore ci accompagnerà nella vita adulta, rendendo difficili le nostre scelte e le relazioni con gli altri. Ogni qualvolta si presenti una situazione della vita quotidiana che riporti alla mente del bambino la situazione di disagio vissuta durante l’infanzia, la vecchia ferita mai sanata tornerà a sanguinare, facendoci sentire impotenti, tristi, disperati.
D’altro canto non é necessario che si sia verificato un trauma nella nostra infanzia perché si manifesti questa vulnerabilità. Secondo la corrente di pensiero che si ispira alla psicologia transpersonale Il bambino interiore porta con sé una ferita archetipica, ancestrale, che ha origine con la nascita stessa. Il distacco dal ventre materno, il primo vagito, la consapevolezza della sua impotenza rispetto al mondo esterno sono elementi sufficienti a generare la “Ferita”. É come se il bambino interiore portasse con sé la “malinconia dell’infinito”, cioé la memoria del tempo in cui, prima ancora della nostra nascita e del concepimento stesso, eravamo fusi con il Tutto da cui proveniamo. Quando poi decidiamo di incarnarci c’é una parte di noi che conserva il ricordo di quel tempo, di una diversa forma e consapevolezza della nostra esistenza. Quella parte é il bambino interiore. Egli sa che siamo frammenti di Eterno, da esso proveniamo e ad esso torneremo con la nostra dipartita, tuttavia il corso di questa esistenza può apparire vuoto ed insignificante se osservato dalla sua prospettiva. Il bambino interiore, se prende il sopravvento, può arrecare danni, si trasforma in un pozzo senza fondo di tristezza, un lago di malinconia che risucchia tutto ciò che attraversa il nostro quotidiano, portandoci a comportamenti compulsivi che hanno lo scopo di tentare di colmare quel senso di vuoto. La tossicodipendenza, l’alcolismo, le dipendenze affettive, la ricerca costante di adrenalina ed emozioni forti tramite attività o sport estremi e qualsiasi altra forma di dipendenza non sono altro che atteggiamenti con cui si cerca di colmare la lacuna interiore portata dal bambino, il quale si tramuta in un “buco nero” destinato a non essere mai colmato. Non basta mai, nulla riesce a riempirci ed appagarci, cerchiamo di sfuggire a quella sensazione di abbandono e spaesamento senza successo, per cui ripetiamo quei comportamenti inesorabilmente, in un circolo vizioso che divora le nostre vite.
Ricordo molto bene la prima volta che é emerso il mio bambino interiore durante una seduta di Voice Dialogue. In quella fase della mia vita ero triste, apparentemente non avevo motivi per esserlo, trascorrevo le mie giornate in modo normale, senza picchi di gioia ma neanche di dolore. Sentivo che qualcosa non andava, ma non capivo cosa. Il mio facilitatore mi chiese di posizionare quella tristezza nello spazio fuori di me, poi mi disse di entrarci. Mi identificai con il bambino interiore, e la seduta continuò dal suo punto di vista. Si manifestò un esserino indifeso e silente, preverbale, non comunicava con le parole, rispondeva alle domande del facilitatore con dei cenni della testa.
“Quando sei emerso per la prima volta nella vita di Arsenio?”
Abbassai la testa e mi indicai il ventre con la punta del naso. In quel momento compresi un aspetto della mia vita rimasto sconosciuto per decenni. Da bambino ho sofferto di obesità. Divoravo qualsiasi cosa ad ogni ora del giorno e della notte e questo eccesso di nutrizione mi ha accompagnato fino alla soglia dell’età adulta portandomi,alla soglia dei venti anni, a pesare ben centotrenta chili. Non capivo i motivi di questo comportamento, sapevo solo che ero tremendamente triste e malinconico. Ero molto solo, quella condizione fisica mi faceva sentire ripudiato dai miei coetanei, per cui pensavo che quel malessere fosse l’effetto dello stato in cui mi trovavo. Mi sbagliavo, in realtà ne era la causa. Il mio bambino, con il suo bisogno di colmare quel senso di vuoto primordiale, aveva preso il sopravvento nella mia vita, portandomi ad annientare il mio corpo e annullare i miei rapporti umani.
Quando mi separai dal bambino e tornai al centro ero sconvolto. Era come se un fascio di luce avesse rischiarato per la prima volta un luogo rimasto avvolto nelle tenebre per milioni di anni, rivelando una verità assoluta. Avevo trovato la risposta ad uno dei grandi enigmi della mia esistenza.
“Che devo fare?” chiesi al mio facilitatore con le lacrime agli occhi. Avevo paura. Sentivo che il bambino stava tornando a prendere il sopravvento e temevo che avrebbe nuovamente fatto dei gravi danni.
“Cosa faresti in presenza di un bambino pestifero,capriccioso, che scalcia furiosamente, si dimena come un forsennato?”
“Forse lo rimproveverei…”
“Risposta sbagliata. Credo che otterresti l’effetto opposto. Il bambino si agiterebbe ancora di piú, forse diventerebbe anche rabbioso.”
“Allora…penso che aspetterei che si calmi. Lo farei sfuriare, intanto cercherei di metterlo in sicurezza. Mi assicurerei che si muova in un ambiente protetto, senza rischiare che vada a sbattere contro oggetti o persone.”
Il facilitatore sorrise. “Esatto. Non puoi fare altro che contenerlo, e aspettare che passi la crisi. In questo modo puoi anche capirlo, e se il bambino si sente compreso viene molto limitato nella sua componente distruttiva”.
Riconoscere, comprendere e prendersi cura delle proprie vulnerabilità. É questa la strada per la serenità. Ognuno si porta le sue ferite e ciascuno di noi può occuparsene nel modo piú consono alla sua storia personale e alla propria esistenza.

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