Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’impennata di fenomeni di violenza domestica. Sempre più spesso si leggono o odono notizie di soprusi e violenze sia fisiche che psicologiche ad opera di uomini nei confronti delle loro compagne. In alcuni casi le violenze possono culminare nell’omicidio della donna, premeditato o meno, perpetrato dal fidanzato, marito, compagno o amante. Uccisione giunta al culmine di un litigio, espressione di un picco di follia, un raptus che fa perdere la testa e arma la mano di chi non ha saputo catalizzare la rabbia in altro modo, oppure giunta come percorso lucido e consapevole dell’ex marito/fidanzato/compagno che non riesce ad accettare la fine della relazione e protende per la soluzione finale, un gesto categorico di punizione o vendetta per aver osato pensare o progettare una vita lontano da lui. O ancora, un gesto che può rispondere alla fredda e narcisistica logica “se non vuoi più essere mia, allora non sarai più di nessun altro”.
Un dato che rende ancora più inquietanti e agghiaccianti questi eventi è l’emersione di un ulteriore elemento che spesso emerge dall’analisi di questi casi: le donne hanno subito o subiscono per anni in silenzio questi soprusi, sopportano stoicamente le violenze domestiche a cui sono quotidianamente sottomesse, senza denunciare colui che si è trasformato in un vero e proprio aguzzino, in alcuni casi addirittura difendendolo se si giunge ad un processo, come testimoniato dal recente caso che ha visto come protagonista Ylenia Bonavera, che è giunta a negare in tribunale che il fidanzato abbia cercato di ucciderla, nonostante le prove schiaccianti a suo discapito.
Cosa scatta nella mente e nell’animo degli uomini che compiono questi gesti violenti e nelle donne che rimangono zitte, subiscono in silenzio e giungono a proteggere e giustificare chi fa loro del male?
Una spiegazione interessante potrebbe emergere dallo studio delle teorie di Hal e Sidra Stone, due psicoterapeuti americani ideatori della psicologia dei sé e del modello terapeutico noto come Voice dialogue. La teoria della psicologia dei sé ipotizza l’esistenza di una “mappa della psiche”, ossia che la nostra personalità, il nostro Io, non sia monolitico, ma composta da varie parti o “sè”. Tra le parti più comuni ci sono il sé attivista, il perfezionista, il gentile, il responsabile, il sé spirituale, il materialista, fino ad arrivare al bambino interiore. Questo sistema, o team, di sé si forma con lo scopo di proteggere quest’ultima parte, la più antica della psiche di un uomo, ed essa opera nel mondo, cioè manifesta le sue qualità attraverso l’individuo per assicurare protezione e sopravvivenza al bambino, ossia per tutelarne la vulnerabilità (un altro nome con cui è conosciuto il bambino interiore è infatti bambino vulnerabile, ossia feribile, dal latino vulnus= ferita).
Tra questi sé rivestono un ruolo fondamentale nello sviluppo delle nostre opinioni, e quindi delle azioni che potremo in essere, il Patriarca interiore e la Matriarca interiore. Essi sono delle parti “socio-culturali”, che sono alimentate da tradizioni di pensiero circa i ruoli di genere che sono trasmesse da secoli all’interno della società. Il Patriarca è quella parte che ritiene l’uomo superiore alla donna, difende e trasmette i valori del maschile, la virilità dell’uomo, i suoi compiti e doveri, la materialità legata al lavoro, la sessualità espressa dal fatto di essere la componente “attiva” all’interno della coppia. La Matriarca, al contrario, difende i valori del femminile, ritiene la donna superiore all’uomo, è portatrice dei doni della sensibilità, creatività, empatia, della capacità di amare. Per questo sé la donna è l’essere evolutivamente perfetto, mentre gli uomini fanno la guerra e distruggono, le donne accudiscono e ricostruiscono, come se l’unione mitologica tra Marte, il dio della guerra, e Venere,la dea dell’amore, rappresentasse metaforicamente il bisogno di questa unione per consentire un bilanciamento e una contrapposizione alla brutale forza e ottusità del genere maschile.
