Gli archetipi sono, nella concezione della psicologia analitica junghiana, dei simboli. Essi esprimono il linguaggio dell’anima, lo strumento tramite cui l’inconscio comunica con noi quando apriamo le porte della nostra coscienza. Un’immagine che ci arriva mentre riflettiamo su un aspetto della nostra vita, oppure che ci appare in sogno, è carica di significati allegorici, può dirci tanto su di noi e sulla parte più sommersa e sconosciuta della nostra esistenza, ovvero l’anima.
Gli antichi greci avevano ben chiaro questo concetto, infatti la mitologia greca, lungi dall’essere una vera e propria religione, rappresenta un’analisi lucida e completa della complessità dell’animo umano. I vari dei non sono altro che rappresentazioni metaforiche di aspetti della personalità umana, i greci non credevano davvero che esistessero delle divinità antropomorfe che dimoravano sull’Olimpo, questi ultimi esprimevano le pulsioni, emozioni e sensazioni che costituiscono la storia dell’umanità e della psiche dell’uomo (il dio Marte rappresenta l’impulso alla guerra; Afrodite la sensualità e l’amore; Apollo l’innata tendenza alla sapienza e alla conoscenza, ecc.) A riprova di ciò basti evidenziare che le varie divinità della mitologia greca sembrano avere ben poco di “divino” in quanto, nei vari racconti che narrano le loro azioni e gesta, hanno comportamenti molto umani. Irascibili, litigiosi, invidiosi, poligami, violenti, incestuosi, vendicativi: questi sono solo alcuni degli aggettivi che possono esprimere le loro caratteristiche. Gli dei greci, quindi, non sono altro che simboli, o archetipi, dell’animo umano e delle varie parti che lo compongono e le loro storie, narrate nelle tragedie e nell’epos dagli scrittori dell’Ellade, se lette con la lente dell’interpretazione allegorica, ci rivelano un significato nascosto che permette di comprendere meglio la storia dell’uomo, sia del singolo individuo che dell’umanità intera.
Una delle opere che può servire meglio a questo scopo è Le Baccanti di Euripide. Essa narra del contrasto tra Dioniso, dio del vino e dei piaceri corporei, e Penteo, re di Tebe. Quest’ultimo, che aveva consacrato la sua città ad Apollo, dio delle scienze e della cultura, negava la natura divina di Dioniso, che portava qualità opposte ed antitetiche a quelle del suo dio prediletto e abbracciò la teoria che voleva che Dioniso in realtà fosse un comune mortale, nato dall’unione tra Semele, donna mortale, e un altro essere umano, e non Zeus, come invece voleva la tradizione del mito.
Dioniso discese dall’Olimpo e si recò a Tebe, alla corte di Penteo. Egli chiese che fosse riconosciuta la sua natura divina celebrando i suoi riti nella città almeno una volta all’anno, ammonendo Penteo che, se non gli fosse stato concesso di ballare la “piccola danza” con lui, allora avrebbe dovuto fare la “grande danza”. Il re rifiutò la proposta di Dioniso e lo fece arrestare, tuttavia il dio scatenò ben presto la sua ira, vendicandosi nei confronti di Penteo e dei tebani dapprima scatenando un terremoto che gli consentì di evadere dalle prigioni, in seguito instillò il germe della follia in alcune donne tebane, che si trasformarono in Baccanti, ovvero in donne devote a Dioniso, di cui celebravano riti nei boschi che circondano Tebe e che portano alla perdita del senno. Il re, avuta notizia dell’esistenza delle Baccanti, si recò a spiarle, ma venne scoperto e, in un delirio violento e furibondo, venne letteralmente fatto a pezzi dalle devote a Dioniso. Tra di esse c’era la madre di Penteo, Agave, che scambiò suo figlio per un leone, decapitò il suo corpo privo di vita ed entrò in città trionfalmente portando la testa del re conficcata su un bastone.
Così si compie la profezia di Dioniso, Penteo ha dovuto ballare la grande danza della morte per aver rinnegato gli istinti e i piaceri fisici e mentali che Dioniso rappresentava.
Cosa ci dice questo mito? Qual’è il suo messaggio, in termini archetipici?
Dioniso, dio del vino e del piacere, chiedeva ad una persona, Penteo, principalmente dedita all’introspezione e alla sapienza, di dedicarsi almeno una volta all’anno alla cura del corpo, a lasciarsi andare alla leggerezza, all’ebbrezza e alla fisicità istintiva e, se non lo avesse fatto, la conseguenza sarebbe stata fatale. Cosa ci spiega? Quale significato vuole rappresentare per l’uomo? Nei termini della psicologia analitica e di tutte le correnti di pensiero ad essa ispirate, questa tragedia del sommo drammaturgo Euripide esprime l’invito per l’uomo a non polarizzare la propria personalità su alcuni aspetti prediletti. Dentro di noi abbiamo tutto e il contrario di tutto. Determinati sentimenti, emozioni e sensazioni vengono espressi mediante varie parti del nostro essere, talvolta contrastanti e opposti. Coltivare ed alimentare solo alcune parti, o sé, e trascurarne altre, porta a conseguenze pericolose e dannose. Infatti le energie represse e rinnegate non spariscono. Continuano ad esistere dentro di noi, rinchiuse in uno sgabuzzino del nostro animo, prigioniere, incatenate, urlano e reclamano il loro diritto ad esprimersi e manifestarsi. La prigionia in cui le releghiamo rende queste energie sempre più potenti e distorte, iraconde e incontenibili. Un giorno o l’altro riusciranno ad evadere dalla gabbia in cui le abbiamo recluse e agiranno nel mondo in modo incontrollato e distruttivo. Prenderanno il controllo e porteranno anche noi a ballare la “grande danza”. Persone insospettabili, pacate e pacifiche, dedite alla serenità dei sensi, all’amore, alla sapienza, in un raptus di follia potrebbero compiere gli atti più abominevoli e perversi (pensiamo alle tante tragedie familiari raccontate dai giornali di cronaca. Quante volte leggiamo che queste azioni violente e scellerate vengono compiute da persone all’apparenza tranquille e gentili?)
Non è meglio, allora, non dimenticare le altre parti che ci abitano, permettendo loro di manifestarsi con una piccola danza nella nostra vita? Tutti abbiamo degli aspetti di noi stessi che privilegiamo, è inevitabile. Tuttavia possiamo sviluppare una consapevolezza più ampia sul nostro mondo interiore e raggiungere un maggiore equilibrio, dando voce anche alle parti che meno mi rappresentano ma che hanno comunque bisogno di esprimersi. Magari potremmo scoprire che queste parti che giudichiamo e rinneghiamo portano anche un dono o una qualità. Se potessi utilizzare una goccia omeopatica di quel sé cosa mi porterebbe a fare in una situazione che mi provoca disagio in quanto unicamente gestita dal mio sistema primario? Se scardinassi l’automatismo con cui mi muovo comunemente nel mondo integrando un po’ della mia “ombra” nella vita quotidiana quanto potrei cambiare la mia vita, le mie relazioni, le mie azioni? Forse migliorerebbero. Sicuramente ne guadagnerei in consapevolezza, centratura e coscienza. Giudicherei di meno, me stesso e gli altri. E vivrei più sereno.
“Dentro di noi abbiamo un’ombra: un tipo molto cattivo, molto povero, che dobbiamo accettare.”
C.G. Jung

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