Qualche tempo fa in una grande città italiana è stato condotto un esperimento sociale. Due attori, un uomo e una donna, si muovevano per le strade della città recitando il ruolo di due fidanzati che discutono animatamente. Il copione prevedeva che il litigio diventasse sempre più acceso e violento, fino a giungere ad una simulazione di percosse fisiche a danno della ragazza. L’esperimento aveva l’obiettivo di valutare quale sarebbe stata la reazione dei passanti davanti alla scena a cui si sarebbero trovati ad assistere. Gli attori girarono per le strade più frequentate e trafficate della metropoli, in alcune occasioni finsero di litigare davanti ad una fermata dei bus dove era presente un’alta concentrazione di persone, la ragazza, pur non invocando mai aiuto, si guardava intorno con aria supplicante mentre il ragazzo la spintonava, le tirava qualche schiaffo e le urlava contro. L’esperimento proseguì per quasi 5 ore. In questo lasso di tempo nessuno è intervenuto a difesa della ragazza. Nessuno. I passanti si disinteressavano completamente alla scena, talvolta qualcuno li osservava con aria allibita o preoccupata ma infine non interveniva, proseguendo per la sua strada. Addirittura ci fu qualcuno che osservò divertito la scena.
Cosa ci dice questo esperimento? Che spesso la violenza è figlia del disinteresse e della mancanza di solidarietà. E la mancata denuncia da parte delle donne per le violenze subite è frutto del silenzio che le circonda. Che le rende passive, rassegnate, disperate. Le fa credere che non usciranno mai da quell’inferno, perché nessuno è disposto ad aiutarle. E allora tanto vale tacere.

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