La società italiana, a causa anche della millenaria tradizione tramandata dalla Chiesa cattolica, è di stampo prevalentemente Patriarcale. Il movimento femminista iniziato negli anni 70 ha rappresentato una notevole eccezione rispetto a questa tendenza generica, con la potente emersione di una corrente Matriarcale che ha permesso la conquista di alcuni diritti civili imprescindibili per le donne.Tuttavia l’impostazione prevalente continua a resistere ancora oggi. Ed è lì che sorgono le violenze e i reati. Nella convinzione che l’uomo sia superiore alla donna. Preda del proprio Patriarca interiore, l’uomo resiste al cambiamento, all’idea secondo cui la donna può scegliere, è una sua pari e ha il diritto di vivere la sua vita autonomamente, di avere la sua indipendenza affettiva ma anche materiale. Secondo il Patriarca, la donna è di proprietà dell’uomo. Questo è ciò che è stato trasmesso a noi uomini, più o meno consapevolmente, all’interno della società italiana, in famiglia, nelle scuole, nei circoli ricreativi, in chiesa, ecc.Ed è sempre opera del Patriarca se la donna non si ribella e subisce in silenzio. Perché, badate bene, il Patriarca e la Matriarca sono propri sia dell’uomo che della donna, al di là dell’identità di genere. In ogni uomo c’è anche una Matriarca, che gli può portare i doni della sensibilità e il talento artistico, qualora sia molto sviluppata. Questo tipo di uomo però non è molto in contatto con le sue risorse maschili ed è quindi probabile che soffra di senso di insicurezza, inadeguatezza, perché dentro di sé si sente sbagliato in quanto “uomo”. Allo stesso modo, in ogni donna c’è una Patriarca, che, nella giusta dose, può donarle qualità di determinazione, capacità strategica nell’ambito lavorativo, contatto con la dimensione materiale e gli istinti. Il fenomeno delle donne manager aziendali,che si è sviluppato negli ultimi anni, testimonia che il Patriarca è sempre più presente nella dimensione femminile. Tuttavia, se la sua presenza è distorta o inconsapevole all’interno dell’animo della donna, può essere svilente e martirizzate. Questo aspetto psichico potrebbe far credere alla donna di essere inferiore all’uomo, che il suo ruolo è quello di subire e sopportare. Il maschio ha sempre ragione, la donna deve fare la donna, stare in silenzio e svolgere il suo ruolo con umiltà e dedizione, senza lamentarsi né ribellarsi mai. Anche nei casi più gravi. “Dio ti ha dato lui e devi sopportare “, “non ci puoi fare niente, questa è la tua croce”, “sopporta e aspetta che passi è questo il ruolo di noi donne”. Queste sono le frasi riportate da alcune donne vittime di violenza domestica a sociologi e psicologi. Frasi dette da nonne, madri, amiche, confidenti. Tutte portatrici di valori e convinzioni distorte, frutto di un patriarcato che sussiste da sempre nella nostra società.Ma allora che fare? Davanti a questo quadro, qual è la soluzione? Una possibile strada da perseguire, come indicato dagli Stone, potrebbe essere quella innanzitutto di riconoscere e portare alla coscienza queste forze psichiche. Affinché esse non operino secondo un consolidato automatismo bisogna rafforzare la nostra consapevolezza su di loro e dell’influenza che hanno avuto nella nostra vita. In questo modo possiamo separarcene e agire più coscientemente. Il primo passo per riconoscerle è non giudicarle, accoglierle con serenità e sincerità verso sé stessi, per come sono. Si potrebbe cominciare prendendo un figlio e una penna con su scritto “per me le donne sono…” e con calma, rispettando i propri tempi, terminare la frase. Se siamo sinceri, e riusciamo a stare con quell’energia psichica senza provare vergogna o senso di colpa per ciò che intimamente pensiamo o proviamo, potremmo stupirci per ciò che emerge. E l’effetto potrebbe essere molto liberatorio.

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